Il canarino, i Ribelli e il Grande Animale

di

Vincenzo Punzo


Vincenzo Punzo - Il canarino, i Ribelli e il Grande Animale
Collana "I Salici" - I libri di Narrativa
14x20,5 - pp. 78 - Euro 8,50
ISBN 978-88-6037-8859

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In copertina: disegno dell’autore


Questa favola narra le avventure di un canarino il quale, dopo aver riconquistato la libertà, si ritrova in un posto inospitale abitato da pochi superstiti. Gli Animali Ribelli sono decisi a non cedere la terra all’opera distruttrice dell’uomo. Si raccontano le loro storie , condividono un profondo sentimento di solidarietà. Il canarino, diventato un punto di riferimento, raggiunge il vecchio padrone per riferirgli degli scempi che i suoi simili stanno commettendo. Quando lo trova oltreoceano apprende la lieta notizia: l’Umanità Nuova, fedele e rispettosa della natura, è prevalsa sull’egocentrismo del Grande Animale, simbolo di un uomo insensibile che inquina l’ambiente e fa soffrire gli animali. Fra alberi che rinverdiscono, ruscelli che scrosciano e incensi che profumano, il canarino offre una risposta ai dubbi esistenziali dei Ribelli, prima che si compia un vero e proprio miracolo…


“Il testo è pregno di significati filosofici. L’Autore affronta un’attuale questione morale in relazione ai comportamenti dell’uomo nei confronti degli animali e di se stesso. Gli Animali Ribelli devono portare la buona novella per il mondo, proprio come devono fare gli Uomini Nuovi: il pianeta sarà salvato se ci sarà un cambio totale di mentalità”.


PREMESSA

Il rapporto con la natura conta più dei libri nell’educazione di un bambino.
C’è chi considera gli animali come una proprietà di cui poter disporre a piacimento e chi li considera creature titolari di diritti inviolabili. Poi ci sono le posizioni moderate di chi accetta il consumo alimentare di origine animale, purché ciò avvenga responsabilmente. In ogni caso è chiaro che essi, pur non mostrando aspirazioni artistiche, soffrano se maltrattati. La questione morale verte principalmente sull’allevamento industriale e le torture inflitte ad esseri dotati di emozioni, se non addirittura, nel caso dei mammiferi superiori, di un certo livello di coscienza. Il dibattito è molto aperto in quanto è impossibile chiedere all’uomo “homini lupus” un comportamento impeccabile verso gli animali e, d’altra parte, nessuno al mondo può godere di garanzie assolute sulla sopravvivenza.
L’uomo, esprimendo nei disegni zoomorfi la sua creatività, ha sottolineato da sempre l’importanza delle bestie. Già i filosofi greci si battevano contro gli spietati sacrifici agli dei, affermando l’assurdità di una natura creata al servizio di una sola specie dominante. Alcune filosofie orientali attribuiscono agli animali perfino una dimensione spirituale, ovvero una condizione esistenziale diversa ma di pari dignità rispetto a quella umana.
Un approfondimento a parte meriterebbe la questione dell’uso sperimentale delle cavie. Oggi l’opinione prevalente vuole che sia l’unica strada per la cura delle malattie degenerative.

Nella stesura del racconto sono stato colpito molto dalle testimonianze sugli allevamenti intensivi. Dietro le allettanti confezioni dei supermercati si nascondono numerose problematiche sociali. Alla produzione sfrenata di carne, che consuma ingenti risorse d’acqua e foraggio, consegue un ulteriore impoverimento del pianeta: pochi mangiano più carne (e di peggiore qualità) ma anche gli affamati ne pagano il prezzo.
Tutte le menti eccelse hanno detto qualcosa sull’argomento: Pitagora, Gandhi, Confucio, J. M. Coetzee, Peter Singer e Margherita Hack, per citarne alcune tra le epoche e le culture più diverse. Mi piace riportare una frase che ho sentito nel documentario televisivo Superquark: “Gli animali sono lo specchio in cui si riflettono i nostri sentimenti”.
Spinto da un forte desiderio di condivisione, fondamentale per un’invenzione narrativa, mi sono riproposto di creare un’atmosfera fantastica. Il riferimento al mondo animale scatena immediatamente il fanciullino che è in noi, per questo le favole hanno il potere di trattare con leggerezza tematiche molto serie, sia di attualità che di filosofia. Faccio un esempio. Il motto di George Orwell, Tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri (da “La fattoria degli animali” – 1984), suscita un sorriso superficiale ma nel contempo universalizza il tema dello sfruttamento dell’uomo-animale.
L’accostamento ai bambini, unito al concetto di uguaglianza sociale, mi riconduce ad un pedagogo che combatté per i valori “giusti”: don Lorenzo Milani. Ecco, potremmo dilungarci molto sulla questione animale, sulla complessa Weltanschauung che contrappone materialisti e spiritualisti, teologi e scienziati, o sulle convergenze etiche tra creazionisti cristiani ed evoluzionisti atei. A tale proposito sono citati due grandi personaggi: San Francesco d’Assisi e Rita Levi Montalcini.
San Francesco visse nel tempo in cui l’osservazione della natura aveva un carattere sostanzialmente allegorico. Gli animali, onnipresenti nelle opere medievali, rappresentavano segnali divini tra il reale e l’oltremondano. In questo contesto storico il Santo, autore dei celebri miracoli del lupo di Gubbio e del mercante di agnelli, riconosce loro, oltre al valore affettivo, una precisa individualità che è il riflesso dell’amore cristiano. Gli uccelli e i pesci sono nostri fratelli e tutte le cose, compresa la morte corporale, nostre sorelle.
La neurobiologa torinese, vissuta in piena globalizzazione, introduce il tema del rapporto tra scienza e religione che non sono in contraddizione, poiché entrambe sorrette da uno spirito trascendentale tendente alla verità e al bene. Infatti, pur criticata dal popolo animalista, la Montalcini si è distinta non solo per le scoperte mediche ma anche per l’impegno a favore dei giovani, l’istruzione, della parità di genere e contro il razzismo.
Nella scienza non c’è una considerazione strumentale nei confronti degli animali quale è, ad esempio, quella derivata da errate interpretazioni bibliche, anzi è dimostrata, a partire dalle teorie di Darwin, una notevole affinità genetica e comportamentale con l’uomo.
Che aggiungere allora, se non sperare che questo senso di fratellanza, sacro o laico, si realizzi davvero, partendo dall’attenzione quotidiana verso l’ambiente e i consumi? Il discorso si fa difficile, poco consono ad un racconto del genere, e io penso che ogni uomo abbia dei limiti. Pertanto è meglio che a continuare il discorso lo facciano loro: il maiale, l’ermellino, l’ippopotamina, la rana e il rospo, la lince, l’orangotango! Lo facciano loro, per il bene del creato. E a te, piccolo canarino, che vedo saltellare nella gabbia, continuando a guardarti con meraviglia, ad ascoltarti, a coccolarti, chiedo: è giusto farti stare in carcere? Io ti do tutto: l’acqua, il mangime, il pastoncino all’uovo. Ti pulisco il beverino tutte le mattine, ti tolgo la cacca dal cassettino, poi ti aggiusto l’altalena. Spesso ti cambio l’osso di seppia che è ricco di calcio e sali minerali. Ma…, rispondi, tutto ciò è contro la tua volontà? Talvolta cerco di assolvermi. Penso che a quest’ora, se non fossi in gabbia, saresti già stato digerito da qualche poiana famelica. Non sai volare, non sai difenderti. Questo non è il tuo habitat. La colpa è dei conquistadores spagnoli che dalle Isole Canarie mai importarono bene più prezioso.
Giorni fa l’ho tirato fuori con il dito sul quale mi sale per beccarmi in allegria. Sembrava confuso, in uno spazio ignoto e sconfinato, sebbene racchiuso tra le quattro pareti della cucina. Si è messo in allerta e timidamente, come un nuotatore principiante, s’è dato lo slancio. È rimasto un attimo sospeso nell’aria sbattendo rumorosamente le ali e dopo una goffa piroetta si è riaggrappato al mio indice. Come volevasi dimostrare: lui non mi abbandonerebbe mai.


Il canarino, i Ribelli e il Grande Animale


C’era una volta un paradiso sconosciuto dove l’estate era fresca e l’inverno era mite. Una brezza perenne diffondeva la salsedine del mare e non c’era mai siccità. Crescevano in quel luogo incantato le querce maestose, slanciati boschi di pini, alberi a forma di cuori e di ballerine con le chiome rigogliose disegnate da Madre Natura. Nelle praterie si stemperavano a perdita d’occhio meravigliose tonalità di verde ravvivate dalle corse dei cerbiatti. I cavalli pascolavano in libertà. Gli scoiattoli rosicchiavano le nocciole. I lucci saltavano sulle rapide del fiume sorvolando le salamandre crogiolate al sole. C’erano una montagna e una collinetta sullo sfondo. Le aquile vi si trattenevano la sera insieme con le pecore per condividere, mai annoiate, la tregua del tramonto che indugia sui cristalli di marmo.
C’è una storia, accaduta tempo fa, che ha dell’incredibile. La memoria è ancora viva e fa paura ma nessun animale della foresta ha mai avuto il coraggio di raccontarla.


Il canarino era disperato

Non aveva mai visto niente di più brutto: una distesa polverosa, brulla, buia, avvolta da un clima asfissiante. Ce ne sono di posti inospitali sulla Terra. Ad esempio nei deserti è quasi impossibile la vita. Sono talmente aridi che cresce solo qualche pianta grassa. Sull’altopiano del Tibet è difficile respirare perché c’è poco ossigeno. Eccessivamente fredde sono le regioni polari, prive di luce solare per metà dell’anno. Eppure nulla, nemmeno la distruzione di un cataclisma, rendeva l’inquietudine di quell’inferno. Non c’è sensazione più raccapricciante nel vedere una bellezza naturale deturpata dall’uomo.
Il povero canarino si svegliò dopo un lungo viaggio. Subito respirò la putredine nell’atmosfera rarefatta che gli impediva di svolazzare. Così rimase immobile su un ramo secco a guardarsi intorno. Si chiese quali abitanti c’erano stati lì e, soprattutto, era incuriosito da un gigantesco tendone plumbeo, sopra la collina, che oscurava il cielo. Il terreno spaccato, simile ai mari lunari, non assorbiva una goccia da chissà quando. Non arrivavano correnti d’aria, né nuvole ristoratrici. Aveva paura. Nemmeno le locuste e gli scorpioni potrebbero adattarsi ad un ambiente del genere. Mentre pensava, nei pressi di uno stagno prosciugato, mise a fuoco una strana presenza. Sì, doveva essere un animale, e com’era strano! Aveva un muso gigantesco e le zampe corte, la pelle liscia color sangue, l’espressione contrita di uno che si pente amaramente di una scelta sbagliata.
Osservando ancora intorno scorse, poco lontano, un altro quadrupede, col pelo maculato e gli occhi obliqui, le orecchie dritte somiglianti ad una sua vecchia conoscenza. Entrambi erano nervosi e respiravano a fatica. L’uccellino provò un sentimento di compassione. Era strano incontrarsi in un oceano di silenzio. Almeno nel deserto le dune si muovono; lì tutto era maledettamente fermo.
Il canarino era disperato. Com’era finito in un posto così, più terrificante di uno sparviero e più angusto di una gabbia? Si era rannicchiato su un ciuffo di erbacce pruriginose che resistevano nelle fessure della roccia. Non aveva la forza di reggersi in piedi. Si sentiva affamato e depresso. E dire che il nostro aveva tutta l’esperienza per pensare in positivo malgrado le avversità. Aveva superato tante disgrazie: la cattività, la malattia, la fuga e il rocambolesco naufragio che l’aveva trascinato lì. Ora non c’era via di scampo e c’era poco da essere ottimisti. Il canarino cominciò a piegarsi lentamente sulle zampe chiudendo e riaprendo gli occhi. I rimorsi della vita trascorsa già lo assalivano ma sapeva bene che nel buio pesto non tarda ad accendersi la fiamma della speranza.
L’uccellino osservava i sassolini lisci e marroni nello stagno. Erano evidenti presenze che gli lanciavano segnali di conforto. Che misteriosa empatia c’è tra gli animali! E di quali sinceri sentimenti son capaci: in bella mostra la rana e il rospo si leccavano il dorso l’uno all’altro. Forse, così facendo, s’aiutavano ad idratare la pelle ma il canarino lesse in quell’abbraccio una stupenda poesia d’amore.
L’ippopotamina invece era stata abbandonata dal marito e piangeva in solitudine. Aveva un pessimo umore: pensava quanto era stata sciocca a muoversi goffamente sulla terra quando avrebbe potuto, nei tempi belli di una volta, godersi l’acqua copiosa e trasparente. Rimpiangeva i suoi figli, sperando che non si facessero male nelle lotte tra maschietti. Rimpiangeva gli uccellini che un tempo le ripulivano la schiena. Per lei trovarsi in quel posto maledetto era stata una scelta. Promise che avrebbe venduto cari i suoi canini d’avorio e che se doveva morire l’avrebbe fatto da sé, non per mano del Grande Animale.
Il canarino capì perché in quella landa senza vento e senza luce non passava un uccello. Con la sua vista acuta s’accorse che nelle spaccature ai piedi della montagna, dov’erano ammassati rifiuti e materiali di risulta, il fiume secco si diramava in mille rivoli dove boccheggiavano i pesciolini. Il canarino ricordava i pesciolini rossi. Loro in una vasca di vetro, lui in una gabbia di legno, avevano condiviso la gioventù nella casa del vecchio padrone.


C’era vita

E così se ne stava a guardare quel posto desolato girando il collo a destra e a manca. Una moltitudine di tronchi secchi popolava il versante della collinetta di fronte. I rilievi lontani che scendevano progressivamente mostravano opere di scavo e discariche all’aperto. La costruzione più inquietante era sopra. Sebbene altissima e di una tinta appariscente non si capiva che funzione avesse. Richiamava la struttura di un tendone o di un capannone, con le travi arrugginite e i piedritti di cemento.
Tuttavia, per quanto grave fosse quella situazione, il canarino aveva altri pensieri che lo assillavano più della fame e dell’arsura. Era costretto a stare accovacciato sul cespuglietto che sporgeva dalle crepe. All’improvviso udì dei versi particolari. Un astruso “gra-gra!” echeggiò da un fosso semicoperto. Attento a non sollevare troppo il petto guardò in quella direzione. Poi pizzicò un granello nella sterpaglia badando a non cadere giù. La sua attenzione fu subito attirata da un nuovo verso, stavolta insidioso, perché sembrava il miagolio di un micio smarrito. Gli uccelli anche se non hanno le orecchie sentono benissimo. Hanno la vista acuta e un sorprendente senso dell’orientamento. Nessun animale può come loro fare migrazioni di migliaia di chilometri e ritornare allo stesso identico nido dell’anno prima.
In altre circostanze quel miagolio avrebbe messo un bel po’ di paura al canarino, ma non fu così per un semplice motivo: gli animali comprendono bene gli stati d’animo di un’altra specie. In quel caso il cucciolo piangeva. Avrebbe voluto essere altrove per svezzarsi insieme con i fratellini, però purtroppo era da solo, in un lugubre averno. Il fiume a causa del clima era diventato un rigagnolo torbido, coperto da una schiuma biancastra. All’ombra perenne di quella mostruosa costruzione era sempre buio. Infatti s’era fatta sera e nessuno se n’era accorto. Il fruscio delle foglie cadute rompeva di tanto in tanto il silenzio.
Il piccolo volatile s’addormentò per la stanchezza, senza pensare alla cosa preziosa che stringeva gelosamente sotto il ventre. C’era vita in quel luogo disperato ma per fortuna non c’erano le cornacchie fameliche. Quindi poteva dormire sonni tranquilli.


Il giorno dopo

Potevano essere trascorsi giorni, forse mesi. Non fu l’alba a svegliarlo, bensì la fame. Gli artigli esausti ormai mollavano la presa e se non fosse stato per la sua unica ragione di vita…
C’è un ordine supremo nella procreazione. Consideriamo le api: quanto lavoro per produrre la cera, costruire l’alveare, trasformare il nettare in miele e pappa reale. Tutto ciò per assicurare la continuità delle generazioni! Parimenti miracolosa è la loro organizzazione sociale, prodigiosa come quella delle termiti, dei canguri, degli orsi o del Grande Animale.
E quindi il canarino se ne stava accovacciato, nell’inconfondibile posizione di chioccia che al maschio non riesce proprio spontanea. Comunque sia finì d’aver paura o soggezione verso i compagni di sventura. Percepiva l’odore dell’ippopotama, tanto robusta da poterlo schiacciare senza accorgersene. Sentiva i lamenti dei felini che avrebbero potuto far di lui un solo boccone. Malgrado tutto era rilassato. In quel territorio non sarebbe entrato nessun rapace. E poi, alla fin fine, nessun predatore è malvagio per indole. È solo questione di sopravvivenza: c’è chi si nutre di erba e chi di carne. Solo il Grande Animale è al di sopra della regola.
Sembra strano, un canarino si interroga. Quella mattina intuì, dalla sagoma agonizzante del mogano, che le radici del cosmo sono nel respiro di una foglia. Che ci facevano tanti disgraziati sotto un albero spoglio? Chi era l’artefice di quell’asfissiante cappa fra il cielo e la terra?
Dopo, ritempratosi appena da un sonno agitato, decise di muoversi. Depose con dolcezza il tesoro che covava sotto le piume e spiccò un volo verso il rigagnolo. Vi trovò, in mezzo all’argilla arida, tra bucce ammuffite e larve putrefatte, dei semi di scagliola. Evitando la schiuma biancastra frugò col becco nella ghiaia: c’erano alcune alghette commestibili, segno che la siccità era recente. Seguitò a zampettare, sgranchì lievemente i muscoli. In quel frattempo sentì di nuovo lo spettrale “gra-gra” del giorno prima. Da quella visuale poté vedere meglio la coppia di rane che lo fissavano vigili. A loro modo gli avevano dato il benvenuto.
Il canarino emise una nota di stupore cui replicò un altro gracidio. C’era acqua in quell’angolo sperduto del mondo. Stagnante, sporca, ma pur sempre acqua. C’era vita. Stanca, disperata, ma pur sempre vita. Il cucciolotto che l’aveva svegliato intanto miagolava insistentemente. Avvertiva per istinto l’assenza della mamma biologica, perciò il suo richiamo era un innocente desiderio di coccole. L’uccellino, che tante ne aveva passate nella vita, provò tanta pena per lui.

[continua]


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