la Cielopolitana

di

Piergiorgio Bortolotti


Piergiorgio Bortolotti - la Cielopolitana
Collana "I Salici" - I libri di Narrativa
14x20,5 - pp. 88 - Euro 9,50
ISBN 978-88-6587-1331

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In copertina: «Verso il futuro» fotografia di Piergiorgio Bortolotti


Prefazione

Con questo romanzo fantastico, dal titolo ancor più sognante, come a voler sottolineare l’intenzione di elevare alla massima potenza la forza della fantasia e la fertile vena creativa, Piergiorgio Bortolotti offre, ancora una volta, la possibilità di leggere le pagine di un libro permeate da profonde riflessioni sulla condizione esistenziale dell’essere umano, riscoprendo come sia fondamentale preservare i valori fondamentali del vivere.
Il romanzo “la Cielopolitana”, inizia con una invenzione narrativa fantastica, ma conduce subito in un ambito che porta il lettore a “pensare”, a guardare il mondo odierno con sguardo critico, a rintracciare nelle pagine, tra passaggi divertenti e acute osservazioni, alcune considerazioni sociologiche e filosofiche sul cammino dell’Uomo, sul falso progresso, sulle contraddizioni e le antinomie, ponendo grande attenzione alla continua ricerca del benessere e al possibile futuro che si prospetta per l’Uomo.
Voglio offrire alcuni brevi cenni sulla trama, giusto per dare l’idea del percorso narrativo.
Per uno strano evento del destino, alcune persone vengono chiamate a presentarsi nello stesso posto, allo stesso giorno. Ricevono la comunicazione per una riunione presso la scuola media Enrico Toti. I destinatari sono la signora Fausta, maestra in pensione; il professor Serapione, insegnante di scienze, ormai vedovo ed abituato a vivere da solo; il professore di lettere Nereo; e, infine, Maura, laureata in psicologia, in cerca di occupazione.
Il giorno fatidico è l’otto settembre. Li attende il dottor Bonifacio che li mette al corrente di un incarico della massima segretezza che durerà circa due settimane. Una capsula misteriosa, dal contenuto magico, avrebbe permesso loro di assumere dimensioni infinitesimali, in modo da poter essere contenuti in una piccolissima astronave, chiamata appunto Cielopolitana: una sorta di microscopica bolla di sapone che sarebbe stata il mezzo di trasporto per la loro missione segreta.
Inizia così il fantastico e strabiliante viaggio che, come prima tappa, li conduce nell’anno 2292: davanti ai loro occhi increduli, ecco allora apparire un mondo in cui la civiltà è cambiata in meglio. I trasporti funzionano ad energia solare, niente auto, niente caos, niente ansia o vita alienante. Il giusto tempo libero è offerto a tutti; ognuno lavora seguendo la sua passione e viene pagato con una retribuzione che permetta di vivere dignitosamente. La politica è profondamente cambiata. Il Vaticano è diventato un museo. Esiste il benessere per tutti.
Poi, la missione si sposterà in altri luoghi ma sarà il lettore a scoprirli. Tutto ciò permetterà ai protagonisti, “viaggiatori nel tempo”, di dare uno sguardo al futuro dell’umanità e di osservare con attenzione ciò che potrà succedere all’umanità: in modo che, una volta ritornati nel loro mondo, saranno stimolati ad insegnare agli altri esseri umani come sia importante condurre l’Uomo verso una visione positiva e come sia fondamentale cercare di vivere in modo saggio.
Piergiorgio Bortolotti si dimostra decisamente bravo nel raccontare il mirabolante viaggio nel futuro ed è forte la sua capacità di magnetizzare l’attenzione sulle vicende narrate e sui protagonisti che vengono intelligentemente utilizzati come a plasmare su di loro alcune tipologie simbolo e diverse personalità dell’essere umano.
Piergiorgio Bortolotti libera la sua fantasia, sprigiona invenzioni narrative, alimenta le sue parole con la sostanza di un’idea, di un concetto che vuole porre sul tavolo della discussione, componente fondamentale che rende un libro pieno di sostanza e non di fumo.
Dalla fornace fantastica nella quale immette numerose invenzioni, alla fine, Piergiorgio Bortolotti estrapola la morale della favola ed i protagonisti di questo sognante e fantasioso racconto capiranno che la missione segreta non è altro che un impegno ad operare perché le cose cambino ed è auspicabile che l’Uomo sia così intelligente da capire quale sia la strada giusta per un effettivo progresso e per una giustizia sociale che offra una vita serena ad ogni essere umano.

Massimo Barile


la Cielopolitana


«La vita è una commedia
che non importa quanto sia lunga,
ma che sia ben recitata.»

François des Rues

I

La signora Fausta, maestra in pensione da qualche anno, finite di sbrigare le poche faccende domestiche della mattinata, si era affacciata come il solito alla finestra di casa, per dare una sbirciatina in strada. Era un’abitudine acquisita ed avveniva puntualmente alle undici di ogni giorno, ad esclusione della domenica. Era una bella giornata di settembre. Fuori il cielo era di un azzurro terso. In strada non c’era nessuno; solo un paio di piccioni a rincorrersi sul marciapiede di fronte al portone di casa.
Pensò di scendere per prendere una boccata d’aria, andandosi a sedere sulla panchina in giardino, posta sotto l’alto cedro. Uscita sul pianerottolo, incrociò la vicina, la signora Gianna; cosa che avveniva puntualmente, ogni volta che decideva di uscire. La signora Gianna prese ad attaccare discorso, facendo trapelare la sua angosciosa solitudine. Fausta le prestò ascolto, più per “carità cristiana”, come ripeteva a se stessa, che per intima convinzione.
Anzi c’era da sospettare che la vicina le fosse anche un poco antipatica, ma lei s’imponeva questo sacrificio di starla a sentire perché convinta, facendolo, di acquisire meriti per il Paradiso. La signora Maestra, come la chiamavano tutti quelli di casa, era una donna all’antica; religiosissima, qualche volta anche un po’ pettegola, ma con una dote che la rendeva amabile: sapeva comprendere le persone. Pur molto legata ai suoi valori sui quali non transigeva, era però capace di mettersi, per così dire, nei panni degli altri, rifuggendo dal facile giudizio. Nei suoi lunghi anni di insegnamento, aveva saputo conquistarsi la stima e l’affetto degli alunni, grazie a quella sua disposizione che la portava, quasi con naturalezza, a non fare distinzione alcuna tra capaci e meno bravi, fra belli e brutti, fra ricchi o poveri.
Per tutti aveva una attenzione particolare che, unita ad una misurata severità, la faceva sentire persona affidabile alla quale potersi rivolgere con fiducia. Ultimamente soffriva di un leggero handicap: era diventata sordastra. Di corporatura robusta, appariva tuttavia di aspetto gradevole. Dopo aver sostato qualche momento sul pianerottolo di casa, in ascolto della Gianna, s’avviò, senza fretta, giù, lungo le scale; continuando a prestare ascolto alla sua interlocutrice. Naturalmente, mano a mano che scendeva, la voce della Gianna le giungeva meno chiara all’udito e, pertanto, qualche risposta che le dava, non era tanto in sintonia con le domande o le considerazione della donna. Finalmente giunse in fondo ed uscì in giardino giusto in tempo per vedere il postino che suonava al cancello di casa.
«Buon giorno! Le apro subito» disse rivolta all’uomo. Riaprì il portone e pigiò l’interruttore che comandava l’apertura del cancello.
«Buon giorno, signora Maestra!» salutò, entrando, il postino. Quindi le porse una lettera.
«Mah! Chi sarà mai che mi scrive?» si chiese, rigirando tra le mani la lettera. Si diresse senza indugio verso la panchina e messasi a sedere, inforcò gli occhiali, aprì la missiva e prese a leggere. La si informava che veniva convocata ad una riunione da tenersi il giorno otto del mese alle ore diciotto, presso la sede della scuola media Enrico Toti.
«Che sarà mai questa novità?» pensò Fausta, rileggendo con rinnovata attenzione la lettera. Si soffermò sulla firma apposta in fondo al foglio. Il nome riportato non le tornava nuovo e tuttavia non le riusciva di ricordare chi fosse il dott. Bonifacio. Ripiegò con cura il foglio di carta, lo rinfilò nella busta e, messasi questa nella tasca del grembiule, fece un lungo sospiro borbottando tra sé qualche parola di biasimo per quell’invito inaspettato.

Più o meno nello stesso momento, nella parte opposta della città, la giovane collaboratrice domestica del professor Serapione, bussò leggermente alla porta del suo studio.
«Avanti!» tuonò da dentro una voce baritonale. La porta si socchiuse lentamente e comparve sulla soglia la bionda Irina che, timidamente, porse all’uomo seduto dietro una scrivania in noce, la posta appena ritirata.
«Grazie! Metta pure qui sulla scrivania. A proposito, come sta oggi?» chiese con premura il Professore.
«Grazie a Dio, va meglio. Anche la gola non mi brucia più» rispose la giovane in un italiano stentato.
«Si riguardi! Non faccia la sciocchezza di trascurare la salute per qualche ora di lavoro» riprese Serapione, con un tono che non ammetteva replica.
«Ha ragione Professore» rispose la donna, «ma sa bene quanto ho bisogno di lavorare».
«D’accordo, d’accordo! La salute però viene prima. Adesso vada pure, e buona giornata». salutò, Serapione, congedandola.
Lo studio dove sedeva Serapione, era una stanza abbastanza ampia, perennemente tenuta in penombra. Anche quel giorno, dopo aver arieggiato la mattina presto, il professore aveva abbassato la persiana, lasciando filtrare la luce indispensabile per poter leggere. L’ambiente nel quale trascorreva buona parte della giornata, faceva pendant con il carattere dell’uomo. A prima vista, infatti, dava l’impressione di una persona poco socievole e piuttosto tenebrosa. In realtà dietro la scorza di persona scostante, si nascondeva un uomo di specchiata onestà, di carattere franco e sincero.
Era conosciuto per un accentuato anticlericalismo, e questo suo atteggiamento lo portava, talvolta, a scontrarsi con persone di sentimenti opposti ai suoi; con punte anche polemiche. Quella insofferenza per tutto quanto aveva a che vedere con cose ecclesiastiche, gli aveva inimicato non poche persone; anche nell’ambiente scolastico, quando ancora insegnava. Tuttavia coltivava poche, ma preziose amicizie, con qualche prete e frate. Anche Serapione era pensionato; al pari di Fausta. Aveva insegnato scienze, per tutta la vita, al liceo cittadino. Era vedovo e viveva da solo. I due figli, un maschio ed una femmina, sposati, vivevano altrove.
Da qualche tempo aveva preso a servizio una giovane immigrata russa. Serapione aveva il fisico di un atleta: asciutto e piuttosto alto di statura, aveva due baffoni che lo facevano somigliare a qualche personaggio del Risor­gimento; di quelli ritratti sui libri di scuola. Rimasto solo, controllò la posta. Fu attratto, per primo, dalla lettera in tutto uguale a quella giunta alla signora Fausta. Sulla busta, al posto del francobollo, portava impresso un timbro rosso. Preso il tagliacarte l’aprì con cura e lesse quanto scritto sul foglio.
«Che baggianata sarà mai questa?» si chiese a voce alta. Poi scorse con lo sguardo l’agenda da tavolo che teneva aperta sulla scrivania, e controllò se mai avesse segnato qualche impegno per il giorno otto del mese. L’agenda gli apparve spaventosamente in bianco; pertanto fu ben felice di poter segnare quell’appuntamento. Dopodiché sprofondò nella lettura che aveva interrotto, lasciando perdere il resto della posta recapitata.

Era quasi mezzogiorno quando Nereo giunse davanti al portone del condominio dove alloggiava. Era uscito per fare delle commissioni, e poi si era intrattenuto oltre il previsto. Con degli amici incontrati lungo strada, si era recato al bar a prendere un aperitivo. Prima di salire in casa, pensò di controllare se c’era della posta. Notato che si trattava per lo più di opuscoli pubblicitari, stava quasi per buttare tutto dentro il cestino della carta. Fu allora che intravide la busta con il timbro in rosso. La guardò attentamente, la rigirò fra le mani e poi l’aprì con noncuranza, mentre entrava in ascensore.
«Puah! Sarà roba della scuola» pensò. Pigiò il pulsante del quarto piano e si mise a leggere la lettera a voce alta; come dovesse conferire con qualcuno.
«Ma che vadano alla malora! Cosa vogliono questi da me?» sbottò appena ebbe letto il contenuto. Nel frattempo era arrivato al quarto piano. Lasciò l’ascensore con un baccano del diavolo. Infilò la chiave nella toppa, aprì, richiuse la porta e, toltosi le scarpe, si stravaccò sul divano, nel piccolo soggiorno dentro casa. Riprese a leggere la lettera in questione, poi la lasciò cadere sul pavimento, dove giacevano in disordine anche altre carte, libri e quaderni.
Nereo, circa trent’anni, era un bell’uomo. Era professore di lettere presso la scuola media nella cui sede era stata convocata la riunione che tanto lo infastidiva. Il dottor Bonifacio lo conosceva abbastanza bene, avendo avuto occasione di incontrarlo, qualche volta, durante corsi di aggiornamento. Sapeva che era un funzionario dell’Ente pubblico e questo gli bastava per averlo in antipatia. Come insegnante, Nereo, aveva parecchie lacune. Non che non fosse preparato, ché anzi si era qualificato tra i migliori quando si era laureato, ma quella dell’insegnante non era davvero la sua passione.
Lo faceva esclusivamente per il ventisette del mese e qualche volta ebbe anche la malagrazia di dirlo pubblicamente davanti ai suoi studenti che, infatti, lo detestavano cordialmente. Era quello che si definisce un giovane rampante con in testa solamente la carriera, i soldi e il successo. Era un pozzo di cultura, che però usava per farne sfoggio in compagnia di altre persone; tanto per apparire, mettersi in mostra. Viveva da solo nel piccolo appartamento al quarto piano di un condominio di periferia.
Gli serviva più che altro come garçonnière, luogo di rifugio provvisorio. Per il futuro aveva in testa tutt’altri programmi che non l’insegnamento nella scuola. I pasti li consumava al ristorante o alla mensa della scuola. Quanto alle pulizie di casa, ci pensava Luisa, una quarantenne rimasta sola, del sesto piano. Luisa, di aspetto più che piacevole, nutriva dell’affetto per Nereo, e lui pareva approfittarne, quasi con cinismo Non l’aveva mai apertamente incoraggiata; solo lasciato credere che non le fosse indifferente. Niente di più che qualche gentilezza; quel tanto da non sembrare del tutto distaccato, ma senza curarsi dei sentimenti della donna.
Qualche volta si fermava a parlare con Luisa o le faceva qualche piccolo regalo. Se si portava in casa qualche donna, si studiava di non essere visto dalla vicina di casa. Lei, al contrario, si illudeva sempre di più di poter far breccia nel suo cuore, e ci metteva passione nel riordinargli l’appartamento.

Era quasi notte quando Maura rincasò, quel giorno. In tavola, tutto era pronto per la cena; di là in soggiorno, la madre l’attendeva. Le due donne si salutarono, e poi si misero a sedere.
«Papà non c’è?» si informò, Maura, notandone l’assenza.
«Torna tardi questa sera» spiegò la madre, «mi ha telefonato che lo trattenevano degli impegni urgenti di lavoro. A proposito» aggiunse subito, «è arrivata una lettera per te, ma ora mangia, che poi la leggerai con calma».
La giovane interruppe subito di mangiare e chiese di poter vedere la lettera.
«Potrebbe trattarsi della risposta a quella mia richiesta di lavoro, spedita la settimana scorsa!» osservò.
«Santa pazienza!» esclamò la madre. «Possibile che non possa attendere di finire di mangiare?». Appena Maura ebbe tra le mani la lettera, l’aprì con rapidità e con altrettanta rapidità la lesse d’un solo fiato. Rimase per un istante, che alla madre parve lunghissimo, assorta in silenzio e poi chiese, quasi parlando a sé stessa a voce alta, cosa potesse significare quella strana convocazione. Anche la madre volle leggere la missiva, senza peraltro capirci niente.
Maura era una giovane poco più che ventenne, laureata in psicologia e in cerca di occupazione. Per il momento lavorava prestando la propria consulenza dove richiesto, ma senza alcun contratto di lavoro. Era una bella ragazza, allegra, piena di entusiasmo e di voglia di vivere. Le due donne finirono di mangiare, continuando a fare congetture varie. Poi convennero che era tempo sprecato; meglio aspettare che Maura andasse a quell’appuntamento.


«Per comandare un vascello
non si sceglie il passeggero
di casato più nobile.»

Blaise Pascal

II

Giunse infine l’otto settembre di quel 2012. La prima a giungere presso la scuola Enrico Toti, fu la signora Fausta; seguita quasi dappresso da Maura e poi da Serapione. Buon ultimo giunse anche Nereo. Ad attenderli c’era il dottor Bonifacio, seduto dietro un tavolo di ciliegio, nella stanza che usava come ufficio. Fece accomodare i convenuti, cominciando dalle signore. Il dottor Bonifacio era un uomo dall’aspetto severo. Taciturno di natura, era di quelle persone che ben difficilmente tradiscono le proprie emozioni. Tuttavia sapeva essere anche ironico all’occorrenza.
«Signore e signori» esordì, «vi ho convocati per mettervi al corrente di un incarico che ci è stato affidato dall’Au­torità e che…»
«Scusi per l’interruzione» prese a dire Nereo, «ma mi sembrerebbe doveroso iniziare presentandoci…»
Il dottor Bonifacio lo fulminò con un’occhiata, che stava a significare: come ti permetti d’interrompere?
«Quanto ci viene richiesto» proseguì Bonifacio, «è della massima segretezza ed urgenza. Per le presentazioni ed altro ancora, avremo tutto il tempo che vogliamo. Ora si tratta semplicemente di firmare per accettazione questo breve contratto che ci impegna, ciascuno personalmente, e in quanto gruppo di lavoro, ad eseguire il compito affidatoci con la massima diligenza. Non so se lor signori hanno letto la clausola in calce alla lettera che hanno ricevuto. C’è scritto espressamente che il presenziare a questa riunione, equivale ad accettare incondizionatamente quanto richiesto dall’Autorità». Per la seconda volta Bonifacio usò il sostantivo autorità, come parlasse di qualche cosa che non ammetteva possibilità alcuna di discutere. Un ordine, insomma, da eseguirsi; punto e basta.
Ci fu un momento di silenzio greve come quando venga comunicata una notizia infausta, poi Maura, molto timidamente, chiese se fosse almeno possibile avvertire i propri parenti.
«Certo che lei è alquanto misterioso» intervenne Fausta. «Di grazia, potremmo sapere qualche cosa di più?»
«Le uniche istruzioni che ho al riguardo» riprese a dire Bonifacio, «è che a ciascuno di loro è data la possibilità di avvertire un parente stretto: marito, moglie, madre o padre, del fatto che sono stati incaricati di un lavoro che li terrà lontani da casa per un tempo variabile da dieci a quindici giorni e niente di più. Dopo ci verranno fornite ulteriori spiegazioni. Abbiamo tempo mezz’ora per questa incombenza. Ci ritroveremo qui per le ore diciotto e quarantacinque precise». Bonifacio sciolse la riunione con queste parole; si alzò e uscì. Corse un mormorio, qualche imprecazione, e poi ciascuno dei presenti fece quanto doveva per avvertire quelli di casa. L’unico che non si mosse, fu Nereo, che non doveva avvertire proprio nessuno. Poi ci ripensò. Telefonò a Luisa informandola che partiva per un viaggio e riattaccò senza nemmeno salutare.
Quando riprese la riunione, gli animi di tutti erano eccitatissimi. Parlò per tutti la signora Fausta, che volle sapere quanto tempo rimaneva loro a disposizione per dotarsi di un minimo di bagaglio, considerato che dovevano assentarsi da casa per un periodo non breve.
«Signori» prese a dire Bonifacio, «per quanto possa sembrare strano, non avremo bisogno di alcun bagaglio…»
«Cos’è, uno scherzo di carnevale?» interruppe Nereo.
«Nessuno scherzo» riprese Bonifacio. «Quello che sto per dirvi, ha certamente dell’incredibile, ed io stesso trovo difficoltà ad ammettere che possa essere vero, ma sono stato assicurato che si tratta di un esperimento a più riprese collaudato. Mi è stato assicurato inoltre che non correremo alcun rischio. Una volta conclusa la nostra missione, dovremo mantenere il massimo riserbo su quanto operato e visto».
«Sacraformento!» scappò detto a Serapione. «Usciamo da questo pantano esoterico! Sia gentile e ci spieghi in modo chiaro cosa ci viene richiesto».
Il dottor Bonifacio a questo punto trasse dal cassetto della scrivania una piccola scatola di metallo che mostrò agli astanti. L’aprì e ne trasse delle pasticche. Corse un mormorio di disappunto, tra tutti i presenti.
«Lo dicevo io che si trattava di uno scherzo di carnevale!» intervenne, Nereo, alzandosi in piedi e facendo atto di andarsene.
«Giovanotto! Si rimetta a sedere e non si permetta più simili atteggiamenti!» lo redarguì con forza Bonifacio.
«Mi scusi, dottor Bonifacio» intervenne Maura, «ma la cosa si sta facendo mostruosamente incomprensibile e…»
«Signorina» rispose con tono più pacato Bonifacio, interrompendola, «ho premesso che non c’è motivo di timore alcuno. Capisco le preoccupazioni di lor signori, ma datemi il tempo di spiegare e vedrete che…»
«Ma che diamine! Ci vogliono far sperimentare qualche droga?» soggiunse la signora Fausta, che aveva seguito silenziosa e molto preoccupata fino a quel momento.
Il dottor Bonifacio stava per perdere la pazienza. Si fece forza e riprese ad esporre quanto doveva dire. Spiegò che avrebbero tutti dovuto assumere una di quelle capsule che teneva in mano. Questo avrebbe fatto di loro delle persone invisibili e consentito di assumere proporzioni decisamente piccole, tali da poterli contenere tutti in una CIELOPOLITANA; una sorta di piccola astronave dalle apparenze di una bolla di sapone, che sarebbe servita loro come veicolo per la missione da intraprendere.
Per quanto il dottor Bonifacio si fosse sforzato di spiegare il tutto in maniera credibile, usando tutto l’armamentario filologico in suo possesso, quando ebbe terminata la sua esposizione, venne sommerso da una bordata di proteste e qualche imprecazione. La riunione stava per prendere una pessima piega. Al dottor Bonifacio non rimase che giocare d’azzardo, calando l’unica carta che gli rimaneva.
«Aspettate, aspettate un momento solo!» chiese con tono di voce fattosi supplichevole. «Capisco la vostra irritazione e i vostri dubbi. Vi chiedo un’ultima disponibilità. Ora io assumerò, a mio rischio, perché questo comporterà dei contrattempi, una parte minima di una di queste capsule, e vi darò la dimostrazione pratica della veridicità di quanto vi ho esposto».
«Ma no!» protestò Fausta. «Dottore, non insista! Alla sua età fare queste cose! Che esempio darà mai a questi giovani?» disse, con chiaro riferimento a Maura e Nereo. Fausta non aveva ancora terminato di parlare che il dottor Bonifacio, ingoiata la pillola, si era dissolto nel nulla, ma per una strana e incomprensibile ragione, se ne udiva la voce; voce che proveniva ora da un punto ora da un altro della stanza nella quale erano riuniti.
La meraviglia tra i presenti crebbe enormemente; tutti dovettero convenire che si trattava di qualche cosa di assolutamente fuori del normale. Passò circa un quarto d’ora, prima che il professor Bonifacio si materializzasse di nuovo. Sembrava leggermente euforico, ma fisicamente non presentava alcuna alterazione.
«Rieccomi a voi, signori! Siete più convinti ora?»
Rispose un silenzio pensoso e, per un istante che parve non finire mai, l’unico rumore udibile, fu il ticchettio dell’orologio che pendeva appeso al muro, e che pareva scandire il ritmo dei cuori e del respiro dei presenti, in maniera fin troppo regolare per essere vero.
«Per quanto mi riguarda» proruppe Maura, «benché non senza timore, la cosa mi incuriosisce assai e voglio provare!»
«Ma sì, perché non tentare» soggiunse Nereo. «In fondo l’idea di impasticciarmi per prova, almeno qualche volta, non lo nego, l’ho provata!»
«Mi sembrate tutti ammattiti!» sbottò Fausta. «È ben vero che la scienza e la tecnica hanno fatto progressi notevoli in questi ultimi tempi, ma io di dro-gar-mi», scandì le parole, «non me la sento proprio; è contro tutti i miei principi!»
«Con tutto rispetto» bofonchiò Serapione, «in una qualche misura, una qualche piccola parte di droga, se la assorbe quotidianamente, signora Fausta. Si tratta solo di cambiare genere di sostanza…»
«Ma che screanzato, professor Serapione! Cosa vorrebbe insinuare? Che il mio essere religiosa è paragonabile all’uso di sostanze stupefacenti?»
«Beh non è un mistero la somiglianze tra certi stati di allucinazione così detti mistici o pseudomistici e gli effetti del fumo di una canna».
«Ma per favore! La smetta! Questa sua considerazione sì, che è pseudoscienza!» tagliò corto la signora Fausta.
«Scusate, signore e signori» intervenne il dottor Boni­facio, «non siamo qui per far dietrologia, né tanto meno per insultarci a vicenda. Vi ho dato una prova evidente che si tratta, per quanto incredibile appaia, di un ritrovato che produce gli effetti dichiarati testé. Ora, a dimostrazione della assoluta mancanza di controindicazioni, vi leggo la lettera a firma dei professori e dottori…»
Qui fece il nome e il cognome di illustri cattedratici che garantivano quanto lui si era sforzato di illustrare fino a quel momento.
Dopo la lettura della lettera in questione, parvero tutti più sollevati. La signora Fausta rimaneva ancora dubbiosa in cuor suo, ma non lo dette a vedere. Decisero quindi di passare all’azione. Per prima cosa, il dottor Bonifacio, estrasse dalla borsa che portava appresso, una seconda scatola contenente quattro pasticche di dimensioni e colore diverso dalle prime. Ne prese una che infilò dentro un bicchiere d’acqua preparato in precedenza. Appena la pillola si sciolse, si formò come d’incanto, una specie di bolla di sapone colorata. Aveva le dimensioni di 15 centimetri di diametro; si sollevò poco più in alto, sopra il bicchiere dal quale era fuoriuscita.
«Bene» disse il dottor Bonifacio fregandosi le mani, «questo che vedete, è il nostro mezzo di trasporto! Ora viene il momento più importante. Appena avremo assunto la pasticca che dobbiamo ingoiare tutti quanti contemporaneamente, dovremo entrare lì dentro, facendo attenzione a non disperderci perché non abbiamo molto tempo a disposizione. Suggerirei questo ordine d’ingresso nella CIELOPOLITANA: prima salgo io per indicare la strada, a seguire la signora Fausta, il professor Serapione, la signorina Maura e per ultimo Nereo. C’è qualche obiezione?» chiese infine.
«Nossignore!» rispose per tutti Nereo scattando sugli attenti e facendo un provocatorio saluto militare.
Bonifacio si limitò a sorridere. Tutti presero, ognuno con il proprio mal di pancia, per l’inevitabile timore che ancora li possedeva, la propria pillola e la ingurgitarono.
«Oddio» esclamò subito dopo la signora Fausta, «ma qui non è successo proprio niente. Io vi vedo tutti quanti e della statura abituale».
«No, mi creda, signora Fausta» intervenne il dottor Bonifacio, «lei in questo momento non sarebbe visibile a nessuna persona che entrasse in questa stanza. Ora mi segua senza timore». Così dicendo la prese sotto braccio e fece qualche passo in direzione del lato nord della stanza. Solo a questo punto, la signora Fausta si accorse che qualche cosa era cambiato. Si sentiva più leggera, quasi fosse ringiovanita di quarant’anni all’improvviso e, con grande meraviglia, si accorse che poco davanti a loro stava una specie di ascensore del colore della CIELOPOLITANA, con le porte aperte.
«Dottor Bonifacio, mi dica: sto bene, oppure ho le allucinazioni?» si informò mentre entrava dentro l’ascensore. Bonifacio la rassicurò dicendole che semplicemente stava vivendo quanto poc’anzi le aveva illustrato.
«Ma sembra di stare in Paradiso!» esclamò estasiata a questo punto Fausta. Bonifacio si premurò di dire agli altri che attendessero il proprio turno là dove si erano nel frattempo ritrovati; pigiò un pulsante e l’ascensore, nella frazione di un secondo, lì portò all’interno dell’abitacolo che stava sopra di loro in alto. Bonifacio fece accomodare la signora Fausta su una splendida poltrona di velluto blu, quindi si diresse verso l’uscita da dove fece ridiscendere l’ascensore verso il basso.
Rapidissimamente furono tutti a bordo. Le esclamazioni di meraviglia si sprecavano. Tutti erano estasiati dalla vista che si parava loro davanti.

[continua]


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