Opere di

Rocco Antonio Fabrizio Raitano

IMMERSO

Immerso nei miei pensieri
di bimbetto triste ed impaurito,
mi rinchiudevo nel soggiorno
nella speranza di lenire la tristezza.*
Presa la scatola dei giochi,
la riversavo sul pavimento che,
talvolta, ghiacciato dal vento,
si faceva lago.
Preso un cuscino,*
poggiatolo alla gamba di una sedia,
mi infilavo sotto il lungo tavolo,
il cuscino si era già fatto monte,
il pavimento pareva mutarsi
ad ogni mia fantasia e i pupazzetti,*
come per magia, prendevano anima
e si facevano vivi.
Un soldatino ubriaco d’un lato
(quante volte gli avevo bruciato i piedi
per farlo stare in ritto su sé stesso),*

un indiano con l’arco
sopra il cuscino e …
… altre decine di soldatini
sparsi or qua, or là.

I pantaloni alla “zuava” e le ginocchia *
a martoriarsi con i bottoni in osso
a chiudere stretti i pantaloni.
Non riuscivo mai a sbottonarli.
E più mi accanivo nel mio intento,
più mi facevo teso e rabbioso.*
Talvolta, stufo e contrariato,
mi alzavo di scatto
e scordandomi d’essere
sotto il lungo e massiccio tavolo,
battevo il capo sulla striscia *
di legno più tagliente.
Quanti graffi sulle mani e sulle braccia,
quanti bernoccoli
sulla fronte e sul capo
e … mia madre: *

- “Quante volte ti ho detto di stare attento?
E poi guarda, che disordine!
Ogni giorno ripeto di tenere bene
i giocattoli e ogni giorno
ti trovo con quelli sul pavimento!*
Insomma, quando comincerai
a mettere un po’ di giudizio? –


I RIMPROVERI

I rimproveri non erano immotivati.
Era vero che non riuscivo
a tenere in ordine le mie cose
ma non era colpa mia se preso*
da tanto spasimo, come era,
mi veniva istintivo
prendere pupazzi e gettarli
per aria o lontano da me.

Era come se quei paesaggi fantastici *
che creavo per i miei giochi
si tramutassero in quegli incubi notturni
che rendevano il mio riposo un inferno.

Quanti pianti, quante fughe

dalla mia stanzetta per andarmi ad infilare *
nella da letto dei miei genitori.
Ma ogni volta trovavo mia madre
con il rosario tra le mani
e il viso bagnato da una lacrima:

- Mamma, dov’è papà? – *

le chiedevo ogni volta!
E ogni volta mi sentivo rispondere con la stessa frase:

- “Papà è al lavoro! Lo sai che è a lavoro!
E’ il suo mestiere!
Tu non devi aver paura, *
devi essere coraggioso!
E’ vero che sei coraggioso?” –

Mi abbracciava e mi rimandava a letto.
Io fingevo coraggio
e nascondevo la codardia. *
Chiusa la porta, nel buio,
gli stessi mostri di ogni notte
venivano a rinnovare l’orrore ed io,
piccolo virgulto d’uomo, ero costretto
a trattenere le urla e a nascondermi sotto le coperte. *

Come ogni notte, avrei dovuto lottare
con i miei fantasmi e con le perenni estenuanti paure.
I paesaggi svanivano,
gli incubi si moltiplicavano
ed io crescevo nel terrore *
di non vedere ritornare mio padre.
Pericoloso era il mestiere di mio padre!
Ogni notte era costretto
ad andare in mare!


OGNI NOTTE

Ogni notte, mio padre, era costretto
ad andare a difendere la Patria!!!

Venivano i malviventi, i contrabbandieri,
i pirati di frontiera. *
E la tenebra ogni notte lo inghiottiva:
insieme ai suoi uomini,
ogni notte la tenebra li portava via,
su un guscio di noce,
sul mare in tempesta. *

*****

Partivano quegli uomini …
… l’ignoto li attendeva
e la notte buia e il cielo in tempesta …
in un guscio di noce il mare
li portava via lontano. *

Ogni notte … ogni notte … la notte …
li portava via … lontano …
il buio li inghiottiva
la pioggia li bagnava
il vento li batteva … li schiaffeggiava *
e all’orizzonte al di qua della frontiera
eccoli … incappucciati …
quelli venivano a malaffare.

Ogni notte … mio padre era
costretto ad andare in mare … *
… su un guscio di noce essi
prendevano il mare e la loro vita
non valeva più un soldo …
andavano … andavano … eroi …
venivano … venivano, *
fantasmi alla mente
ed io … e mia madre …
insonni … le notti …
i giorni di … tarda! Aspettare …
Sperare … Disperare … Pregare …!*
Ogni notte … un tumulto, ogni giorno
una speranza … una battaglia vinta
e … la guerra persa!
Tra i flutti e le tempeste …
contro pirati e quelli d’altra parte … *
e raffiche e … piombo …
e il mare … e i flutti
e il cielo e l’ignoto e … la tenebra
negli occhi … nel cuore e …
andare e ritornare … ancora vivi …! *


QUANTE VOLTE

Quante volte avevo provato
il vuoto della solitudine,
quante volte mi ero trovato
immerso nelle mie fantasie *
mai riuscivo a scrollarmi di dosso
quel senso di tristezza.

Vispo, forse un po’ troppo,
non riuscivo a star tranquillo un momento,
eppure, quell’ansia, quell’energia *
m’era stata donata sin dal principio,
insieme ai miei malanni: già!

Filiforme, malaticcio, sempre
chiuso nel mio essere introverso,
poche volte riuscivo a distrarre *
la mia mente
triste condizione quella.

Fu il giorno e mi decisi
a finire i miei giochi
in compagnia di mia madre. *
Una innocente scusa
e riuscii ad intrufolarmi in cucina:
mia madre stava ricucendo
un paio di pantaloni
che, maldestro, io *
avevo strappato.

E … m’ ero accovacciato lì,
tra la porta e la cassapanca
ove mia madre teneva conservati
piccoli stracci di stoffa *
e gomitoli di lana.

La cassapanca era
pulitamente coperta e mantenuta
da una copertina in stoffa leggera
bellamente ricamata di cuciture e pizzi. *
Le mie mani montavano e smontavano
un modellino d’automobile
d’ antico, stile
sì, quelle in plastica *
che venivano regalate
nei pacchi delle merendine.
Erano tutte da montare …
erano tutte da montare … !?
Ero tutto un fremito … !? *


MA … TALVOLTA …!

Erano tutte da montare …
… belle macchinine … quelle
tutte da montare e smontare
ma talvolta cosa succedeva …: *

- Ecco!Lo sapevo! Guarda, mamma,
in questa automobilina
un pezzo di plastica s’è rotto!
Ci vorrebbe un po’ di colla.
Abbiamo un po’ di colla, mamma? – *

- Credo che sia conservata in soggiorno, in uno dei cassetti del tinello!
Perché non vai a vedere se la trovi?
Ma stai attento, non farti male
come tuo solito, altrimenti le buschi. –

Come un fulmine, alzatomi, *
mi fiondavo correndo
baldanzoso e fiero e sicuro
di trovare il tubetto della colla ma,
che delusione, era vuoto.
Maliziosamente, avvicinavo *
la mano al cassetto accanto
e sapevo di trovarvi una scatola di fiammiferi.
Ed ecco, quietamente ritornavo in cucina,
come se nulla fosse, con in mente *
un progetto tanto furbo
quanto pericoloso: usare il fuoco
per sciogliere la plastica
e riattaccarla sulla parte spezzata.
Ed ecco: un momento di distrazione, *
una scintilla, una fiammella
e la copertina di stoffa in fumo.
Ed io, lì, lì vicino, alla fiamma
che prendeva corpo nel rosso della sua anima:

- Mamma, mamma! Il fuoco, il fuoco! – *

Ed ecco, mia madre, allontanarmi
con uno spintone dalle fiamme
e spazzare quelle con forti
colpi di stoffa bagnata e bacinelle d’acqua!
Quanta paura in quel momento! *
Quanta incoscienza! Una stupidata
stava per causare un rogo,
un incendio, una tragedia.
Eppure, non avrei creduto
di essere così maldestro. *


ERA COME ASSISTERE AD UNA FESTA DI PAESE…

… ogni mattina, quando uomini,
giumente e carrettini, tenevano vivo
l’albeggiare in una baraonda.
Il cigolio delle ruote dei carrettini, *
il mormorio dei lavoranti nel caricare
gli attrezzi di lavoro
e le sacche delle cibarie.
Colazione, pranzo e cena, tutto avvolto
in una tovaglia di stoffa resistente: *

-Partiamo, prima che il sole si faccia alto.
Oggi sarà un altro giorno di mietitura,
il grano è già maturo e le spighe son pesanti. –
E partivano, padroni e lavoranti,
come soldati in fila indiana, *
con le giumente a trainare uomini e attrezzi
sistemati sulle tavole di legno duro.
Qualcun di loro s’era fatto preparare
un cuscino imbottito di stracci,
qualcun altro se ne abbozzava uno *
con una giacca avvolta in un telo.
Non riuscii mai a salire
su uno di quei carrettini
e raggiungere la campagna
dopo un lungo viaggio tra sentieri *
e strade brulle e polverose.
Ma quelli, ogni giorno
e puntuali partivano indomiti e forti.
I miei nonni mi raccontavano
che spesso era tanta la fatica da sopportare *
che al ritorno, molti di loro
si appisolavano stremati dalla stanchezza
e dall’insopportabile dolore ai muscoli.
Sul campo, le falci tranciavano gli steli
all’altezza giusta per poi poterli legare in fasci *
più o meno consistenti.
Per mitigare le fatiche
ci si improvvisava in un coro di voci
e non importava chi stonava:
un “la” o un “do” fuori posto *
andava anzi a genio per far scaturire
una risata o una battuta ironica: … !


- “Continua a stonare ancora un poco …
… che farai venire a piovere!” –

- Fallo stare zitto, per carità!
Ci toccherà ritornare a casa sotto un temporale! –

Riprendevano le falci e ritornavano *
di buona lena a tranciare gli steli
alla giusta altezza.
L’occhio e le braccia esperte,
non erravano, e ad ogni colpo di falce,
mille piccole sfoglie leggerissime *
si alzavano nell’aria soffocando
il respiro di quelli.
Colpi di tosse, starnuti
e sulla pelle un gran prurito:
polvere ad appiccicarsi al sudore *
e il vento a scapigliare
le loro chiome o i radi resti di quelle.

Pochi erano i giovani che
andavano con loro,
a quelli piaceva spassarsela! *
Chi aveva studiato i fondamentali
poteva permettersi
un lavoro da impiegato, un ufficio,
una bella poltrona.
Il lavoro non mancava ai dotti *
e agli … scaltri ma, tra quelli,
ve ne erano di fannulloni
che s’approfittavano dell’ignoranza
delle genti:

- Vedi!Lo conosci quello?
Sì, il figlio di Don Tale! *
Quello che possiede l’appezzamento coltivato
a vitigno in contrada “Pinco”!
S’è arruffianato l’assessore
del comune e ora fa il padrone pure lui, sì!
Fa il padrone seduto sulla poltrona, *
dietro uno scrittoio, in un ufficio
a mettere firme sopra fogli di carta. –

- Che vuoi farci! Ad averla la fortuna
d’essere ruffiani …!


SE I NOSTRI PADRI

… ci avessero insegnato la ruffianata
invece che la zappa, allora
la pacchia si che l’avremmo fatta noi.
Ma non ti dannare l’anima, *
loro non sono più fortunati:
a noi la zappa, la fatica e la falce
e quando ci va male, un bicchiere di vino,
a loro, invece, certo, la galera!

Se i nostri padri avessero scavato *
nella nullità degli uomini
ci avrebbero insegnato
a fare i furbetti e i lecchini
ma quelli stessi sono ora
a far fessi noi, che abbiam
voluto restare gentili! *

Se i nostri padri ci avessero
presi da parte e ci avessero insegnato
a parlare con lingue di serpente
avremmo potuto imparare
a gabbare quelli come noi … *
ma a noi … la zappa …
… e a loro le cattedre
a noi la terra arsa dal sole
e a loro i bell’uffici …
a loro l’arroganza degli arrivati … *
a noi l’umiltà degli emarginati!

Ah … se i nostri padri
ci avessero insegnato a fare i lecchini
avremmo potuto godere
di favori e benevolenza
e … invece ecco, *
chi ci frustra chi ci bastona
chi ci uccide con una parola
chi approfitta del nostro bene
chi ci guarda malignamente
chi ci deride e giudica codardi! *

Ah … la zappa … ! Ah … i cenci …!
Ah … la mancata scaltrezza!
Ci avevano insegnato l’A-B-C-
ma troppo profonda fu la nostra
dignità di uomini puri *
puri come l’acqua e il vino
che bevemmo sotto il sole …

… ma che n’ha l’uomo delle sue fatiche
consumate sotto il sole?



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