Pensieri… parole

di

Vincenzo Bolia


Vincenzo Bolia - Pensieri… parole
Collana "Le Schegge d'Oro" - I libri dei Premi - Poesia
14x20,5 - pp. 60 - Euro 7,00
ISBN 978-88-6037-7944

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In copertina: «Albenga, le torri» di Giuseppe Ferrando


Pubblicazione realizzata con il contributo de
IL CLUB degli autori in quanto l’autore è 1° classificato nel concorso letterario O. Nipoti – Ferrera Erbognone 2006


PREFAZIONE

Quasi il verso possedesse una sua coreutica, una forma di percettibile fisicità, un suo andamento gestuale: la parola poetica di Vincenzo Bolia sembra in tal modo sporgersi da se stessa andando incontro alla lettura, mentre si avvolge di persuasiva intonazione e crea un tessuto di carattere emozionale che arriva diretto al fruitore e lo coinvolge. “Un tenue / fil di pianto / io sento / dietro un monte / smarrirsi come un canto / laggiù all’orizzonte. / (…)”, si dice in un passo del libro: sono questi spazi sulla soglia di un’altra nozione di spazio già portatrice di una spazialità metafisica (riflessa, per esempio, in quel qualcosa di tenue, dolorosamente flebile, ma udibile, contro ogni logica del ‘reale’, da “dietro un monte”) a raccogliere gli apici di lirismo dell’autore, per il quale il vero non è che l’aspetto immediatamente riconoscibile del verosimile. Pure altrove, le ampiezze desiderate e realizzate dall’autore trovano una formulazione di inediti effetti: Mare tempestoso ne è un esempio emblematico allorché “scogliera” e “bandiera” divengono due punti di riferimento la cui distanza può essere misurabile solo in termini di vento e quindi di codice poetico.
In un altro caso e contesto, avendo avuto l’occasione di considerare l’opera di Bolia, scrivevo con convinzione dell’“apertura dell’enunciato offerta a plaghe areate, a spazi paesaggistici ora giocati sul dettaglio o sullo scorcio e ora sconfinati, ora descrittivi e ora metaforici”, aggiungendo, inoltre, come tutto ciò, in una prospettiva etico/estetica, sapesse fornire un’attualizzata continuità al clima della ‘scuola ligure primo-Novecento’.
Resto, naturalmente, della stessa idea, anzi, la ribadisco, e sottolineo ulteriormente il legame affettivo e culturale che Bolia ha instaurato con la propria terra; tuttavia, basandomi ora su un più vasto repertorio testuale, sento quelle pur sottoscrivibili indicazioni limitative di fronte a una così vasta istanza poetica. Non vi è, infatti, spazialità di risonanza e d’immagine, nella scrittura di Bolia, che non abbia (anche nella pura referenza, talvolta finanche geografica, delle ampiezze ispirative) un rilievo di marca esistenziale. In altri termini, il poeta guarda e trasforma; il luogo reale si fa luogo della mente (d’altra parte, la Liguria – la sua Albenga – è, per lui, luogo reale e luogo della mente); la coscienza dell’hic et nunc si fa presupposto di linguaggio; e dunque, l’aria e l’immensità, il senso delle cose e l’universo, una montagna e il mare, l’acqua e le tenebre, si fanno infine respiro della parola e dinamica del codice poetico in divenire; e pure il sonno e il sogno, l’illusione e l’assenza, la memoria e la preghiera sono spazi in cui il macrocosmo è riverberato dal microcosmo e viceversa.
La totalità dell’essere in, dell’esistere per, è il progetto primario di questa scrittura in versi, dove niente va disperso e ogni elemento, dal gusto visuale alla seduzione acustica, trova ragione di sé e condensa espressiva nella peculiare accezione di intima cantabilità (tra l’altro, fisionomizzata dalla ‘sinuosità grafica’) che, mentre sovrintende al primo piacere della comunicazione, accompagna la conoscenza della poesia nei meandri nascosti dei significati profondi.
Del resto, Bolia non si accontenta – né si potrebbe mai accontentare – del ‘sentimento semplice’ o univoco. In Staffetta, poesia a un tempo diretta ed enigmatica, si legge: “ (…) / Voi / vivete in me / ed io / in voi / e / il testimone della vita / continuerà / a passar / di mano in mano.” È un passo quasi biblico, ermetico e illuminante nel sostanziarsi all’interno dell’ineluttabile, di un dogma legato ai contenuti della vita. Eppure, alla constatazione si unisce l’accettazione, all’accettazione la scoperta dell’Io negli altri e nel mondo, con le sue implicazioni, i suoi sismi.
Non stupisce che l’illustre autore abbia scritto testi per musica: la musica può, potrà sempre, rivelare intenzionalmente quell’estensione di densità lessicale peraltro già viva sulla pagina; né stupisce che alcune poesie siano previste alla doppia versione, italiano e dialetto albenganese: anche il dialetto – o, forse, soprattutto il dialetto – è una forma di estensione, di ‘espressione radicale’; e poi, nella precisa contingenza, rispecchia appieno quel legame di cui parlavo poc’anzi, ossia afferma quell’unione viscerale e intellettuale, quell’identità assolutizzante tra regione e scrittore che è di nobile origine, di solido ceppo storico, e qui, in un libro come Pensieri… parole, si realizza con la forte incisività dell’appassionato afflato affettivo.
E questo autore, cosa cerca, se non, costantemente, l’espressione radicale del proprio slancio affettivo da trasfondere nell’essenza stessa dell’offrirsi alla poesia?

Rodolfo Tommasi


Pensieri… parole


GIULIETTA

Giulietta,
a tò vìtta
a l’è stèta in rumanzu
che in t’in lìbbru
u nu ghe pure”ea
proppiu stà,
ina vitta sacrificà
sènpre ai âtri,
sénsa mai
in müméntu pé ti.

Me Giulietta,
mi e nu treuvu
âtre pa”olle,
pe”ò ina cösa
e te a veuïu ancù dì:
grassie de tùttu
quéllu che ti l’èi fètu,
anche pé mi.


LIGURIA

Cinta dai monti
e dall’azzurro mare,
attraversata qua e là
da lunatici torrenti,
patria dell’ulivo
e del ciel ventoso
Liguria,
terra mia,
con te l’inverno
è come primavera.


LIGURIA

Cunturnâ dai munti
e da-u bleu du mâ,
traversâ de lì e de là
da capriçiuzi rièi,
patria de l’u”ivu
e du çê vèntusu,
Liguria,
mé tèra,
cun ti l’invèrnu
l’è cumme
primave”a.


ALBENGA

Com’è bella Albenga,
città antica.
La torre
di Palazzo Oddo
vedo in primo piano,
più lontani
il campanile della cattedrale
e poi le torri
di Palazzo Vecchio
e dei Malasemenza,
da secoli abbracciate,
che si fanno compagnia.
E tetti dappertutto
sulle rugose case ingaune.
Spero
di rivederti presto,
Albenga,
mia città turrita,
affacciata sul Centa
e con l’isola Gallinara
che ti guarda da lontano.


ARBENGA

Cumme a l’è bèlla Arbenga,
çittè antiga.
A tûre
du Palàssu Oddu
e veggu in prìmmu ciàn,
ciù luntàn
u canpanìn de San Miché
e peui e tûri
de Palàssu Vêggiu
e di Malasemènsa
che da séculi abbràssei
i se fan cumpagnîa.
E téiti dapertùttu
in scè rûguse câ ingaune.
Mi spe”u
de rivegghete prestu
Arbenga,
mé çittè da-e sèntu tûri,
affacciâ
in scià Sènta
e cun l’îsu”a Gallinara
ch’a te mi”a da luntàn.


LA VITA

Parole,
frasi insensate,
le nostre,
timidamente scritte
sulla sabbia amica,
ma un’onda arriva,
improvvisa,
irruenta
e le cancella tutte,
portandole con sé.


A VÌTTA

Pa”olle,
frasi insensèi
e nossce,
timidamènte scrîte
in scé l’a”enn-a amiga,
ma in’unda arivâ
tüttassemme,
cun irruènsa
e-e scancelâ tùtte
purtandusele via.


COME UNA STELLA

Sei apparsa
all’improvviso
nella notte buia
e in punta di piedi
sei entrata
dentro il mio silenzio
dando un senso
alla mia vita
immensamente
vuota.


CUMME INA STÉLLA

Ti sèi cumparsa
inpruvvisamènte
in ta néutte scû”a
e in punta de pêi
ti sèi intrà
drentu au me silénçiu
dandu in sènsu
a-a me vìtta
immènsamènte
veuïa.


MARE TEMPESTOSO

Onde violente
s’infrangono
contro la scogliera
e il vento di libeccio
non risparmia
una bandiera dimenticata.
Barche a vela
al largo
sembrano in difficoltà,
più vicini
gabbiani affamati
volano rabbiosi
alla ricerca di qualcosa
da mangiare.
E nel mare tempestoso
della vita
l’Uomo ha fame
di Verità.


MÂ TENPÈSTUSU

Unde viulènte
i se franzen
cuntra a scugêa
e u véntu de libécciu
u nu risparmia
ina bandêa scurdà.
Barche a vé”a
a-u làrgu
i pàn in dificultè,
ciù da vijin
uchìn de mâ afamèi
vo”an araggièi
a-a riçèrca de quarcôsa
da mangià.
E
in tu mâ tenpèstusu
da vìtta
l’Òmmu u l’ha fàmme
de Ve”itè.


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