Opere di

Saverio Cristiani


Con questo racconto è risultato 5° classificato – Sezione narrativa nella XVI Edizione del Premio letterario Il Club dei Poeti 2012


Questa la motivazione della Giuria: «Saverio Cristiani offre un racconto struggente che ha come protagonista N’djogu, un venditore ambulante ugandese che frequenta il parcheggio di un centro commerciale ed è il padre di dieci figli “tutti nati a settembre”. Ha sempre un sorriso per tutti e le persone gli vogliono bene: il suo sogno è trovare un luogo dove vivere in pace. La storia narrata da Saverio Cristiani è pervasa d’umanità e scalda il cuore: testimonianza che si fa segnale di speranza per l’Uomo» Massimo Barile


Tutti nati a settembre

«E ‘lura, ‘nduma ben….?»
«Eh, Iogo, no che non andiamo bene».
«Manca sòd…?»
«Si, mancano i soldi»rispondo; e manca tanto altro che non ti riuscirei mai a spiegare, penso camminando.
N’djogu Wade mi sorride da dietro il suo bazar a rotelle colmo di merce, le calze Nike in spugna, i guanti e le sciarpe in pile, gli accendini, le cinture e gli immancabili fazzoletti di carta.
Entrando nella galleria del centro commerciale, tra le luci sfavillanti delle vetrine e la frenesia della gente che si appresta a celebrare il Natale incrocio carrelli colmi di superfluo; sono spinti con naturalezza da bambini imbacuccati con le mamme al seguito che spettegolano tra di loro dell’amica che “non sai cosa sono venuta a sapere…”.
Negli angoli dei bar, sui tavolini appartati, gruppetti di anziane sorseggiano un thè massacrando furiosamente un gratta e vinci dopo l’altro, sino a riempire il tavolo con cataste di tagliandi perdenti su un sottofondo di briciole grigie; una vincita e si cambia con uno nuovo, una nuova grattata, nuova vincita, nuovo cambio, e così via. E intanto parlano e straparlano dei nipoti, e dei nipoti dei nipoti, e del tempo che fa; poi aprono il giornale e controllano per prima la pagina dei morti; giusto per accertarsi di non esserci ancora finite sopra a loro insaputa.
Iogo resta fuori, all’aria dicembrina che sembra pelare le guance tanto ti sciabola angolata sul volto; un vecchio giaccone nero aperto sul davanti per una pancia modello senior, una cuffia in lana, anch’essa nera, e a far da contrasto un paio di occhialini alla John Lennon posati sul grosso naso camuso.
Iogo viene dall’Uganda, si trasferisce qui a maggio e torna dalla sua famiglia dopo Capodanno; d’estate lavora come stagionale nei campi, al pari di tanti altri neri africani, poi nel tempo libero svolge la sua cosiddetta “attività commerciale” nel parcheggio del centro. Col ricavato del suo lavoro comprerà provviste e farina al suo ritorno, e per l’anno successivo in quella famiglia di Makokou il cibo sarà garantito.
Ormai sono anni che fa così, ed è diventato come una mascotte sia per i clienti che per i negozianti; un portafortuna un poco datato, che dall’alto dei suoi cinquant’anni ci apostrofa in un improbabile dialetto storpiando le nostre frasi più usuali:
«Signuuuur, che frèd». «Ah che lavur, che lavuuuuur…»
Per finire immancabilmente con una grassa risata. Perché ride, Iogo, ride spesso con tutti; e ride anche di sé, della sua pancia e del fatto che è nero, «Son nigher mi vè, iò ciapè trop sol, ahahahaha».
Così all’uscita si scambiano sempre volentieri due parole, anche di sfuggita, con quel vu cumprà che ha sempre una battuta accattivante per chiunque.
Solo qualche volta mi è capitato di vederlo serio.
Una la ricordo bene, fu quando dovette partire anzitempo per tornare a seppellire il figlio più piccolo, morto improvvisamente di chissà quale malattia che noi avremmo curato forse con aspirina e antibiotici. Con la dignità di un re, ma con le lacrime agli occhi, accettò la colletta fatta dai negozianti del centro per pagargli il biglietto aereo di ritorno. E quando la settimana dopo tornò ebbe un regalo per tutti, chi una veste, chi una sciarpa in cotone, tutte coi colori vivi e solari della sua terra.
A volte, nelle mattine in cui la brina dei campi si spegne nel turchese del cielo, lo vedo guardare lontano, oltre le punte delle Alpi innevate.
Osserva il nord, e sembra quasi di leggerne i pensieri: cosa c’è oltre quelle cime? Anche là dietro c’è gente coi carrelli e con le biciclette, anche là si vive di cianfrusaglie vendute a basso prezzo nei parcheggi, o di campi da far fruttare nel calore fumoso delle fabbriche quand’è estate?
Quegli occhi persi nel nulla, alla ricerca di un equatore mai trovato, sempre appena un passo più in là del tuo piede eh N’djogo?
Una linea immaginaria che si incroci una volta per tutte col tuo andare e tornare; e su quell’incrocio potersi finalmente fermare, una volta per tutte, e costruire casa.
Ma non una in calce e mattoni, che quella Iogo ce l’ha, come ha una moglie, e nove o dieci figli; tutti nati a Settembre.
No, una casa che sia quel posto dove stare in pace, senza altro assillo che non sia il riconoscere chi gli passa davanti e salutarlo con un semplice cenno della mano.
Quella è la cadenza del suo vivere, la ripartenza dopo ogni ritorno, ed in mezzo il niente, aspettandosi null’altro che un po’ di pane e qualche sorriso a tirar sera.
Iogo in fondo lo sa, non cambierà nulla nella sua percezione di ciò che noi siamo, di ciò che lui è; e del tempo inerte che adesso abita senza fatica.
Che di vivere senza fatica a noi non è dato sperare, non c’è modo di bilanciare il suo nero atavico con la nostra solitudine fatta di panettoni senza canditi e schermi al plasma perennemente accesi.
Così me lo immagino pensare e, cosa ben più difficile, sognare.
Ed a mia volta mi chiedo se oltre quel nord così incredibilmente lontano non ci sia un qualche equatore nascosto anche per me, a dare un senso ai miei sogni così incompleti e sempre un poco zoppicanti.
E mentre mi concedo il lusso di porre a me stesso queste domande mi rendo conto che forse lui, col suo sorriso dai denti larghi, col suo accento afro-emiliano e la risata grassa di chi non avverte il peso del vivere, senza saperlo ha già invece raggiunto ogni possibile equatore; e lo ha fatto senza sforzo, semplicemente passandoci sopra e lasciandoselo dietro le spalle.
Uscendo dal centro è il mio turno di salutarlo:
«E ‘lura Iogo, ‘nduma ben…?»
«Miga taaànt, manca sod… Ahahahaha… e po’ ghè frèd, signuuuur che frèd…»
«Ma tra qualche giorno…… eh Iogo?…»
«…Eh, sì, tornare casa io, da moglia».
Mentre lo dice vedo brillargli lo sguardo, e improvvisamente le montagne coperte di neve non mi sembrano poi così lontane.

Saverio Cristiani



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