Quegli anni napoletani

di

Vinia Tanchis


Vinia Tanchis - Quegli anni napoletani
Collana "Le Querce" - I libri di Saggistica e Diaristica
14x20,5 - pp. 102 - Euro 12,00
ISBN 9791259513045

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In copertina: fotografia dell’autrice


Prefazione

Con il suo libro, dal titolo “Quegli anni napoletani”, Vinia Tanchis offre una sorta di recupero memoriale relativo al periodo della sua esperienza vissuta a Napoli quando era ancora ragazza.
Ecco allora che le vicende esistenziali di una studentessa, che frequenta la facoltà di Lingue Straniere dell’Istituto Orientale di Napoli negli anni Cinquanta, ritornano a prendere vita.
La protagonista Benedetta è nata nella terra di Sardegna e sbarca a Napoli dopo il viaggio su un traghetto che è una “vecchia bagnarola”, come la definisce l’Autrice, eppure lei è felice perché può finalmente vivere in una città che rappresenta la totale novità nel suo modo di vivere e, inoltre, si trova ad affrontare un radicale cambio di vita.
Lei trova ospitalità in una stanza del pensionato dove incontra altre ragazze che frequentano l’Università ed inizia a conoscere la mentalità del popolo napoletano, “tanto diverso dal suo paese”, proprio perché lei è una ragazza riservata e poco disposta a dare confidenza: le nuove esperienze in questo ambiente l’aiuteranno a capire la concezione esistenziale del famoso “prendere la vita così come viene”.
Durante il processo narrativo si inserisce un continuo recupero memoriale che vede diversi protagonisti alternarsi durante gli accadimenti narrati: la grande amicizia con la compagna d’università Giuliana; l’incontro con Sylva Koscina, bellissima ragazza che diventerà una famosa attrice cinematografica; poi, il passaggio al Collegio Don Bosco con una nuova sistemazione; logicamente la mancanza della famiglia, della sua casa e della vita tranquilla che si fanno sentire sempre di più, oltre alle visite a Forcella; le “uscite” al famoso Caffe Umberto in Galleria; quindi, l’amara esperienza con le attenzioni e le molestie subite da parte di un uomo sposato che, oltretutto, era anche un maresciallo dei carabinieri, dal quale aveva trovato un temporaneo alloggio.
All’increscioso episodio seguirà un triste incidente avvenuto nel salone dell’Università a causa del quale rimarrà in coma per alcuni giorni e perderà la vista per oltre un mese; poi, troverà una nuova stanza in affitto, insieme alla sua amica Giuliana, presso il palazzo di un anziano signore, che è un conte, con il quale nascerà un rapporto di confidenza, e lui racconterà molte vicende legate alla sua movimentata esistenza di diplomatico che aveva girato il mondo; quindi, un nuovo trasferimento al Collegio di Santa Maria Francesca e l’incontro con un bravissimo artigiano del legno che riusciva a creare affascinanti sculture.
V’è da sottolineare un evento che segnerà la vita di Benedetta quando, nel 1954, conosce Paolo durante un pranzo dalla comare di sua madre e nasce un sentimento d’affetto che si trasformerà in innamoramento, ma lei purtroppo scoprirà che Paolo ha un’amante, oltre a capire che il padre del fidanzato non la accetterà mai perché non è rica, nell’animo e nel cuore di Benedetta tale evento è la cocente delusione del “primo amore” che la segnerà nel profondo per tutta la sua vita.
La scrittura di Vinia Tanchis fonda le sue radici sulla semplicità e sulla spontaneità nel raccontare le vicende esistenziali ed è sempre protesa ad evidenziare ciò che colpisce l’animo dei vari personaggi che si muovono sul palcoscenico d’una ambientazione che è connotata agli anni Cinquanta.
La visione narrativa di Vinia Tanchis s’impregna d’una atmosfera evocativa che miscela il sommesso recupero memoriale e i dissidi del mondo interiore, costantemente protesa a distillare l’intima sostanza del senso autentico del vivere e cercando sempre di attingere alle molteplici percezioni del suo universo emozionale.

Massimiliano Del Duca


Quegli anni napoletani


A mio figlio Stefano mio grande amore,
alla carissima, generosa, sensibilissima, delicata Dottoressa Arianna Duro, a tutta l’equipe medica, a tutti gli infermieri, a tutti gli OSS, al personale amministrativo dirigente, al personale della cucina e delle pulizie
quotidiane facente parte del reparto di Medicina dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Urbino per le amorevoli cure, la gentilezza e la ricchezza umana che mi hanno aiutato e consentito di portare a termine questo mio lavoro, ai familiari, ai parenti e gli amici che mi sono stati vicini con tanto amore.

Alla meravigliosa signora Mariella Cecconi Amantini che mi ha dedicato tutte le amorevoli attenzioni che solo una madre sa dare.


Domani lasciate la stanza

Quando, dopo una disagevole traversata di oltre dodici ore a bordo della “Città di Tripoli”, una nave-bagnarola tutta arrugginita e cigolante con indicazioni e divieti scritti in italiano e in greco, Benedetta finalmente sbarcò al porto di Napoli, le parve di entrare in un sogno. Ciò che vedeva andava, infatti, ben oltre la sua immaginazione: la mole possente del Maschio Angioino e tutta la città che, dalla pianura, si arrampicava verso la zona alta del Vomero, così allegra e viva nell’animato andirivieni dei passanti, nel profumo accattivante del caffè che si sprigionava prepotente dai bar, nella musica insistente delle pianole ad ogni angolo di strada, la lasciarono a bocca aperta.
Reduce da una notte quasi insonne e frastornata dalla novità, la ragazza restò alcuni minuti a guardare, quindi si riscosse alquanto e, fermato un taxi, si fece portare all’alloggio universitario prenotato, dove si accorse che le sorprese dovevano ancora venire.
Era la prima volta che dal suo paese arrivava via mare in una grande città, per cui non conosceva assolutamente niente di essa e dei suoi abitanti.
Aveva contattato solo per telefono la padrona del pensionato così non l’aveva mai vista e, quando questa la ricevette, ci mancò poco che Benedetta emettesse un grido.
La signora era una donna piuttosto alta e in carne, con un viso allungato contornato da fitti piccoli ricci, tanto appiccicati da sembrare incollati, un naso sottile e adunco che le dava un’espressione rapace, e grandi occhi di un verde paludoso, che socchiudeva a fessura, come fanno i gatti quando puntano una preda. Dimostrava sessanta-sessantacinque anni.
Ma ciò che stupì la ragazza fu l’abbigliamento, a dir poco insolito: indossava una specie di chimono con vistosi disegni variopinti, alla vita una fascia viola molto alta, che finiva con un gran fiocco sul dorso, una rosa rossa tra i capelli; calzava, inoltre, delle strane scarpe col tacco alto, tutte cariche di lustrini, ed era ingioiellata come la Madonna d’Itria per la festa. Portava al collo catene e catenine di vario spessore, dalle quali pendevano medaglie, croci e pietre colorate, dalle orecchie spenzolavano degli strani oggetti d’oro grandi come noci e le mani erano cariche di anelli di varia foggia. A pensarci bene, neanche la Madonna d’Itria, con tutti i suoi ex-voto era mai stata “apparecchiata” in modo così vistoso.
La voce gutturale, bassa e cavernosa, che sembrava provenire da ignote lontananze e l’accento esotico, strascicato e cantilenante, completavano il quadro.
La donna la condusse alla sua camera e le disse qualcosa che Benedetta non capì: era troppo stanca, per cui se ne andò al letto e subito si addormentò. L’indomani conobbe le altre ragazze che alloggiavano nel pensionato, venivano da diverse regioni d’Italia e una addirittura dall’India. Erano tutte simpatiche e gentili per cui non fu difficile stringere amicizia con loro.
Durante la settimana la Padrona si faceva vedere ogni tanto e sempre di sfuggita ma il sabato pomeriggio invitava tutte le pensionanti a prendere il tè con lei e raccontava qualcosa della sua vita. Era nata in Brasile, dove aveva vissuto fino a quando, conosciuto un italiano, si era sposata ed era venuta a vivere in Italia.
Poi era rimasta vedova e, sebbene avesse grande nostalgia della sua terra, dove si recava almeno una volta all’anno, aveva preferito continuare ad abitare a Napoli, dove ormai aveva figli e nipoti e tante amicizie. Ma il Brasile le era rimasto nel sangue.

Quando era in vena, metteva sul vecchio grammofono un disco di musica brasiliana e ballava da sola con movimenti molto eleganti e misurati, nonostante l’età, e le ragazze l’incoraggiavano e l’applaudivano: in quei momenti sembrava un’altra persona.
Benedetta si divertiva a guardarla e la riteneva un tipo strano ed eccentrico ma questo aveva un’importanza secondaria, considerato che la casa era comoda perché vicinissima all’Università e poi, le bizzarrie della signora non facevano male a nessuno.
Si era comunque accorta che la donna non voleva essere mai contraddetta e che pretendeva che le sue convinzioni fossero condivise da tutti, altrimenti si inalberava. Una volta una delle ragazze aveva osato mettere in dubbio la veridicità dello scioglimento del sangue di San Gennaro e la signora si era alterata tanto da escluderla dal suo tè del sabato per tre settimane.
Con l’andar del tempo Benedetta imparò a conoscere la mentalità e il modo di vivere del popolo napoletano, tanto diversi da quelli del suo paese e suoi: quanto lei era riservata e restìa a dare confidenza alle persone appena conosciute, tanto i napoletani si mostravano aperti ed inclini a mettere in piazza anche le cose personali; erano intelligenti e, anche i più poveri e meno istruiti, sapevano sfruttare qualsiasi mezzo per racimolare qualche soldo e cogliere sempre l’occasione per fare festa, dimenticando i loro affanni.
La ragazza li osservava tutti i giorni e qualche volta li invidiava un poco per la loro capacità di soffrire, gioire ed emozionarsi e di prendere la vita così come veniva, senza crearsi troppi problemi: forse era quello il modo giusto – pensava – ma lei non avrebbe saputo fare altrettanto.
Poi, un giorno, avvenne un fatto straordinario. Un figlio della padrona le regalò un televisore. Allora non era come oggi e un televisore era una vera novità, se si pensa che solo qualche bar importante del centro ne aveva uno e la gente faceva la fila per ore per poter assistere alle trasmissioni. Pensate, quindi, che cosa voleva dire averne uno in casa, anche se a quel tempo era solo in bianco e nero.
La notizia si diffuse a macchia d’olio e il pensionato divenne un luogo di ritrovo di tutto il vicinato, per fortuna solo dopo cena. Anche le ragazze di casa venivano ammesse e, quando non dovevano studiare, assistevano alla visione di qualche film, scelto sempre dalla padrona e dalle sue amiche alle quali soltanto erano consentiti sospiri e commenti.
Un giorno la signora fece il giro delle camere per annunciare, tutta eccitata, che la sera ci sarebbe stato uno spettacolo di Sergio Bruni, cantante napoletano strappa-lacrime che andava per la maggiore e incontrava il favore delle donne anziane e casalinghe che nutrivano per lui un’ammirazione incondizionata; se volevano, le signorine erano invitate a guardarlo. Ci andarono tutte anche perché era sabato e volevano distrarsi un po’.
La sala era affollata come non mai, soprattutto di donne; in prima fila la signora con le amiche più intime. Poco prima che lo spettacolo avesse inizio, la signora si alzò in piedi e raccomandò a tutti di non chiacchierare, non muoversi e non disturbare, poco mancò che chiedesse anche di non respirare.
Quando il cantante comparve, le donne lo applaudirono, come se lui potesse sentirle e qualcuna mormorò: «Che bello guaglione!» subito zittita dall’occhiata in tralice della signora.

E Sergio Bruni cominciò le sue canzoni lacrimose di amori infelici e bambini abbandonati che, forse, interpretate in un modo e in un contesto diversi, avrebbero potuto anche non essere brutte nonostante tutto il bagaglio tragico del contenuto.
Subito la sala risuonò di un susseguirsi ininterrotto di singhiozzi e sospiri, una fiumana di pianto collettivo e, quando lo spettacolo finì, Benedetta, che si era trattenuta fino quasi a soffocare, proruppe finalmente in una fragorosa risata, provocata non dalla sua mancanza di sensibilità ma dalla voce nasale del cantante e dal suo aspetto che per lei era ben lungi dall’essere gradevole.
Mai l’avesse fatto! La padrona la fulminò con un’occhiata gelida e, avvicinatasi con la velocità di un pettegolezzo, con un volto più arcigno del solito, in tono perentorio e solenne le sibilò “Domani lasciate la stanza!”
Così Benedetta fu costretta a cercare un’altra camera e traslocare e, insieme a lei, traslocarono anche le altre ragazze del pensionato, dato che ormai si era stabilito tra loro un solido legame di amicizia e solidarietà. Trovarono alloggio in un’altra pensione, un po’ più modesta ma comodissima perché molto vicina all’Università. La padrona era una giovane vedova originaria di Civitavecchia, molto distinta e gradevole, che prese subito in simpatia Benedetta, alla quale concedeva di fare la doccia quando voleva e affidava le chiavette del telefono, dato che questo veniva aperto solo dietro pagamento del prezzo di un gettone e la telefonata non poteva superare i tre minuti.
La signora Dea, così si chiamava, invitava spesso la ragazza a mangiare con lei e le confidava i propri pensieri.
Aveva un solo bambino che, per fortuna, trascorreva le giornate all’asilo o dai nonni, dove la madre del resto passava gran parte del suo tempo, e le rare volte che veniva al pensionato, metteva a soqquadro tutto e faceva tanto chiasso che le ragazze erano costrette ad andare a studiare alla biblioteca universitaria.
Il quartiere in cui si trovava il nuovo alloggio era meno signorile di quello precedente e in esso anche la realtà quotidiana era diversa, la gente che lo popolava era molto chiassosa, incline alla critica e poco rispettosa dei diritti del prossimo. Qualunque persona uscisse dal pensionato, veniva bersagliata da commenti ad alta voce e le studentesse li gradivano poco e si sentivano a disagio anche se facevano finta di non sentire e continuavano la loro strada apparentemente impassibili.


Un terribile shock

Dopo pochi mesi di frequenza all’Istituto Universitario Orientale di Napoli Benedetta visse un’esperienza che non avrebbe mai dimenticato. Tutta la mattina era stata a lezione per lunghe ore che, a conclusione, comprendevano anche il laboratorio linguistico abbastanza pesante e impegnativo in quanto l’allievo doveva ascoltare con le cuffie delle parole in lingua inglese e rappresentarne i suoni con i simboli dell’alfabeto fonetico internazionale, un lavoro di estrema attenzione, continua e stressante, per cercare di evitare gli errori, il che non era affatto facile dato che il tempo accordato era brevissimo. Lei aveva studiato francese alle scuole medie e al ginnasio ed era la prima volta che studiava inglese. La ragazza ne usciva sempre sfibrata e, quando sbagliava molto, anche scoraggiata e delusa e con il timore non solo di non essere all’altezza ma anche che mai sarebbe riuscita ad eseguire tutto correttamente.
Poi andava a mangiare alla mensa universitaria quindi prendeva il tram per rientrare alla Pensione. Inoltre, in quel periodo per lei c’erano anche problemi di altro tipo: la Pensione distava un paio di chilometri dall’Orientale in una zona non troppo allegra infatti, affacciandosi dalla finestra della sua camera, si vedeva il tetro edificio del carcere di Poggioreale, il Macello e il Cimitero monumentale, quindi la visuale non era certo invitante per una matricola universitaria proveniente da un paese ridente e ameno. Le mancavano la famiglia, i suoi tanti fratelli, la sua casa, il giardino, la sua cittadina tranquilla, insomma si sentiva troppo sola. Oltre a ciò il padrone di casa, un anziano maresciallo dei carabinieri in pensione al quale Benedetta era stata affidata da suo padre, che pensava di sistemarla presso una persona integerrima, era ben lungi dall’essere tale e, con la scusa di volerla proteggere e, come diceva “trattarla come una figlia”, cercava in tutti i modi di metterle le mani addosso ogni volta che poteva, quando sua moglie, una vecchia buona ma brontolona, era in un’altra stanza. Insomma la ragazza non ne poteva più e cercava disperatamente un’altra pensione.
Infatti se ne andò presto perché era stufa di dover scappare e gridare per evitare le attenzioni di quel maiale del padrone di casa e di chiudere sempre a chiave la porta della propria camera e dormire poco e male per la paura. Il maresciallo usciva dopo cena, spesso rientrava ubriaco e litigava con la moglie urlando improperi e Benedetta sentiva tutto quindi non vedeva l’ora di andarsene perché lo temeva. Proprio quel giorno, dopo l’estenuante laboratorio linguistico, e il pasto in mensa, la giovinetta prese come sempre il tram per tornare alla Pensione dove di solito arrivava verso le 14.30.
Ma questa volta le cose andarono diversamente. Mentre il tram arrivava in piazza Nicola Amore che i Napoletani chiamano “e quatto palazze” per i quattro edifici identici in stile neorinascimentale che contornano lo spazio circolare della piazza, si udirono degli spari improvvisi e si vide una moto che correva all’impazzata portando in sella due persone col viso coperto ed entrambe con la pistola in pugno. Subito alcuni vigili fermarono il tram impedendo di proseguire. A nessuno fu consentito scendere. Il tram era pieno e i passeggeri, guardando dai finestrini, videro un uomo che giaceva bocconi sulla strada con la testa in una pozza di sangue. Anche Benedetta lo vide e provò una sensazione terribile che le provocò un tremito che non riusciva a dominare; attorno a lei qualcuno si mise a gridare, tutti volevano scendere per andare a vedere da vicino, molti facevano ipotesi e parlavano in tono concitato ma i poliziotti, che nel frattempo erano arrivati sul posto, non permisero a nessuno di scendere dal tram. La ragazza, in preda alla paura, si rincantucciò tutta tremante nel proprio sedile con le mani strette al petto mentre un sudore freddo le faceva battere i denti. Vide che la piazza si era riempita di gente che gesticolava e sentì che faceva un gran chiasso. Poi arrivò l’ambulanza e un medico in camice bianco corse e si avvicinò all’uomo a terra e gli tastò il polso e la carotide quindi lo fece portare via. La sosta fu abbastanza lunga e quando finalmente il tram poté ripartire lei fece davvero fatica a non svenire. Aveva sentito gli spari e aveva visto una persona a terra in una pozza di sangue! Sentiva i commenti sul tram: «una resa di conti, la camorra, l’hanno scippato, la gelosia per una donna, etc. etc.». Ma, quel poveretto era ferito o era morto. Tutto quel sangue, e lui immobile, doveva essere morto- pensò, ma era un incubo!
Quando infine scese alla sua fermata, si meravigliò di riuscire a correre come una disperata che fosse inseguita stringendo al petto la borsa con i libri. Arrivata finalmente a casa, salì le scale come in trance e, quando le venne aperta la porta la padrona, la vecchia signora Assuntina, la rimproverò per il ritardo, poi, vedendola così sconvolta e tremante, le chiese che cosa avesse e, non avendo alcuna risposta, cominciò a preoccuparsi, la fece sedere e le preparò una camomilla calda ma la fanciulla bevve e restò muta. La povera donna si spaventò perché Benedetta tremava e non riusciva a parlare, gli occhi sbarrati e colmi di terrore. Che fare? Il maresciallo non c’era e lei non poteva andare a chiamare qualcuno che potesse aiutarla per non lasciare la ragazza da sola. Allora la accompagnò in bagno e le lavò la faccia con l’acqua fredda e subito dopo la giovinetta diede di stomaco, si sentì un po’ meglio e finalmente, tra i singhiozzi, raccontò quello che era accaduto. La signora Assuntina la accarezzò e cercò di confortarla come poteva: «Signurì, non è niente, non vi pigliate paura, chilla è gente malamente!» Poi la accompagnò in camera e la fece stendere sul letto e restò seduta accanto a lei per qualche tempo quindi se ne andò sospirando «povera guagliona». Benedetta si alzò, chiuse a chiave la porta e se ne tornò al letto senza alzarsi per andare a cena. Trascorse una notte molto agitata, girando nel letto come una trottola in una alternanza tra sonno e veglia che non le consentì di riposare. La mattina successiva si alzò presto, tutta frastornata, per andare a lezione ma, arrivata all’Orientale, apprese che c’era sciopero dei professori e allora si recò subito al Collegio Don Bosco per prenotare una camera. Quindi tornò a casa, i padroni erano usciti, lei raccolse in fretta la sua roba, lasciò un biglietto sul tavolo di cucina: «Grazie di tutto, scusatemi ma ho trovato una camera vicino all’Università» e se ne andò di corsa, prima che i padroni rientrassero perché sapeva che avrebbero insistito per trattenerla e non poteva dire che lei se ne andava non solo perché troppo lontana dall’Università ma soprattutto perché voleva sottrarsi alle attenzioni non gradite che il padrone le riservava. Sicuramente lei, la signora Assuntina, avrebbe capito il vero motivo perché sapeva bene com’era fatto il marito.
Ormai quel problema era risolto, tuttavia ci volle del tempo prima che la giovane si riprendesse dallo shock subito. Così si stabilì al Collegio Don Bosco, molto vicino all’Orientale e perciò molto costoso per le sue tasche, in attesa di trovare una camera che costasse meno e con la speranza di non avere brutte sorprese. Ma qui comincia un altro capitolo della sua vita a Napoli.

[continua]


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