Opere di

Rossella Gabriella Campisi


Con questo racconto è risultata 5^ classificata – Sezione narrativa alla IX Edizione del Premio di Scrittura Creativa dedicato a Lella Razza 2013


Profumo di donna

Quella sera Vittoria aveva fatto tardi.
I fari della sua cinquecento bianca illuminavano gli alberi di quel lungo viale alberato e che la luna rendeva ancora più lucente.
Si era così divertita da non accorgersi che le lancette del suo orologio giravano tanto in fretta da inseguire il tempo e racchiuderlo all’interno di una bolla di sapone pronta a scoppiare da un momento all’altro. Aveva comunque fermato quell’attimo nella sua mente, dove gli apparivano gli occhi sinceri di Damiano che per tutta la sera le era stato appiccicato addosso con fare elegante e raffinato e con il quale aveva scambiato piacevoli conversazioni.
Aveva fatto bene ad accettare l’invito di Susy, pensava adesso Vittoria.
Da quando aveva rotto con i suoi genitori ed era stata delusa da un suo ex, se ne stava sempre sola. Non frequentava nessuno, aveva pochi amici e usciva raramente.
Mentre guidava, con lo sguardo fisso sull’asfalto, ripercorreva con la memoria gli anni trascorsi con l’amica Susy, dall’incontro sui banchi di scuola elementare fino alla maturità.
Pur essendo passati tanti anni, ricordava ancora l’odore di matite colorate che si sprigionava nell’aria quando si aprivano gli astucci.
La sua classe aveva le pareti arricchite di coloratissimi cartelloni che la maestra Giada, con la sua esplosiva creatività, faceva realizzare durante l’ora di arte e immagine. C’era anche un grande albero creato con la carta crespa e su ognuno dei suoi rami, spiccavano delle grosse mele fatte con il cartoncino rosso e con sopra le foto di ciascun alunno.
Le finestre avevano delle tende particolari ma uniche nel loro genere, che la maestra aveva confezionato ritagliando della semplice carta velina bianca e dove ciascun bambino aveva incollato alla base dei fiocchetti colorati.
Vittoria aveva colorato il suo di rosa suscitando l’ilarità dei compagni senza capirne il reale motivo, eppure a lei quel colore piaceva tanto.

Non sempre andava d’accordo con i maschietti che il più delle volte ridevano di lei e la emarginavano per il suo modo di fare. Le compagnette poi, raramente la facevano partecipare ai loro giochi ritenendoli non adatti a lei.
L’unica compagna di classe con cui aveva legato di più era Susy.
Lei la difendeva sempre quando gli altri la prendevano in giro, come quella volta, in quinta elementare, quando aveva tenuto per mano Mattia durante la ricreazione scatenando in aula, una gara di aeroplanini di carta che i compagni lanciavano in aria con forza e che finivano il loro breve volo atterrando proprio sul petto di Vittoria.
Sulle ali di alcuni, avevano disegnato un grande cuore con dentro scritto “V e M sono fidanzati”, su quelle di altri invece, avevano scritto una strana parola di cui Vittoria non ne conosceva neanche il significato, solo che da quel giorno Mattia non le aveva più rivolto la parola.
Con Susy avevano frequentato anche le scuole medie e superiori. Insieme avevano condiviso l’adolescenza e tutto ciò che ne deriva come i cambiamenti del proprio corpo, le scoperte, i dubbi, le gioie e le delusioni.
E proprio in questo periodo di crescita che il malessere di Vittoria aveva cominciato a venir fuori.
Quando si guardava allo specchio, vedeva riflessa un’immagine che non le apparteneva. Il suo corpo si discostava da quei canoni femminili ai quali aspirano tutte le ragazzine di quell’età e ai quali lei voleva tanto somigliare. Non aveva le stesse linee, le stesse rotondità e lei, se ne sentiva chiusa dentro come se fosse sua prigioniera.
Spesso s’interrogava sul perché fosse nata così e dentro di se, cresceva sempre più una confusione devastante.
In casa poi non parlava con nessuno, teneva per sé le sue frustrazioni e anzi se ne vergognava a tal punto, che le nascondeva tra le righe del suo amato diario.
Fu poi alle superiori che prese consapevolezza di ciò che le stava accadendo e cercò in qualche modo di spiegare alla sua famiglia quello che per anni aveva tenuto nascosto nel suo cuore, ma fu l’inizio di un lungo periodo di sofferenze.
Bruciava ancora lo schiaffo che le aveva dato quel pomeriggio suo padre Giulio quando aprendo la porta della sua cameretta, dalle pareti azzurre, l’aveva trovata davanti allo specchio con un vestito di sua sorella maggiore e le labbra pasticciate di rosso. Sua madre poi, oltre a comprarle quei pantaloni che Vittoria odiava tanto, si ostinava a farle tagliare i capelli sempre più corti come a voler rinnegare una realtà che cozzava con i saldi principi etici professati da Padre Lorenzo a tutta la comunità dei suoi fedeli e ai quali la mamma sottostava ubbidiente.
Quante volte Vittoria, seduta con lei al tavolo della cucina mentre la guardava sgusciare i piselli, le aveva confessato la sua dura verità, ma quando lo faceva, la vedeva ogni volta asciugarsi le lacrime con un lembo del suo grembiule, prendere il “Rosario” che teneva sempre in tasca, stringerlo forte in una mano e battersi il petto come a colpevolizzarsi per quello che stava succedendo.
L’unica che riusciva veramente a capire il suo stato d’animo e che continuava a volerle bene incondizionatamente, era Susy. Lei non ci trovava nulla di male se la sua amica cercava di affermare il suo vero “Io” e far comprendere a tutti quale fosse la sua vera natura.
Il rosso di un semaforo, aveva costretto Vittoria a fermarsi a quell’incrocio e mentre assorta, guardava fuori dal finestrino, riconobbe un negozio che era stato protagonista di una vicenda accaduta in passato sempre con la sua inseparabile amica.
Come si erano divertite quella volta nel guardare l’imbarazzo sul volto di quel bel commesso inginocchiato davanti a lei mentre tra le mani si rigirava una scarpa rossa col tacco dopo aver capito che non era Susy a doverla calzare.
Quella era stata l’unica volta che Vittoria aveva riso di se stessa.
L’unico episodio che aveva reso buffo, un aspetto della sua vita che invece l’angustiava tanto e che di comico, in realtà, non aveva proprio nulla.
Il suono del claxon di un’auto dietro la sua, l’avvertiva che il semaforo era già diventato verde.
Ingranò la marcia e proseguì per la sua strada.
Le venne poi in mente quando, appena ventenne, dovette andare via di casa. I problemi con i suoi genitori erano ormai divenuti insostenibili.
Avevano cominciato a manifestare un forte disagio e senso di vergogna nei confronti del percorso intrapreso da quella “figlia” ritenuta la “pecora nera” e la lasciavano fuori da ogni festa o incontro familiare, come a voler nascondere al resto dei parenti il disonore da lei provocato e giustificavano il loro gesto dicendole che il suo essere “folle e contro corrente”, avrebbe potuto compromettere l’integrità morale e la crescita dei cugini più piccoli.
Per non parlare della nonna poi. Le sarebbe venuto un colpo nel vedere com’era cambiata “la nipote” e sicuramente non l’avrebbe neanche riconosciuta. Così Vittoria, con i pochi spiccioli messi da parte, dovette allontanarsi da casa sua e affittare un monolocale in centro.
Non riusciva comunque ad arrabbiarsi seriamente con i suoi genitori perché capiva benissimo che a sbagliare non era il suo nucleo familiare che rifiutava la sua “trasformazione” ma erano i loro pregiudizi, incastrati all’interno di una società non ancora pronta ad accettare questo genere di persone, a non permettergli di andare oltre ogni conformismo morale e oltre a quelle comuni idee che ritengono quel tipo di cambiamento, una sorta di “trasgressione e perversione”.
Com’era stato difficile poi, trovarsi un lavoro.
Ogni qual volta si presentava a un colloquio, i responsabili sgranavano gli occhi nel notare che il suo aspetto femminile non coincideva con il profilo maschile del suo curriculum e la liquidavano sempre con la stessa parola: – Le faremo sapere – .
A quel punto Vittoria, pensò bene che era giunto il momento non solo di affidarsi alle cure e ai consigli della dottoressa Pace, psichiatra e psicoterapeuta, con la quale condivise un lungo periodo, ma anche di attuare una vera e propria metamorfosi.
Così, si era sottoposta a una serie d’interventi chirurgici e di cure ormonali che erano riusciti finalmente a donarle il sorriso e la tanto ricercata felicità.
Dopo poco tempo, era anche riuscita a trovare un discreto lavoro.
Vittoria spense il motore, scese dalla sua auto, chiuse la portiera e pigiò sul tastino del telecomando che fece il solito bip. Raggiunse con passò affrettato la porta di casa, la richiuse alle sue spalle e poggiò le chiavi sulla solita mensola di vetro che si trovava all’entrata.
Si soffermò a guardarsi un pò intorno. Tutto in quella casa parlava di lei, dalle foto ai libri che leggeva, dall’arredamento ai vestiti chiusi nell’armadio. Tutto era proprio come lei aveva sempre desiderato e nell’aria si percepiva un delicato profumo di donna che le ricordava costantemente il suo “essere femmina”.
Si guardò poi allo specchio. Finalmente adesso, vedeva riflessa quell’immagine di donna che lei aveva sempre racchiuso nel suo cuore.
Rovistò nella sua borsa alla ricerca di quel sottile tovagliolino di carta dove Damiano aveva scritto il numero del suo cellulare. Non appena riuscì a trovarlo, lo strinse forte al petto.
Quello era la conferma di un sofferto ma riuscito cambiamento.
Aveva ormai chiuso col suo passato e la figura di Vittorio, che l’aveva tenuta prigioniera per anni in quel corpo maschile dagli occhi tristi, era finalmente sparita, lasciandola libera di vivere quella vita che lei aveva tanto sognato.

Rossella Gabriella Campisi



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