Vaporosa Immaginazione

di

Salvatore Perrella


Salvatore Perrella - Vaporosa Immaginazione
Collana "I Salici" - I libri di Narrativa
14x20,5 - pp. 108 - Euro 10,00
ISBN 9791259511256

Clicca qui per acquistare questo libro

Vai alla pagina degli eventi relativi a questo Autore


In copertina: «Watercolor hand drawn locomotive, train with big clouds of smoke, an aerial perspective. Raster stock illustration isolated on white background»
© Анастасия Ильина – stock.adobe.com


Vaporosa Immaginazione


A mio figlio Carlo, come se dicessi eternità

A Chantamour, per la preziosa complicità sentimentale


Nota dell’autore

Per abitudine sono solito fissare su un pezzo di carta tutta quell’astrazione fatta di luoghi, voci e comportamenti, attimi che, appartenendomi, concorrono al mio momento di vita e per di più rappresentano il fascino dell’accadere altrui.
Alla mia felicità non occorre un evento particolare, mi è sufficiente il quotidiano momento.
Tratteggi d’immagini che poi mi ritornano nello scrivere lettere, biglietti, talvolta, invece, prendono a vorticarsi in un’azzardata poesia.
Una modalità di scrittura che in tanti anni ha finito per riempirmi di varia carta qualche cassetto.
Ogni qual volta che andavo a ingrossare quella dispersione d’inchiostro con un ultimo illeggibile corsivo, finivo sempre per dirmi: un giorno sistemerò il tutto.
Una propositiva d’intenti che mi serviva solo per avallarmi quell’alibi di pensiero, così da poter rimandare al futuro quell’invocato riordino, se non addirittura provvedere a un necessario scarto.
Numerosi frammenti sono stati raccolti in questo libro, a mio modo aggiustati, cesellati, qualcuno l’ho scomposto, altri, invece, sono stati rinnovati nella loro interezza; affinché nel reciproco assommarsi, riuscissero a sostenere il flusso narrativo che ho cercato d’imprimere a queste mie prime pagine.
Un contestuale riordino che mi è sovvenuto nel fare un po’ di primavera nei miei pensieri, un ordine che, inevitabilmente, deve aver chiamato a sé altro ordine.
Li ho assemblati in maniera tale da crearmi il fil rouge di una lettera d’amore perché null’altro poteva essere se non una lettera d’amore; perché, nonostante i tanti decantati e conseguiti progressi morali e materiali a cui siamo addivenuti, e con una temporalità che ci va spianando innanzi un futuro sempre più superficialmente pregno di ogni certezza, in fondo al cuore, ancora siamo a domandarci cosa sia il sentimento dell’amore.
Una perniciosa trascuratezza alla vita che va annebbiandoci gli innumerevoli momenti d’essere in cui ogni giorno ci imbattiamo, sia come privilegiati protagonisti, per di più quando ne siamo indirettamente coinvolti.
Momenti d’essere che nella propria individuale manifestazione mai potranno svilupparsi in una specifica elencazione, di contro molti sarebbero quelli che con una vita sensibilmente più attenta, nella loro circostanziale osservazione, colmerebbero gli occhi di riflessivo stupore, lasciandoci collateralmente un saporito solco nel cuore.
Momenti che incidono nel quotidiano di ognuno, come fermarsi ad ammirare una bambina che, incurante ai richiami materni, si invola alla vicina fontanella solo per avere tra le mani l’inafferrabile scroscio d’acqua, spargendo al cielo una innocente e fresca risata.
Oppure soffermare pensiero nell’osservare un clochard narrare la vita strimpellando uno zufolo, nel mentre mani invisibili gli posano accanto un tozzo di pane e del vino.
Udire una voce d’amicizia che, invocando un istante di fermata, va desiderando quel bisogno di osservare il cielo proprio come mille volte ha visto fare ad altri, e così via raccontando.
Esistenziali momenti che talvolta sono puro raccoglimento interiore, come quando in un affanno di stanchezza fermarsi a osservare un quadro così da trarne la trama mancante per un ulteriore necessario passo da compiere; perché il coraggio, talvolta, può arrivarti in una parola, in un’imitazione, da una preghiera.
Accorgersi di un amore che, per timore d’essere inconsistente, si fa mancanza; oppure ti giunge recandoti un dono per quel ti voglio bene che non prende mai a pronunciare per paura che un giorno possa dissolversi.
Rimanere sorpresi per il fatto che un’innamorata, in un sconfinato paesaggio montano, ammantata da soave silenzio, prende audace respiro così da leggere un’ode per un giorno felice.
Tantissimi momenti d’essere che accadono a tutti, e che vanno declinandosi nell’unico risultato possibile, una lettera d’amore; perché dopotutto la vita non è altro che una meravigliosa lunga lettera d’amore, che tutti vorremmo scrivere ricorrendo alle parole più belle, così da offrirla al meglio dapprima a noi stessi, e poi a chiunque altro.
Una somma di momenti d’essere che ho vissuto e raccolto nello starmene in silenzio, come altrettanto nel camminare le strade che la vita innanzi va aprendomi; una personale summa che ho voluto afferrare via dall’inarrestabile fluire del tempo.
Momenti che mi hanno filtrato tutti quegli insiemi d’ipocrisia e d’ingiustizia, tutte quelle addizioni fatte di malafede e di prepotenza, tutte quelle potenze fatte di disonestà materiale e morale.
Un’atavica aritmetica che, intridendoci giorno dopo giorno, finisce per l’apparirci come la via maestra verso cui incamminarsi.
Li ho rilegati scrivendo una lettera, perché una lettera narra quasi sempre di cose che solo i due lontani interlocutori intendono, e ancor di più una lettera d’amore, perché è ridicola e piena di segreti; quel segreto d’amore che sa rendere tutte le cose semplici e costruttive; quell’amore quale completamento di ogni cosa, quella silenziosa densità d’amore ch’è, e si fa sopravvivenza, ringraziamento e, infine, gratitudine.
Un amore sognato nella voce di un’innamorata; a cui il cuore, ogni giorno, non smette di dedicarle un pensiero, non smette mai di scriverle.
Un’innamorata che astrattamente mi sigilla anche il profilo di tutte le persone che mi vogliono bene, e che sapendomi lontano e irraggiungibile in certo qual modo ne soffrono.
Forse sarà per questo motivo che ho deciso di scrivere, per perdonare attraverso me stesso le inevitabili colpe scaturenti da quelle lontananze che un’anima vagabonda suo malgrado va sempre lasciando.
Mi sono adoperato nella forza di una lettera d’amore, perché un adoratore è sempre follemente consapevole che lo svolio di un passerotto non è altro che quella potenza di bellezza che discendendo dall’amore si fa sacralità da salvaguardare e per questo ne fa dono all’amata; mentre a un’innamorata è sufficiente l’apparir di un’arricciata estiva nuvola bianca a far calare inspiegabile oscuramento su quel mare d’amore che le batte in cuore.
Parimenti nella vita, basta la parola arguta e cattiva di un prete a farti comprendere che quel prete del buon Dio nulla sa.
Ho scritto nel fantasticato scenario elargitomi dalla città delle città, dove l’eternità aleggia come l’unico tempo possibile.
Così come ho tentato di adagiare ogni momento nella sua quiete, in modo da realizzare quel desiderio di tempo dove la notte ritorni a essere il tempo per lo stare insieme, il tempo dei sogni e dell’osservare le stelle.
Quel tempo dove il cuore prende a battere la magnificenza della vita, e non un momento dove si esce per sostenere un rimandabile acquisto; dove seppur ci si tiene per mano, il reciproco guardarsi, invece, non effonde più nessuna sentimentale intensità, la voce non scambia più nulla.
Per tutto questo ho atteso l’arrivo di un treno a vapore, così da viaggiare senza fretta, da non raggiungere mai la fine del mondo, così da avere un tempo lento ed eterno, proprio come si sogna della durata dell’amore.
Nel momento incantato della scrittura, ritrovandomi solo, mi sono sentito più buono, e così che mi sono messo a sognare tante belle cose, finendo in tal modo per assaporare la vita come un infinito lontano e vaporoso unico tempo, dove l’ineluttabile andar via esige la promessa del ritorno.


da una lettera d’amore.

… omissis.
Quando leggerai questa lettera, il mio tempo in questa città sarà terminato, e la stessa diverrà nuovamente l’eterna città da sognare e visitare.
Non ti ho anticipato nulla, solamente per un fatto di delicato amore, e proprio perché di amore si tratta, sono certo che un giorno ne comprenderai i motivi, e quel giorno ancor più forte sarà in te l’amore che sino a oggi hai avuto per me.
Quel desiderio di scriverti alcune immediate e affettuose paginette con cui sigillare il reciproco affetto alla fine si è tramutato in uno sconfinato mare di parole, tale da divenire un’interminabile e ridicola lettera d’amore che, a ragion veduta della consistenza, è divenuto in certo qual modo anche il mio primo incomprensibile libro.
Un incomprensibile libro, perché rigo dopo rigo, parola dopo parola, impalpabile come potrebbe esserlo una festuca risucchiata da un vortice, mi sono ritrovato a rivivere un personale immaginario mondo lontano che, con sorprendente meraviglia, ben si tramava con quanto vissuto in questa città.
Un insieme di tutto farsi sommessa parola, sospensivo singulto, e talvolta tentata poesia, ed è così che alla fine mi sono ritrovato a contare tante pagine.
Una memoir d’attimi che si è fatta libertà di parola, dove l’immaginazione mi correggeva il reale.
Momenti di vita che fluidificandosi tra loro sono divenuti un intimo e misterioso racconto; è stato come se l’invisibile forza dei ricordi avesse scoperchiato il contenitore del tempo passato, riportando alla vita l’essenza di quell’amato oblio che mai più ha ritorno.
Scrivevo e la sensazione di essere entrato in una stanza di specchi mi appariva tutt’altro che allucinata.
Una stanza dove ogni realtà di fatto diveniva un’unica contornata e confusa immagine, dove i pulviscoli della fantasia e del sogno felicemente infierivano in ogni ricordanza.
In questo vortice ogni istante di vita mi appariva come un riflesso non mio, ogni luce si faceva fioca illusione o accecante sole, ogni sogno sconfinava in una favola astratta, il passato si coniugava al presente e il presente al futuro, un sentimentale disorientamento che mi ha fatto sentire acrobata instabile su quel filo d’infinito che separa l’immaginario dal reale.
In questo mio precario realismo magico mi sono sentito felice.
Nel ripercorrere questi irripetibili momenti, appuravo che il personale cielo di ognuno si fonde sempre con quello che per natura ci sovrasta, comprendendo in tal modo che si è grandi quanto un granello di sabbia che, in una folata di vento oppure aleggiato da un angelico soffio, è sospinto ovunque.
Un personale racconto fattosi lettera d’amore, una sregolata e romanzata lettera d’amore; perché tutto quello che la vita sin ora mi ha donato io l’ho amato, ogni vissuto accadimento è sempre stato un varco che mi ha portato molto lontano, ogni attimo me lo sono sentito sempre scorrere nel sangue, e anche quello che mal ho sopportato oppure osteggiato alla fine l’ho compreso, finendo per accettarlo.
Un’innamorata narrazione che dedico a te, da quella mattina sorgente, ruscello, fiume e poi mare di quel mio proseguente futuro; parimenti è uno scritto che dedico anche a mio figlio, bulino, torchio e forno di ogni mio possibile cambiamento.

Città delle città, inizi d’autunno 2009


Tutte le lettere d’amore

Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.

Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
come le altre,
ridicole.

Le lettere d’amore, se c’è l’amore,
devono essere
ridicole.

Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d’amore
sono
ridicoli.

Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d’amore
ridicole.

La verità è che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere
a essere
ridicoli.

Fernando Pessoa


Una lettera non dice quello che vuole dire solo con la scrittura. Si può leggere la lettera anche annusandola, toccandola, palpandola, proprio come un libro.
Perciò le persone intelligenti dicono, leggi, vediamo cosa dice la lettera. Le persone stupide invece dicono, leggi, vediamo cosa scrive.
Il mio nome è rosso, Orhan Pamuk


C’è del mistero nel tempo che passa.
Quando il viaggio finisce si può sopravvivere solo nella memoria. Tutto quello che è passato è assolutamente irreale, inesistente.
– Ti va di ascoltare un po’ della mia storia, del come sono arrivata a vivere, come dici tu, in questa città delle città?
– Certo che sì.
– Da bambina abbiamo vissuto molti anni unitamente ai nonni, in pratica sino al mio completamento del triennio della scuola secondaria; poi arrivò l’avvicendamento del mio papà, e così fummo obbligati a trasferirci nella grande città.
“Se andrai in città smarrirai la tua vita”, gli diceva la nonna.
“Perderò quello che vorrò perdere, e semmai mi ritrovassi senza più possedimenti d’anima, allora ritornerò da te, così da recuperare un po’ di quella immateriale ricchezza che tanto vai raccomandando”, le rispondeva lui.
Quel dibattito terminava così tutte le volte; oggi non saprei chi avesse più ragione.
Come il mio papà, anche il nonno lavorava in ferrovia, per moltissimi anni fu di stanza presso la stazione situata a valle del monte Chael, aria chiara, così la gente chiamava quella grande montagna.
Della linea montuosa era la più alta, la più maestosa, la più perfetta.
I gelidi venti di tramontana che ne discendevano si aprivano alla valle come un profumo lasciato al suo effondersi, il cielo per contenerli si spalancava in una chiara distesa d’azzurro, un’infinità celeste che sembrava addossarsi su tutta la valle sino a sfiorare ogni cosa.
Quella tinta d’azzurro permaneva anche quando il vento girava a grecale.
Da novembre sino a marzo la grande montagna era tutta una cascata di neve.
In quei mesi in cui la vita serrava sé stessa, sin dalle prime ore del pomeriggio tutti i camini prendevano a fumare.
Ogni inverno la vita diveniva tutta un’ombra veloce.
Agli inizi d’aprile, incandita da un sole sempre in crescendo, smagriva la neve con istantanee alternanze di abbagli e di prolungati riverberi, a valle i gorgoglii della prima acqua di monte ridavano l’argento a tutti i torrenti.
Le rondini e i fanciulli come per magia si ripresentavano al mondo, ovunque i colorati artifici delle tante fioriture ingentilivano quel risveglio alla vita, in quei ritorni di primavera nei valligiani si faceva viva la convinzione che i sogni ti entrano dentro dagli occhi.
In quella rinnovata giovinezza la vita prendeva a farsi spettacolo quieto.
Alla piana delle colline, come posizionato in un tempo senza fine, l’antico molinello.
La grande ruota di legno, battuta dal continuo fluire dell’acqua, diffondeva nell’intorno, una fastidiosa e nello stesso tempo necessaria composizione, udibile per un centinaio di metri.
Lasciata la piana, quasi a ridosso del primo bosco, l’omonima chiesetta del molinello che come tutte quelle di montagna, restava sempre aperta.
A sera inoltrata, rientrando dai sentieri la si scorgeva dai vacillanti riflessi delle luci votive, che battendo sulle piccole finestre incutevano la sensazione di una casa abitata da ombre.
Sull’altro versante del pianoro, prima del fitto dei boschi e dei sentieri che passo passo tiravano all’asprezza dell’altitudine, annunciate da una ricca e folta vegetazione circostante, estensioni di coloratissime praterie, e su queste incastonato come uno zaffiro reale, il lago di Aquilegia.
Quel lago era lo specchio dei sogni tutti uguali e così diversi come i libri di una biblioteca; di quell’acqua azzurra, rondini, usignoli e passerotti rappresentavano l’aeronautica predominante.
Quante volte ne ho passeggiato l’intero giro.
Le nuvole prima della cima Chael sembravano rallentare quel loro eterno camminamento proprio sul lago, così da convincermi che alcune prendessero ad aggiustarsi in una vanitosa ultima forma.
In estate, invece, lo specchiarsi di quelle bianche e solitarie, mi metteva nel cuore un verso di romantica poesia, ma l’intraducibile incanto si avverava nei giorni di primavera inoltrata, quando il lago si copriva di una nevicata fatta di tantissimi petali che il vento raccoglieva dalle vicine praterie, in quei momenti quel racchiuso mare di montagna diveniva uno stupefacente tappeto intrecciato da centomila fiori.
Nelle ore della calata solare tutta la sommità della montagna si tratteggiava in quel tranquillo specchio di azzurra liquidità, acqua che prendeva a frangersi sino a incresparsi sotto il rinfrescare dell’aria serotina.
Nei rigidi inverni, invece, la superficie diveniva tutta una lastra di ghiaccio, e allora qualche innamorata pattinandovi lasciava nell’aria tutti gli algoritmi dell’amore.
Quante domeniche trascorse su quei prati.
“La vedi la piccolina?”chiedeva la mamma al papà, “sì la vedo, è libellula tra i fiori”, la sua risposta.
Alla piana dei prati quanti istanti d’indimenticabile felicità.
La casa dei nonni era immersa in un sogno di rigogliosa natura.
Era sì laterale alla stazione, ma defilata di un’insignificante misura, entrambi gli edifici erano tra loro collegati per mezzo di un viottolo lungo pochi passi, ai lati di quel breve camminamento, cespugli di erba cipollina e sprazzi di mentuccia. Sul versante più assolato resti di un cadente muretto in pietra, che in primavera veniva inglobato dagli alti arbusti, finendo per divenire una colorata bolla di tanti variegati fiorellini.
Le finestre ove il sole indugiava di più davano sulla sottostante ferrovia, quelle poste sul versante montano, invece, si aprivano all’aria tersa dei monti.
Su queste puntuale bussava tutto il vento freddo discendente dalle cime.
Fjuuuuum fjuuuuum fjuuuuum. Tanto vento freddo.
“Chantamour non toglierti la cuffietta”, era d’abitudine dirmi la nonna in quei giorni di vento sostenuto.
Tra la stazione e la casa correva un binario di fine corsa, solitamente vi riposava una locomotiva a vapore, talvolta, invece, vi scorgevo dei vagoni, non sempre; in genere venivano fatti stazionare sui due binari del casello.
Su quel binario quante rincorse assieme a Sbuffo, era anche l’unico binario che la nonna attraversava volentieri, essendo vicino alla casa, lo riteneva privo di ogni pericolo.
Dalle finestre che s’aprivano sullo spiazzo antistante la stazione, invece, non scorgevo la bella fontana allocata al suo centro.
Raffigurava un lupo nel momento dell’abbeverarsi nella vena di un ruscello.
Corpo robusto e ben piazzato, muso lungo e fiero, zampe forti e leggere nello stesso tempo, pelliccia folta e lucente; ho sempre pensato che l’artista quel lupo l’avesse incontrato per davvero, incuteva timore solo a guardarlo.
Quel bisogno di sete, che ti avrebbe spinto ad avvicinarti alla fonte, finiva poi anche per alimentarti nell’anima il coraggio all’affronto.
Quell’animale popolava gli sconfinati boschi della zona.
La fontana, di par suo, invece, ne svelava l’amore recondito che la gente del posto profondeva nei confronti di quel canide, mentre nella realtà lo combatteva per difendere greggi e quant’altro.
Nelle notti d’inverno udivo gli spaventosi ululati, ma poi crescendo compresi che me li ero sempre immaginati, fuori il temporale batteva, il vento sferzava e il freddo mi rimpiccioliva nel letto, e così che impaurendomi finivo per sentire anche quel prolungato ululare.
Quando accadeva ero portata a immaginarmi che alla fontana si fosse adunato un intero branco di lupi; invece, erano le mie paure a portarmeli in sogno.
In verità le montagne non erano poi così vicine, come, invece, sembravano esserlo in alcuni giorni dell’anno, aprivi le finestre e potevi quasi toccarle; e poi se quel cupo ululare fosse stato fondato, Sbuffo si sarebbe messo quanto meno in allarme, invece, rimaneva sempre lì, accucciato nel suo caldo angolino.
In quei ventosi giorni di sbattimenti, per la casa non si avvertiva quel suo zampettare a risalire la fonte del sospetto; placido rimaneva nella sua sovrana posa d’attesa.
Sbuffo era sì docile, ma quando può esserlo un leone che riposa, perché quando era il caso sapeva sempre scrutare e annusare ogni misterioso rumore a lui sconosciuto, sapeva lottare e vincere, in lui batteva un cuore da oplita.
Il portante fiotto d’acqua della fontana, nel precipitare nella sottostante conca, s’affievoliva nel fragile rivolo di un ruscelletto. La conca era piena di tanti trattini rossi.
Quante briciole correvo a lanciare a quei pesciolini, “Chantamour, non allontanarti troppo”, mi diceva la nonna.
Per lei quella corsa di cento passi rappresentava sempre una corsa verso l’altro capo del mondo, e come un vento appena sussurrato, mi diceva… ciao ciao bambina.
Solo dopo tantissimi anni ho compreso che con quelle parole straboccava il su core di antica felicità.
Nativa di un arcaico caseggiato dell’entroterra sardo, paesello dove la trasognata realtà della quotidianità rimaneva incastonata sempre in una pacifica e irreale solitudine di vita.
Un giorno mi disse: “lasciai quella terra per seguire tuo nonno”.
Ogni qualvolta mi ripeteva ciò, finivo col pensare che il sentimento dell’amore doveva essere proprio così, cioè non allontanarsi mai dal cuore dell’altro, non distanziarsi mai dalla fonte da cui si raccolgono le forze per la vita.
Di quel suo genealogico luogo d’origine tratteneva a sé ancora pochissime cose, un cestino di vimini e asfodelo, un buratto ricamato, un amuleto di corallo rosso tenuto legato a un reliquario, un paio di arracadas, ed in ultimo il tradizionale anello nunziale, tipico di quei suoi nativi territori; monile che al dito precedeva il più comune anello matrimoniale.
Quella susseguente diversa duplicità di anelli, raddoppiava in certezza l’amore.
Oggetti preziosi, ognuno con la sua storia, da sempre tramandati di generazione in generazione; perché per le nature semplici e ultime rappresentano l’esistenziale valore dell’eterna memoria.
Evocativi averi di un tempo antico che, come quelli che ognuno di noi va raccogliendo e custodendo, trattengono nella loro infinita silenziosità trame e istanti della nostra esistenza.
Svariati reperti che consentono di prolungare la vita di ognuno lungo il tempo senza fine della memoria; perché continuare a esistere nella memoria dei vivi è il desiderio di noi tutti.
Quel ciao ciao bambina era per lei una semina d’amore che mai tratteneva per sé, perché un seme oscurato alla luce prende di putredine, sapeva che un seme è fatto per sfogliarsi al vento, prendere acqua sino a gonfiarsi, sino a germogliare in continuazione, e quindi ritornare nuovamente.
Ricordo tanti momenti in cui riceveva in dono quella semina d’amore, su tutti ricordo quelle bellissime mattinate di primavera con il sole che inondava tutta la cucina, mentre la piccola radio di colore bianco, pur sembrando che effondesse solo vocio di compagnia, invece, le compitava l’apparente immobilità del tempo.
Quando una particolare musica si diffondeva con il nonno ancora in casa, il reciproco sguardo diveniva una strabiliante ipnosi di piena memoria, l’uno sfociava nell’altro, era come se navigare il mare di quella canzone facesse in entrambi rivivere a ritroso il percorso segreto della loro personale costruita felicità.
In quell’invisibile abbraccio era come se l’uno domandasse all’altro, ma non era ieri?
Dopo qualche minuto, il nonno, rompendo gli indugi e salutandola con un “ciao ciao bambina”, sortiva via.
In quella casa l’amore quotidiano riceveva sempre la necessaria occorrente semenza.
Al ritorno dalla fontana mi accoglieva in un abbraccio, come se davvero stessi ritornando da un mondo lontanissimo; infilando la mano nel grembiule tirava fuori altre briciole, e così ripartivo, correvo nuovamente dall’altra parte del mondo.
L’ovattato scroscio della fontana del lupo, nei caldissimi mesi estivi, entrava in casa dalle finestre tenute tutte aperte; in quella quiete di vita, sferruzzava.
Sulle spalle un rassicurante scialle di un bel colore rosa, da cui la nuvola grigio perla dei capelli si dissolveva come una voluta di cenere.
Rimanendo nella mira del suo osservare, finivo sempre per inventarmi i più astratti e fantasticati giochi, spesso a costruirmi giocosa consistenza acciuffavo un paio di gomitoli dalla cesta posta ai suoi piedi.
In quei momenti mi diceva: “Chantamour ricordarti che l’eternità è adesso; quello che verrà domani non sempre sarà più buono di quello di oggi, almeno non tutto”.
Nella cesta dei filati vi era sempre un abbondante numero di gomitoli rosa, quei batuffoli prevalevano su quelli di altra diversa tonalità; invece, quel groviglio di bianco e di nero, in posizione rasserenante era Tami, il gatto di famiglia.
Anche in giardino prevaleva la gamma di quel suo amato colore, tra le fioriture a spalliera e quelle a cespuglio, il tutto si faceva una sontuosa esplosione di mille rose, però quella che l’incantava di più era la pienezza della vaporosa Bauhinia; restava ad ammirarla per interminabili minuti.
Lasciava fluire la vita in una somma di gesti effusi con severa calma.
Con quanta placidezza si profondeva nell’orientare le traboccanti quadrate di rovere cosicché il naturale fuoco essiccasse la raccolta dei fichi.
Quando poi i frutti maturavano nel colore dell’orzo, l’aria di quella piccola stazione finiva per impregnarsi di un zuccheroso sapore di biscotti.

[continua]


Se sei interessato a leggere l'intera Opera e desideri acquistarla clicca qui

Torna alla homepage dell'Autore

Il Club degli Autori - Concorsi Letterari - Montedit - Consigli Editoriali - Il Club dei Poeti
Chi siamo
La Rivista
La voce degli Autori
Tutti i nostri Autori
Per iscriversi
ClubNews
Il notiziario gratuito
Ultimi inserimenti
Homepage
Avvenimenti
Novità & Dintorni
i Concorsi
Letterari
Le Antologie
dei Concorsi
Tutti i nostri
Autori
La tua
Homepage
su Club.it