Racconto premiato di Salvatore Mascaro


Con questo racconto è risultato 10° classificato – Sezione narrativa alla XVI Edizione del Concorso Città di Melegnano 2011


Questa la motivazione della Giuria: «Spira un vento funesto in questo racconto surreale, quasi metafisico. Il vecchio Levi, un ebreo dalla memoria segnata dal martirio, in una delirante quanto macabra visita a una mostra con il nipotino, rivive in termini onirici e spaventosi tutti gli archetipi più terrificanti della Shoà. Tutto ciò lo si evince da una attenta ma quasi impercettibile consapevolezza di un orrore simbolico e coperto da immagini che rimandano all’ultima poetica pasoliniana, nella quale la violenza è in una sorta di apparente nascondimento Heideggeriano. La parvenza dell’orrore è in quanto oggetto in sé, aletheia, cioè verità che esplode nella parusia dell’assoluto. Nessuna partecipazione emotiva si avverte in Levi, se non l’estrema e logorante fatica del continuare a sopravvivere. Primo Levi fu proprio il tragico testimone di questo insanabile esistere sentendosi già morti, sconfinati al di là del male e dell’assurdo, in un migrare senza limiti tra presente e passato. E mi siano perdonati tali termini prettamente filosofici, perché tale opera è in se stessa di matrice filosoficae».

Alessandra Crabbia


La biennale

Era scritto, sotto il quadro, in lettere dorate: “Ho scelto il niente”.
Anna Maria Ortese

Il signor Levi avrebbe preferito essere lì con sua moglie Rachele, ma la poverina da quasi un anno non usciva più di casa limitandosi a percorrere, con l’aiuto di un girello, il breve tratto dal soggiorno alla cucina dove, una volte seduta, passava il tempo ascoltando notiziari e dibattiti politici e così, all’anziano uomo, non rimase che ripiegare su Daniele, l’amato nipotino.
Eccoli ora percorrere, mano nella mano, la via indicata dal volantino alla ricerca del portone di ingresso alla mostra.
Nonostante i molti anni vissuti in città Levi non era mai stato in questo quartiere e adesso si meravigliava che potesse esserci una via così lunga; si trattava, in realtà, di un viale alberato e, a dividere le due larghe carreggiate si stendeva, come la cresta di un antico rettile, una fila di alberi di diverse specie, tutte a lui ignote: alcuni rami, come ad omaggiare i passanti, ripiegavano verso il basso; altri si innalzavano dritti in una sete di cielo.
In mezzo al fogliame sostavano immobili, come frutti maturi, uccelli variopinti dalle splendide livree; alcuni tra questi reggevano nel becco robusto dei foglietti arrotolati, altri, evidentemente, quello stesso foglio lo avevano lasciato cadere dato che, tra le radici affioranti e le zolle di foglie, facevano capolino dei messaggi scritti ormai illeggibili da muffe ed umidità.
Gli uccelli non erano gli unici abitanti di quel mondo sospeso: qua e là, infatti, saltellavano scimmiette vivaci dal pelo arruffato, alcune con ancora addosso i resti di vecchie divise rosse o blu, i bottoni penzolanti a riflettere la luce.
In piccoli gruppetti, le bestiole si accanivano su piccole fisarmoniche a bottoni senza ottenerne alcun suono per via degli strappi sui soffietti; con più soddisfazione altre picchiavano su piattini coperti dalla ruggine: tutti, scimmie ed uccelli, avevano lo sguardo smarrito di che sa che dovrà vivere senza più un padrone su cui fare affidamento.

Dopo più di un ora di cammino il vecchio Levi stava valutando l’idea di tornare a casa quando qualcosa attirò l’attenzione del bambino: dietro una vetrina, seminascosto da un pesante tendaggio color sangue, uno strano manichino in legno dipinto, con tanto di capelli e sorriso ghignante, indicava la direzione da prendere e così, tornati sui loro passi, i due si fermarono davanti ad una porticina ed una targhetta con su scritto “benvenuti nel secolo passato”: nonno e nipote lessero e rilessero la scritta, si guardarono attorno, poi il bimbo scostò l’anta ed entrarono.
Una volta abituati gli occhi all’oscurità, un nuovo paesaggio apparve loro: colline basse fatte di braccia, teste, gambe, tronchi, manichini curati nei minimi dettagli da sembrare veri, non fosse per l’eccessivo livore, le pose innaturali, i volti scarni, la magrezza degli arti.
«Non farci caso, è solo la moda dei tempi a volerci sempre più magri e pallidi».
Malgrado le rassicuranti parole, il piccolo si strinse forte al nonno e, così abbracciati, i due ripresero il cammino.

Nascosti da un’ultima collina, una scalinata curvava verso destra conducendo ai piani superiori: appesa al soffitto, all’altezza del primo gradino, un cartello recava l’avviso “Rendersi invisibili!”
Fu Daniele, con la vivacità che contraddistingue i bambini, ad avviarsi per primo sparendo alla vista del nonno.
Quando Levi lo ritrovò, si accorse con stupore che il nipote non era solo, ma, fermo sui gradini, si era unito ad un gruppo di altri visitatori che, davanti a dei piccoli oblò, alitavano sui vetri appannandoli.
«Cosa vedi?»
«Uomini in divisa, custodi del museo, penso: soffiamo anche noi?»
Levi non rispose, ma, raggiunto il nipote, lo portò via da lì affrettandosi sugli ultimi gradini.

I due si trovarono di fronte ad un corridoio scarsamente illuminato e di cui non si riusciva a vederne la fine: gocce d’acqua cadevano dal soffitto ad intervalli regolari scombinando il silenzio di quel budello senza aperture e contribuendo a dare ai due l’impressione di sostare in una galleria sotterranea, cosa tra l’altro impossibile a meno di voler sovvertire le leggi di natura.
Immobile, una targa pendeva dal soffitto, vi si leggeva “verso il futuro” e i due s’incamminarono.
Su entrambe le pareti presero a sfilare dei dipinti e le scene che si susseguivano erano tali da scaldare il cuore: vere e proprie esplosioni di colore colpivano l’osservatore malgrado la scarsa illuminazione; sembrava, anzi, che i dipinti vivessero di luce propria prodigandosi affinché anche l’ambiente attorno non ne patisse la carenza.
Erano balconi fioriti, gerani e cespugli di fresche margherite, donne alla finestra illuminate dal mattino, matrone abbandonate su poltrone con gatti sul grembo gonfio, cani sonnecchianti accucciati allo stivale del padrone, erano corse gioiose di ruote e di bambini, oscillare di altalene nell’aria profumata della sera, getti di fontane, dorsi argentati nell’acqua fredda dei disgeli.
Ma già le scene rappresentate andavano perdendo la loro nitidezza e si faticava sempre più a distinguere gli uomini dalle donne, gli adulti dai bambini, le persone dagli animali e, in ultimo, le cose vive dagli oggetti inanimati.
Man mano che si procedeva lungo il corridoio tutto sbiadiva, era come se un parassita avesse fatto di quei dipinti la sua dimora e di essi si nutrisse consumando colori, linee, forme; gli ultimi dipinti non erano più che pennellate bianche di calce, senza neanche una cornice su cui potersi orientare: il tunnel terminava sfociando in una sala circolare dove un vetro salutava i visitatori pendendo dal soffitto e recando, scritta con lettere di fumo, la parola “Cristalli”.

Le pareti della nuova sala erano completamente spoglie anche se l’antico bianco aveva ceduto il passo ad una patina scura la cui uniformità era interrotta, in un solo punto ad altezza d’uomo, da una rosa di cinque fori di proiettile.
Ben diverso si mostrava il pavimento, coperto dagli oggetti più disparati e da un velo di vetri rotti che scricchiolavano al passaggio squarciando il silenzio.
Mobili e suppellettili di uso comune giacevano sparsi come caduti dal cielo, rotti, inservibili, ostentando le loro intimità di chiodi e mastici nell’aria fredda, aria di Novembre, aria di notte.
Qua e là resti di fuochi dormivano il loro sonno, semplici collinette grigie, poco più che cumuli di polvere: il bimbo raccolse una forchetta da terra e si mise a rovistare nella cenere facendone affiorare frammenti di pagine seghettate dal fuoco, singhiozzi di caratteri stampati, illeggibili.
«Heinrich Heine…»
«Cosa, nonno?»
«Niente, andiamo via»

I due si ritrovarono in una nuova sala che era una stanza e, al tempo stesso, un deserto.
“Sabbia”, sabbia a perdita d’occhio feriva i due con lame di luce.
Ci vollero giorni e giorni di cammino per attraversarla tutta e fu solo grazie a delle piccole impronte di animale che i due riuscirono ad orientarsi in quel mare asciutto.
Eccola, finalmente, una volpe circospetta al sicuro nella sua tana: all’ingresso del cibo avvelenato, lasciato lì da due segugi in attesa, le avrebbe dato la morte; la piccola bestia sostò ancora tra la cucciolata addormentata ed il suo destino, poi, zampettando rapida, uscì allo scoperto.

«Bestiario»
Dei maiali misuravano la stanza smuovendo la paglia coi loro musi bagnati alla ricerca di cibo.
«Guarda, topi!»
Daniele era sgusciato dalle braccia del nonno per mettersi ad inseguire i piccoli roditori che andavano scorazzando tra le zampe dei suini; poi il suo cuore ebbe un sussulto nell’accorgersi dei gatti che, fermi su mensole, tavole, sedie, aspettavano l’occasione giusta per balzare su quelle prede palpitanti soffocandole coi denti aguzzi.
Il bimbo sembrava colpito dalla pazzia: voleva che non un solo topo perisse sotto l’agguato dei felini, ma le bestioline erano tante, troppe scappavano in tutte le direzioni, salvarle andava al di là delle sue possibilità e così si lasciò cadere, marionetta abbandonata dalla mano distratta del burattinaio.
«Nonno, io resto qui…»
«Daniele, alzati, apri gli occhi»
Ma il bimbo più non ascoltava dissolvendosi nella fauna circostante: già un manto bianco di soffici piume crebbe a ricoprire quelle membra magre, il bimbo aprì un occhio da uccello, la palpebra, come vinta, che scendeva, infine piegò il capo sotto l’ala e, vinto, si addormentò.

Senza più la compagnia del nipote ogni entusiasmo abbandonò il vecchio che, stancamente, andava trascinandosi per stanza, corridoi, spazi aperti; così, lasciando balbettare i piedi sul terreno, raggiunse delle sbarre di ferro sospese a coppie nel dondolio del vento e contrassegnate da sigle: “MIL-21:06-12-43”, “MIL-21:30-01-44”.
Levi ora capiva e più che mai voleva a sé il nipote, dirgli che c’erano anche treni che andavano in direzione contraria e portavano al mare, a respirare l’aria buona, passando per le risaie dove gli aironi sbocciavano come gigli bianchi nell’erba umida: la sua memoria capiente da vecchio andava colmandosi del vapore leggero delle locomotive andate, degli schiamazzi dei più piccoli, dei pacchi dono di operai e impiegati che, dalle città, tornavano alle loro case.
Un cane sporco di fango e vestito di esplosivo si era intanto accostato annusandogli la mano alla ricerca di cibo, poi, richiamato da un rumore lontano di cingoli, saltò due fossati perdendosi nella foschia.

Il vecchio Levi smarrì ogni strada, ogni riferimento, avvolto in una nebbia gialla di farfalle con monete al posto delle ali; sotto quel battito tintinnante di ferro che accartocciava il silenzio migliaia di letti e sedie si aprivano a petalo attorno ad un ordigno inesploso: sulla sua fredda pancia di metallo qualcuno, con della vernice rossa ed uno stile teatrale, vi aveva scritto “viva la follia”.

a mio nonno, soldato e orologiaio

Salvatore Mascaro



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