Come le foglie

di

Patrizia Muraca


Patrizia Muraca - Come le foglie
Collana "I Gigli" - I libri di Poesia
14x20,5 - pp. 36 - Euro 8,00
ISBN 978-88-6587-749-7

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In copertina: «Fresh green leaves background» © Oleksandr Dibrova – Fotolia.com


Pubblicazione realizzata con il contributo de IL CLUB degli autori quale opera finalista nel concorso letterario «J. Prévert 2016»


Prefazione

Patrizia Muraca offre la sua silloge di poesie, dal titolo “Come le foglie”, ponendo, a caposaldo della visione lirica, il meraviglioso universo emozionale che custodisce nel profondo dell’animo.
Le sue parole nascono dal cuore palpitante d’una poetessa che diventa testimone del tempo, in un sommesso recupero memoriale che avvolge tutta la sua poesia, ammantandola di atmosfere ancestrali.
I versi delle sue poesie volano liberi nel “mare delle idee” e ritrovano continui “mondi e volti”, momenti “lieti e tristi”, pensieri lontani e malinconiche testimonianze delle “cose perdute”, che conducono ad un temporaneo senso di vuoto, subito capace di trasformarsi in un recupero del significato autentico della vita: ecco il segreto che regala la pace del cuore ed aiuta a decidere i “sentieri” esistenziali da seguire per saper accettare la realtà perché è sufficiente “vivere semplicemente la vita”, umanamente e profondamente.
La poesia di Patrizia Muraca si alimenta della sincera visione e della candida percezione del mondo, grazie al desiderio di voler decifrare le sensazioni che si generano dall’arabesco di ricordi, di pensieri dispersi nel tempo, di percezioni e suoni, di luoghi antichi ed echi della memoria: e, nella sua lirica, tutto fluttua come in un sogno.
Emerge la consapevolezza che il tempo scandisce inesorabile la finitudine dell’Uomo e Patrizia Muraca si abbandona a “parole di fuoco” che “brucino le ferite del cuore” ed a “parole di miele” che “leniscano ansia e dolore”, come a sottolineare tale sofferta condizione.
Ecco allora che capita di voltarsi indietro e guardare a tutto quello che si è lasciato: il luogo dei ricordi con le sue “rocce grigie e levigate”, che formavano le “cime arrotondate”; “il paese arroccato su un lato del colle”; la chiesa ed il suo campanile; le “fonti di acqua argentina”; la “quercia” antica che ancora resiste e diventa simbolo del continuo ritorno alle radici del proprio essere, alla storia di una vita passata “che non sarà mai dimenticata”.
Il suo recupero memoriale diventa struggente quando rimembra la figura del padre, che riposa nel “silenzio irreale”, come “dormiente nel gelo della morte”, che lei rivede ancora camminare lungo i sentieri, con le mani dietro la schiena e con lo sguardo che “vola lontano”.
In un secondo tempo, la visione lirica si espande alle innumerevoli suggestioni del mondo naturale: dall’immagine di un piccolo fiore agli “alberi spogli” durante il freddo inverno; dal “cielo rosato” ai “tenui chiarori” degli astri; dalla “bruma leggera” che si spande e “smorza pian piano la pena del cuore” al “cielo fresco di aprile”, in un susseguirsi d’immagini e di atmosfere.
Un soave canto dell’anima si espande dalle sue parole pervase di dolcezza, nell’amorevole abbraccio dentro al quale vive il ricordo di un mondo antico: la luce viva si materializza nella volontà di lasciare una traccia del suo passaggio, come fosse orma sulla fresca neve, celestiale navigazione sulle “alte nuvole spumose” e lento adagiarsi tra la “fresca bruma” che lambisce la pelle.
La memoria diventa scrigno prezioso contenente sentimenti e pensieri, emozioni ed immagini, “sospiri e sussurri” al ricordo della vita passata, che diventano gemme liriche sospese nel tempo.
Non v’è alcun dubbio che tutto il mondo memoriale si rigeneri nella poesia di Patrizia Muraca, simbolica messaggera e testimone di quel respiro universale che innalza ad una dimensione superiore, fedelmente resa e generosamente offerta.

Massimo Barile


Come le foglie


Di nuovo l’inverno!

Ritorna intenso il freddo,
ritorna all’improvviso
e giace nell’intorno cristallino
di mondi che scivolano
l’uno accanto all’altro
e non si vedono.
Ritorna e ghiaccia le pozze
d’acqua, raccolta
per giorni da piogge battenti.
Tace il ruscello
dalla voce argentina
che ieri scorreva
incessante nel bosco
e gaio scendeva giù per le chine.
Ritorna incessante
lasciando le foglie marroni
adagiate in tappeto soffice
ai piedi di alberi immoti,
con un lieve strato di ghiaccio,
coperte e dormienti,
che sotto il peso dei passi
si sgretolano scricchiolando.


Parole

Parole nascono dalla sua penna,
parole rimangono sul foglio,
ma solo aride parole
che presto saranno vecchie
ed ogni istante che passa
le trova poi diverse.
Parole impotenti, parole impacciate,
parole che non riescono a dare
il loro significato reale.
Nient’altro che parole
sulla carta che il tempo renderà gialla,
piccoli segni neri che ornano il foglio
coi loro ghirigori e i loro ganci.
Parole astruse e bugiarde,
parole che sanno di polvere
appena le posi sul foglio.
Eppur parole nere, parole rosse,
che portano dentro un messaggio
e ognuno potrà interpretarle come vuole.
Parole, come banderuole al vento,
lette in mille modi diversi
e da diverse menti recepite
che calcolano e infine decidono
qual è il loro vero messaggio.
Parole, solo parole!


Amico che passi veloce

Amico che passi veloce,
cammini in fretta sereno
con zaino in spalla di stoffa
e un sacco di anni di vita,
viaggiando in treno o a piedi
o con mezzi di vacua fortuna.
Son molti i luoghi da te visitati,
mano a mano,
d’inverno, d’estate,
nel vento e col sole;
sono tante per te
le persone conosciute.
Cammini lontano
col buio e la luce
senza timore e incertezza
e intorno hai nella mente
tutt’un mare di ricordi,
di oggetti, di volti e di posti,
ricordi che vengon con te,
suadenti, acuti e insistenti.
Cammini assetato di mondi,
di nuove esperienze da viver,
soddisfatto così della vita,
che tu consapevole
hai voluto condurre,
per ora, finché non decidi
che è giunto il tempo alla fine
e che puoi provare a fermarti
in un luogo che per caso hai trovato
in cui valga la pena di vivere.


Storia di un fiore

Vaga nella notte fredda
l’animo triste di un piccolo fiore,
divelto per amore,
offerto all’altra di vero cuore.
Era anch’egli innamorato,
di una vicina pallida tea,
molto bella ma altezzosa,
che forse un giorno l’avrebbe amato.
Era forse una chimera,
ma pur sempre una speranza,
per vivere più a fondo,
per sbocciare ad ogni alba,
sempre più splendido
e di forme e di colori.
Ed ora vola lo spiritello,
instancabile nel suo velo,
e cerca invano la sua rosa
pallida, bella e vanitosa,
ma sente infinita amarezza
perché sa che il tempo scorre
per la sua piccola graziosa tea,
mentre per lui da molto è fermo.
Sarà ormai appassita
e lentamente incenerita.
Dorme ora, sola e in pace,
e nella tomba ella tace.
La sua anima si è disciolta
in una piccola giravolta.
e avrà già dimenticato
quel piccolo fiore di ghirigori ornato,
che di lei si era innamorato.


Un vecchio marinaio

Col volto scavato, pieno di rughe,
seduto inerte sulla scogliera,
fuma la pipa con molta calma
rivolto alla notte e al mare pacato
che a lui piano sussurra
con i suoi argentei magici riflessi.
Va lontano il suo sguardo
e si perde all’orizzonte
e nulla vede.
È che guarda oltre nel tempo
e vaga sull’adorata nave,
mentre solca l’ampio mare
ogni giorno in lotta
per potere continuare.
È con la sua nave
che ha lasciato in mano ad altri
e a cui il destino non ha potuto cambiare,
amica che con lui ha diviso la vita,
le gioie e i rischi, senza parlare.
Ed ora è qui, sulla terra ferma,
un mondo sconosciuto
in cui non ha niente e nessuno da amare,
lontano da lei e tutto solo,
un uomo vecchio e inutile,
abbandonato.
Il mare, grande amico nemico,
col suo lamento sordo,
sembra di lui piano burlarsi.


Sabrina

Sabrina sorride ma è persa nel vuoto,
intanto che sta ferma seduta al suo banco,
sembra essere attenta al discorso
del dotto insegnante,
che parla lento e noioso.
Sabrina invece va via
e vola lontano lontano nel tempo
con la sua fervida giovane mente
di fanciulla che si affaccia alla vita.
E pensa ai suoi sogni
e a quel che vuol fare domani,
ad un futuro vicino e lontano.
Guarda fisso e innanzi
ed è già fuori nel parco,
che ricco intorno verdeggia
e osserva gli uccelli tra i rami,
ammirando i colori e le forme,
sognando per lei un vestito
uguale di fogge e colori
e si vede lontano su un palco
a danzare vestita di rosa,
sorride e non vede più altro,
abbagliata da luci e clamori.
Ma ecco che arriva pian piano
l’insegnante e sul banco batte la mano;
Sabrina torna in classe con gli altri
e termina in tal modo il suo volo.


Ciao!

Ciao… e nel volto un sorriso
pallido e triste,
ciao a te che sulla via cammini insicura.
Guardi lontano, in fondo,
a cercare una meta,
ma invano, solo palazzi e motori,
lungo la strada che grigia si snoda,
di gente gremita,
in mezzo al rumore di macchine folli
che avanzano in fretta
senza guardare nessuno
e bus e moto impazzite.
Ciao… e cammini pian piano,
pensosa nella marea di gente,
miriadi di facce che passano accanto,
perse nei loro pensieri.
Guardi lontano, al futuro,
incerto, velato, remoto,
e lenta procedi in una città che non è tua.
Ciao… e continui pur triste
verso un domani assai nebuloso,
senza pregare o sperare,
che questo diventi migliore
dei tanti giorni passati e oscuri,
da sola, silente, tra gli altri.


[continua]


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