Ad un passo da te

di

Silvana Feola


Silvana Feola - Ad un passo da te
Collana "Le Schegge d'Oro" - I libri dei Premi - Narrativa
12x17 - pp. 68 - Euro 7,50
ISBN 978-88-6587-1652

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Pubblicazione realizzata dal Club degli autori quale premio, in quanto è risultata 1ˆ classificata – Sezione narrativa alla XV Edizione del Premio Letterario Città di Melegnano 2010


Prefazione

Il libro di Silvana Feola, dal titolo “Ad un passo da te”, è una raccolta di otto racconti dedicati alle “creature a quattro zampe”, ma queste simboliche narrazioni contengono anche numerosi riferimenti al comportamento umano in relazione al mondo animale e offrono interessanti spunti per profonde riflessioni sul rapporto uomo-animale, nonché dimostrano chiaramente come alcune vicende, che possono tranquillamente considerarsi effettivamente accadute, possono insegnare all’Uomo il significato più autentico dell’amore: quell’amore che un animale può regalare all’essere umano, senza chiedere qualcosa in cambio, senza tornaconto, senza calcolo opportunistico.
Le vicende raccontate da Silvana Feola, con parole appassionate e notevole creatività narrativa, possono rappresentare le testimonianze quotidiane che abbiamo osservato con i nostri occhi e vissuto sulla nostra pelle: tutti i racconti sono pervasi da forte umanità e ammantati da atmosfere poetiche, fino a sorprendere per la loro intensità, fino a commuovere per la loro capacità di mettere in primo piano la constatazione, più volte confermata, che esiste qualcosa di magico “nel modo di amare di un cane”.
È inevitabile fare alcuni riferimenti al contenuto dei racconti anche per dare prova del ventaglio di emozioni che possono sprigionare le parole sincere di Silvana Feola.
Ecco allora la storia di un cucciolo che vive in una gabbia, privato della libertà e del desiderio di “rotolare nell’erba”, di vedere com’è fatto il mondo “fuori da quella gabbia”: ma, inaspettatamente, trova un amico, Tobia, un cane da tartufo che, quando può, va a trovarlo e gli racconta della bontà del suo padrone che lo capisce con lo sguardo e gli fa capire che il dono della parola diventa superfluo.
In un altro racconto, ritroviamo la storia di un cane che, casualmente, incontra un vagabondo che dorme sotto i ponti: e proprio quell’uomo, che non ha quasi niente, sarà disposto a dividere con lui, in fin dei conti, un cane sconosciuto, quel poco di pane che gli permette di sopravvivere. E lui, come un cane fedele, starà sempre vicino a quell’uomo, anzi, lo seguirà “oltre la vita”.
E poi, la storia struggente di “Spillo”, un cane randagio così buono che era stato adottato ed era diventato il cane del quartiere: e sarà proprio lui a salvare la vita di un bambino che rischiava di essere investito da un’auto, sacrificando se stesso e meritando una statua nella zona del parco dedicata al passeggio dei cani.
E, ancora, la dolorosa vicenda di un cane fedele che ama il suo padrone e continua ad aspettarlo anche se è stato abbandonato in una stazione di servizio dell’autostrada: come a dimostrare la fedeltà assoluta di cui è capace un cane; e, in un altro racconto, la storia struggente di un cane che rinuncia alla sua felicità pur di conservare il “suo sogno” di poter tornare dal suo padroncino che è un bambino gravemente ammalato; infine, in ultimo, l’amorevole storia di un vecchio cane San Bernardo, che racconta la sua esperienza e la sua missione che è sempre stata quella di salvare gli esseri umani quando sono in pericolo: un cane eroe che ha rischiato la vita molte volte per aiutare l’Uomo.
Le storie raccontate da Silvana Feola dimostrano che il cane è capace di amare più della sua vita chi si è preso cura di lui, colui che gli ha regalato una sola carezza, un po’ di pane quando era affamato, o gli ha offerto la semplice presenza umana, meritando, comunque, la sua fedeltà.
Silvana Feola, con le sue parole piene d’amore e di poesia, riesce a rendere umani, anzi, migliori degli esseri umani, i protagonisti di questi racconti che sono i cani che ci accompagnano nella nostra vita ed hanno la capacità di amare “oltre la vita”, oltre il confine limitato della loro esistenza: sicuramente, molti di loro ci aspetteranno nell’aldilà.

Massimiliano Del Duca


Ad un passo da te


Dedicato
alle mie creature a quattro zampe,
perché con la voce degli occhi e il sorriso della coda
mi hanno saputo insegnare
cosa significhi amare


Oltre la rete

Pioveva quel giorno. Pioveva a dirotto. Raggomitolato sul mio letto di stracci tremavo di freddo e guardavo fuori con lo sguardo che si perdeva fra il tutto e le sue tante sfumature. Ero piccolo e per questo non avevo molto a cui pensare e ancora meno da ricordare. Ma forse era un bene per me, perché in questo modo avevo poco da rimpiangere. Le grate della gabbia in cui ero rinchiuso mi separavano dal mondo e dalla libertà. Ma non dalle intemperie. Anche quel giorno il vento soffiava severo. Pericoloso e tagliente, come la lama di un coltello affilato. E la pioggia entrava. Eccome, se entrava. Nel mio giaciglio di sterpaglie e fra i pensieri sbiaditi dalla solitudine. Davanti ai miei occhi la scena di sempre. Sempre la stessa. Un bosco di alberi alti e imponenti che si protendevano nel cielo fino a quasi sfiorarlo. Da quando intorno a me tutti avevano smesso di abbaiare, regnava un silenzio surreale in quella selva boscosa, rotto solo dal festoso cinguettio degli uccellini che spesso mi incantavo ad osservare, steso a terra con il muso tra le zampe. Pareva un dipinto fatto a mano, colorato con il verde della natura e le sue tinte scintillanti. Di tanto in tanto i raggi del sole filtravano tra i rami intrecciati dei castagni fioriti. Sì. Era come un dipinto che qualcuno aveva scordato lì, fra foglie ingiallite e parole scordate, portandosi dietro ogni cosa meno che lui. Perché forse era troppo grande. Forse troppo ingombrante per metterlo in valigia.
Le gocce della pioggia danzavano sulle foglie degli alberi al ritmo festoso di un’allegra melodia. Prima che si trasformasse quasi in bufera, una brezza leggera mi aveva portato generosa il profumo della pioggia. Un odore di umido e terra bagnata che mi inebriava cullando la mia fantasia, e disegnandomi in testa i contorni perfetti e definiti di una libertà che nemmeno conoscevo. Ma la libertà non ha forma. Come la pioggia non ha odore. Ed io passavo le mie interminabili giornate a chiedermi cosa ci fosse oltre quella rete di filo spinato. E aspettavo. Passavo ogni interminabile giornata, aspettando. Vi chiederete cosa potesse mai aspettarsi un cucciolo di cane, che nei suoi primi mesi di vita non aveva conosciuto altro se non i miseri confini di quella gabbia un metro per uno. Eppure, non ci crederete! Ma avevo anch’io qualcosa da aspettare. E forse chissà! Anche qualcosa da sperare. Nel mio piccolo ero stato pure fortunato, la mia casupola di legno era l’ultima di una fila interminabile ed era la più vicina alla rete di recinzione, oltre la quale c’era un mondo fatto di chissà quali straordinarie sorprese. Quelle che io, a differenza di chi era fuori, potevo solo immaginare. Sapete benissimo che sia per voi uomini che per noi animali ogni età ha la sua singolarità. Quella di un cucciolo, come del resto di un bambino, è l’età del gioco, della spensieratezza, della curiosità. La fanciullezza, che per noi cani dura lo spazio di qualche mese, è il momento in cui si vuol scoprire cosa c’è oltre i propri occhi e oltre i propri giorni. In cui si cresce con entusiasmo e allegria. Guardando il mondo con ingenuità e disincanto. Ma la mia infanzia è stata diversa. Anzi, a volte mi sembra di non averla mai realmente vissuta. Come se qualcuno me l’avesse rubata. Me l’avesse strappata con prepotenza, impedendo alla natura di seguire il suo percorso naturale. Ancora oggi, che adulto lo sono davvero, non comprendo il perché di questa violenza. Da dove ero io non c’era modo di scoprire proprio niente. Nessuno mi aveva mai fatto uscire da quella gabbia. Avevo tanta voglia di correre. Di rotolare nell’erba. Di inseguire gli uccelli nell’aria, magari volando come facevano loro, in alto, sempre più su, fino a toccare il cielo scoprendo il suo vero colore. Ed invece ero inchiodato lì. Non so da quanto tempo. Onestamente, proprio non lo so. Ero stato separato dalla mamma quando i miei piccoli occhi marroni non avevano ancora visto la luce. Ma io me la ricordo, la mia mamma, sapete? Mi ricordo il suo profumo e i battiti armonici del suo cuore. Ricordo ancora la sua delicatezza nel nutrire me e i miei fratelli. E la sua pazienza a sopportarci attaccati al suo seno anche per tutta la notte. Non ho fatto in tempo a vederla, la mia mamma. Ma sono certo che fosse bellissima. Fra tutte la più bella. Quando ho aperto gli occhi per la prima volta, l’avevano già portata via. L’ultima volta che l’ho sentita accanto, è stato molto veloce. L’ho sentita abbaiare, e ho pensato che qualcuno l’avesse fatta arrabbiare. Quindi ho udito un lungo lamento, di cui non ho capito la ragione. Poi niente più. Solo il silenzio. Certo è che da allora non so che fine abbiano fatto lei e i miei fratelli. Fino a qualche giorno fa sentivo gli altri abbaiare e mi auguravo che lei fosse fra loro. Poi, è sceso il silenzio, come a volte cala la nebbia. Quindi non so cosa pensare. Chissà dov’è, ora?! Ma ovunque sia, spero almeno che sia libera e felice. Vivevo da sempre rinchiuso in quella piccola cuccia, che era tutto il mio mondo. Il solo mondo che conoscessi. All’inizio qualcuno mi portava un po’ d’acqua e qualcosa da mangiare. Un energumeno rozzo con le mani giganti e le brutte maniere. Da principio un po’ di latte. Poi qualche pezzo di carne probabilmente andata a male. Ma a me andava bene così. Mica facevo lo schizzinoso! Avevo imparato presto che per sopravvivere bisognava accontentarsi. Accoglievo sempre con gioia quel burbero vecchio con la barba lunga. Speravo sempre che si fermasse a giocare un po’ con me. Per questo scodinzolavo e mi buttavo a terra pancia all’aria. Ma non si fermava più di qualche secondo e non mi degnava del minimo sguardo. Anzi qualche volta mi ha pure picchiato. Col passare del tempo, le sue visite hanno cominciato a diradarsi, fin quando ad un certo punto non è venuto proprio più. Abbaiavo per chiamarlo quando avevo fame. Ma non è mai servito a nulla. Abbaiavo per parlare con i miei amici delle altre gabbie, ma ad un certo punto non ho sentito più le loro voci. Mi chiedevo dove fossero tutti. Forse erano andati via col vecchio che caricandoli sul suo furgone sgangherato li aveva portati chissà dove. Verso la libertà, pensavo allora. Chissà verso quale altro inferno, suppongo ora. Ma in quel momento mi sentivo offeso, perché ogni posto sarebbe stato migliore di quello e non capivo perché non mi avessero portato con sé. Soffrivo nel sentirmi abbandonato, ma solo oggi mi rendo conto che forse è stata la mia salvezza. Rimasto solo ho capito che per andare avanti, dovevo arrangiarmi nutrendomi di ciò che avevo intorno: i miei escrementi e la mia pipì. Poi è finita l’ultima scorta di acqua, perché sbadatamente l’ho rovesciata a terra. E tutto è diventato più difficile. Vi starete ancora chiedendo cosa mi aspettassi dalle mie giornate sempre uguali. Avete ragione. Ora ve lo spiego. Tempo addietro, prima che il vecchio mi abbandonasse del tutto, avevo sorprendentemente trovato un amico, che ogni tanto mi veniva a trovare. Si chiamava Tobia. Era un cane da tartufo, cioè un tipo un po’ più grande di me, che oltre ad essere buffo e simpatico era dotato di un fiuto molto fino e aveva la grande dote di trovare questi strani cosi che gli uomini chiamano tartufi. Sia chiaro, io non sapevo nemmeno come fosse fatto un tartufo. Tobia mi aveva spiegato che era una specie di fungo e quando gli avevo fatto notare di non sapere nemmeno cosa fosse un fungo, aveva compreso che non conoscevo molto del mondo e che avevo tanto da imparare su di lui e sulla vita. Decise quindi di venirmi a trovare ogniqualvolta il suo padrone lo avesse portato nel bosco in cerca di quei cosi pregiati e costosi. E nei momenti di pausa, si era preso l’impegno di venire accanto alla rete, a portarmi qualcosa da mangiare e a raccontarmi come fosse fatto il mondo, di fuori. Così ho saputo che il mare è un’immensa distesa, fatta di onde che si muovono avanti e indietro, a volte, delicate, come per cullare chi le guarda, altre impetuose, come se arrabbiate con sé stesse e con tutto il creato. Così ho saputo della luna che illumina la notte e delle stelle che accendono il cielo invadendolo di luci e di mille riflessi. E pensare che da quaggiù le chiome dei castagni giganti coprendo il cielo, mi celavano la notte mostrandomela come un mostro nero che inghiottiva sogni e speranze. Allo stesso modo Tobia mi ha svelato i segreti del bosco, che è il centro attorno al quale ruota tutto il suo universo. Mi ha raccontato di quanto sia divertente calpestare le foglie secche e i rami avvizziti caduti a terra per sentirne il festoso crepitio, annusare l’aria e rubare il profumo buono della resina degli alberi, inseguire gli scoiattoli e ascoltare il fruscio del vento mentre si avvicina la sera. Poi, un bel giorno, il mio amico mi ha parlato del suo padrone e per la prima volta ho intuito che voi uomini non siete tutti cattivi come l’unico che ho conosciuto io, il vecchio con la barba lunga. A Tobia splendevano gli occhi ogni volta che parlava di lui, ogni volta in cui mi raccontava la gioia del suo padrone quando lo portava da quei benedetti tartufi e per ripagarlo della succulenta scoperta gli regalava un osso gigante, dopo averlo riempito di mille carezze. Ecco cosa aspettavo nelle mie giornate sempre uguali. Aspettavo il mio amico che mi desse un po’ di vita con i suoi intensi racconti. Anche quel giorno che pioveva a dirotto, aspettavo lui, dietro quelle sbarre. Rimasto ormai solo, Tobia era il mio unico gancio con il mondo oltre la rete. Ma quel giorno Tobia non arrivava, forse dovevo aspettare che smettesse di piovere. Ma non avevo più forze. Mi sentivo stremato dalla fame e dal freddo. Non avrei resistito ancora a lungo. E in cuor mio lo sapevo. Poi la pioggia cessò di suonare la sua musica beffarda. Ed io chiusi gli occhi sognando Tobia e la sua ultima storia. Un giorno mi aveva raccontato di quanta poesia ci fosse nelle chiacchierate fatte con il suo padrone, sotto il portico di casa sentendo l’odore della sera e il silenzio della campagna. Mi chiedevo come potessero capirsi visto che noi e voi uomini parliamo due lingue ben diverse. Bè, Tobia mi aveva spiegato che quando un uomo vuol bene al suo cane, non servono parole, per parlarsi. Basta usare gli occhi e lo sguardo, per capirsi. Un sorriso. Una carezza. Un movimento di coda e niente di più. Invidiavo Tobia, per il legame che aveva col suo padrone. Per tutto l’affetto che trapelava dai suoi racconti. Volevo provare anch’io a parlare ad un uomo, con gli occhi e con la coda e a prendermi il suo amore, dandogli in cambio tutto il mio cuore. Lo desideravo tanto e trovavo incredibile potesse esistere una simile felicità. Era una realtà troppo distante da quella gabbia uno per uno. Un sogno troppo bello per essere vero. Ma ora che sotto quel portico, trascorro anch’io le mie serate con loro, li guardo estasiato e muovo felice la mia coda.

[continua]


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