Opere di

Paola Muzzolini

Con questo racconto ha vinto il secondo premio del concorso Angela Starace 2002, sezione narrativa

Al supermercato

Era il pomeriggio ormai inoltrato di una giornata gelida ma tersa nonché luminosa e bellissima: avrebbe infuso energia e gioia di vivere a pacchi a chiunque. Io invece ero furiosa. Con le mani affondate nelle tasche del piumino e lo sguardo ostinatamente abbassato per impedire a tutta quella luce di penetrare nel mio umore nero a dargli un po’ di sollievo, mi stavo dirigendo con passo sostenuto al supermercato. Avevo affrontato il disordine e lo sporco della mia casa per tutta la mattina e una buona parte del pomeriggio, avevo lottato con polvere e ragni annidati nelle travi del soffitto. Questi ultimi li avevo aspirati con l’aspirapolvere e il timore che fossero ancora vivi e potessero, non appena ripresi dallo shock, uscire attraverso il tubo e riprendere il loro posto in salotto, magari incattiviti dalla mia guerra contro di loro, non mi abbandonava. Ma non era questo il punto. Avevo lavato verdure, travasato il vino dalla damigiana nelle bottiglie, preparato il pranzo, apparecchiato, sparecchiato. Avevo aiutato mio figlio Luca a fare una ricerca per la scuola sull’inquinamento atmosferico (argomento per il quale nutrivo il più totale disinteresse) e più o meno contemporaneamente avevo cambiato le lenzuola di tutti i letti della casa. Mi ero data parecchio da fare e alla fine avrei potuto optare per una cosa molto semplice come mettermi in poltrona a sfogliare un giornale, o imbambolarmi davanti alla tivù e crogiolarmi nel meritato riposo senza neanche l’ombra di un senso di colpa. Non capita mica tutti i giorni! E invece no. Esausta mi ero seduta davanti al computer e vi avevo trascritto dal mio block notes uno dei miei racconti. Poi lo avevo riletto più volte, lo avevo corretto, vi avevo aggiunto dei pezzi e tagliato ciò che non mi piaceva. Insomma lo avevo limato, accarezzato, guardato con amore ed un velo di apprensione, quindi lo avevo riletto ancora ed alla fine mi era proprio piaciuto e lo avevo stampato. A quel punto lo avevo tra le mani sotto forma di fogli freschi di stampa sui quali a stento mi trattenevo dal lasciare cadere alcune gocce di acqua di colonia. Una sensazione indefinibile, una specie di prurito interno mi fece alzare dalla sedia: era orgoglio.
Ero fiera di ciò che avevo prodotto, delle mie parole, di tutto ciò che avevo trasferito su quei fogli che tenevo in mano, e una volta tanto volevo condividere la mia soddisfazione con qualcuno. Volevo sentirmi dire: “Brava, continua così, ce la farai!”.
Ed a quel punto avevo fatto il secondo errore: ero entrata leggera in salotto con la mia creatura tra le mani decisa a farla conoscere a Nick. Nick era mio marito e stava disteso sul divano avvolto in una soffice coperta scozzese, come fosse un bozzolo.
Sonnecchiava ed io, terzo errore, lo svegliai, delicatamente, ma lo svegliai. Aprì due occhi colmi di malumore ed io, piena di comprensione, aspettai con calma che si sintonizzasse su di me e su ciò che volevo da lui. Nick, vorrei farti vedere una cosa, non appena sarai bello sveglio gli dissi con un tono pieno di consapevolezza. Ma io non voglio essere bello sveglio Mi rispose spiazzandomi completamente e richiudendo gli occhi, questa volta ermeticamente. Cominciai a percepire della delusione, ma non mi arresi. Pensai giustamente di avere solo sbagliato il momento e appesantita dalla mortificazione me ne ritornai priva di leggerezza e strascicando i piedi nello studio.
Rilessi ancora il mio racconto, poi ancora. Più lo rileggevo e più mi appariva splendido. A Nick sarebbe piaciuto per forza. Sarebbe stato fiero di me e dopo averlo letto mi avrebbe guardata con occhi diversi. Aspettai paziente il suo risveglio spontaneo che avvenne circa un’ora più tardi e non appena me ne accorsi sentendo accendersi la tivù gli piombai addosso con i miei fogli in mano. – Perché mi svegli quando dormo? Ero stanco, avevo bisogno di riposare, mi sono alzato all’alba stamattina – Mi disse non appena mi vide. – Scusa, ma ero così ansiosa di farti leggere il mio ultimo racconto che non ho resistito. Comunque adesso lo vuoi leggere?– Gli dissi al colmo dell’impazienza. Il fatto è che alla tivù stavano trasmettendo un programma sul campionato di calcio e lui non era proprio impaziente come me all’idea di leggerlo. Ma si sforzò, devo riconoscerlo, uscì dal bozzolo e prese in mano i fogli che gli porgevo. Osservai la sua testa che si chinava su di loro e rimasi a guardare il suo profilo attento, e mi innamorai ancora una volta delle sue labbra carnose e del modo con cui a tratti allontanava il foglio per mettere meglio a fuoco le mie parole. Spensi la tivù perché quel sottofondo calcistico non aveva proprio niente a che vedere con la mia storia, né con me in generale e continuai ad osservarlo cercando di cogliere fra gli impercettibili movimenti del suo volto un segno di apprezzamento. Mi parve quasi di vederne qualcuno, ma forse mi sbagliavo, forse era la mia voglia di vederli che me li faceva vedere. Tant‘è che quando ebbe finito mi restituì i fogli e accese la tivù. O accese la tivù e me li porse? Peccato che non me lo ricordo perché la cosa avrebbe la sua importanza, credo. Comunque ricordo che fece contemporaneamente un piccolo sorrisetto e disse: “Si… carino, ma… non è che hai scritto qualcosa di nuovo… è una storia che ti è uscita così... tutta d’un fiato, hai seguito un impeto nello scriverla, non è forse così?”.
E allora? Cosa si aspettava ? Una rivelazione? E l’impeto? C‘è forse qualcosa di sbagliato a scrivere seguendo un impulso?
Non ricordo nemmeno cosa gli avevo risposto, ricordo solo di essere tornata nello studio, questa volta facendo dei veri e propri solchi sul pavimento sotto il peso di tutta la mia delusione.
Avevo riletto ancora una volta il mio racconto e mi era parso meno bello di prima. Quindi lo avevo riposto tristemente nel cassetto sotto il computer, insieme agli altri. Se quello, che mi era sembrato splendido, ora mi appariva così, così, cosa mi sarebbero sembrati gli altri qualora avessi deciso di rileggerli! Evitai di infliggermi quest’altra batosta e non lo feci. Guardai l’ora, erano passate tre ore da quando mi ero messa davanti al computer a fare la scrittrice e per cena non c’era niente. I bambini avevano fame. Nick aveva fame, anch’io avevo fame. Dovevo andare a fare la spesa, non c’era mica nient’altro da fare.
Ed eccomi per strada, con le mani chiuse a pugno affondate esageratamente nelle tasche del mio piumino nero, un colore perfetto per avvolgere tutta quella frustrazione, diretta, appunto, al supermercato. Giunsi in breve a destinazione, prelevai un carrello e mi lasciai trasportare lungo gli scaffali stracolmi di ogni cosa.
Cercavo di concentrarmi sulla lista della spesa ma la mia mente vagava immersa in altri spazi. L’indifferenza di Nick riguardo alla mia attività di scrittrice sommersa aveva prodotto in me un crollo istantaneo delle mie sicurezze. Osservando tutti quei tipi di pasta e cercando disperatamente dei motivi validi per scegliere un tipo di formato anziché un altro ero assalita da un senso di sfiducia totale. In fondo avevo scritto si diversi racconti, attingendo un po’ dalle mie esperienze e un po’ da fatti accaduti a persone di mia conoscenza, ma dovevo riconoscere che ora mi trovavo al punto che mi pareva di non avere più niente da dire, da raccontare. Il pozzo (o si trattava di una pozzanghera?) pareva essersi prosciugato. Per di più avevo preso la pessima abitudine di confrontarmi pericolosamente con gli autori che leggevo e per quanto riguardava John Fante, il mio preferito, il più amato, mi confrontavo anche con la sua vita, dal momento che stavo leggendo la sua biografia: “che parallelismo desolante” pensai scaraventando una scatoletta di tonno nel carrello. Da una parte, la sua, c’erano l’America, una vita difficile e a tratti dissoluta, contatti con razze differenti e persone estremamente interessanti, anche se non tutte necessariamente positive; dall’altra, la mia, c’erano un piccolo paese che mi avrebbe accolta come le braccia di una madre pietosa fino alla morte, una vita senza intoppi di alcun tipo, ed un contorno di persone che erano sempre le stesse e non cambiavano mai. Quali spunti avrebbe potuto offrirmi una simile realtà? D’accordo, c’era la mia interiorità, ma la scrittura non può attingere solo da essa, ha bisogno di ben altro per sciogliersi e avvincere. Quindi che fare? Chiesero i miei occhi alla signora dietro il bancone dei salumi mentre la mia voce le ordinava due etti di prosciutto. Supplicare l’immaginazione? Quella dea sussiegosa che così raramente mi concedeva i suoi favori? A dire il vero a me non aveva mai regalato niente e io le mie storie avevo sempre dovuto scriverle col sangue, ispirata solo dalla mia sofferenza e dalla mia felicità, sai Nick? Una bella fatica davvero. Certo a quel punto avrei potuto provocare degli eventi, delle situazioni in cui calarmi per conoscerle e raccontarle. Che so, creare l’occasione di un viaggio possibilmente più avventuroso di un soggiorno alle terme, fingere di innamorarmi di qualcuno e catturarlo per vedere com‘è il sesso senza amore, e raccontarlo, oppure organizzare una serata a tema in un’osteria della mia città, per esempio sulla letteratura americana, e raccontarne poi il fiasco, il ritorno a casa la sera ubriaca con un’altra sconfitta da sopportare, nonché l’affiorare di pensieri suicidi. La mia immaginazione era imprigionata nella vita dolce che conducevo e nel torpore che l’avvolgeva. Ci sarebbe voluto uno scossone per liberarla, ma non vedevo alcuna nube all’orizzonte. Scavalcai il mio orgoglio e le chiesi ancora una volta aiuto. Mi pareva di vederla, di fronte a me, avvolta nei suoi abiti svolazzanti, in controluce. Aveva le mani sui fianchi, mi guardava e scuoteva la testa: “Non ce n‘è per te” mi diceva ricacciandomi all’istante in un mondo senza picchi. E allora io presi l’involucro contenente l’affettato che mi stava porgendo la commessa e le risposi: “Ed io farò a meno di te, come hanno fatto molti scrittori che ho amato, anzi, ti dirò una cosa, finora gli scrittori che ho amato di più sono proprio quelli che se ne sono fottuti di te e delle tue menzogne ed hanno riempito pagine e pagine solcandole con le loro verità, spesso crude e spietate. Farò a meno di te, proprio come il mio amato John Fante, che per tutta la vita ha snobbato i tuoi favori, anche se avrebbero potuto riempirgli le tasche d’oro se indirizzati verso sceneggiature hollywoodiane, e questo per rincorrere il sogno di scrivere un grande libro, il suo libro, una storia vera. L’immaginazione girò i tacchi e si allontanò lasciandomi ancora una volta sola nel mio mondo opaco. Ripresi per un attimo padronanza di me per optare una scelta sui tipi di formaggi. Il loro odore mi dette la nausea e mi ricondusse all’istante ai miei pensieri negativi, che ora si stavano soffermando sul mio modo di scrivere, sul mio stile. Anche quello non mi soddisfaceva più di tanto: lo trovavo così semplice e immediato. Anche un bambino sarebbe stato in grado di capire il senso delle mie parole. Mi girai sconsolata in cerca dei biscotti per la colazione dell’indomani e quasi contemporaneamente sentii la leggera pressione di un braccio che si posava sulle mie spalle spigolose avvolgendole e regalandomi all’istante un senso di protezione. Sollevai appena la testa in cerca di quel volto e mi ritrovai faccia a faccia con William Saroyan che iniziò a parlarmi attraverso le pagine di un suo libro: “vivere è continuare a cercare, è credere in sogni impossibili. Non ti affliggere per la tua scrittura semplice e per tutto ciò che non conosci e che non puoi raccontare. Ciò che è importante è il respiro, il ritmo di una storia, e sappi, ma sono certo che lo sai già, che ogni cosa può essere raccontata se si è capaci di guardarla, e di vederla. Ad esempio,” continuò pacatamente “tu hai letto il mio libro “In bicicletta per Beverly Hills”...ebbene riguardo a quel libro se io avessi cercato un buon inizio non lo avrei cominciato mai, e se mi fossi impuntato nel trovare a tutti i costi una fine…non lo avrei finito mai.” Sentii il suo braccio stringermi le spalle, come a volermi rassicurare ed io gli appoggiai la testa appena sotto il mento e chiusi gli occhi lasciandomi cullare. Quindi non ero pazza se continuavo ad inseguire sogni impossibili, e comunque non lo ero più di un tale che molti anni prima era pure stato insignito del premio Pulitzer. Beh, se non altro ero in ottima compagnia. O forse ero pazza, chissà, ma ero felice perché avevo degli amici, anche se erano amici che non conoscevo, e molti non li avrei conosciuti mai poiché erano morti, proprio come William che ora aveva tolto il suo braccio dalle mie spalle e si stava allontanando da me per andare chissà dove. Ma che importanza aveva, lo avrei ritrovato non appena ne avessi sentito il bisogno, mi bastava aprire un libro. I miei amici. Li avevo conosciuti tutti attraverso i libri che leggevo. Erano fatti di carta. Non potevo vederli ma solo immaginarli. Potevano essere dei personaggi che avevo amato, oppure certi autori, come William, o John, o tanti altri che mi avevano conquistata con le loro pagine che sembravano scritte per me. Ma erano quasi tutti morti, tutti tranne uno col quale circa un anno prima avevo imbastito una relazione epistolare telematica; ma lui era così lontano, giusto dall’altra parte del mondo: in fondo era come se fosse morto, eppure quel tanto reale sufficiente a deludermi un pochino e a non soddisfarmi completamente. Certo leggevo anche libri scritti da autori vivi e vegeti e geograficamente vicini, ma di nessuno di questi mi ero mai infatuata. Che fosse una coincidenza? Dovevo cercare ancora? Ma no, in fondo non mi attiravano un granché. Li osservavo, alcuni all’apice del successo, che concedevano interviste a quello o a quell’altro giornale, partecipavano a talk show e pubblicavano un libro dopo l’altro. No, erano troppo distanti da me, troppo bravi troppo sicuri e non me li sentivo amici. Forse dovevo cercare fra gli scrittori sconosciuti? Ma come, se erano appunto sconosciuti e magari non avevano ancora pubblicato un bel niente. Eppure chissà quanti ce n’erano, lontano o vicino a me. E quali pagine meravigliose avevano scritto o stavano scrivendo proprio in quel momento mentre io stavo facendo la fila alla cassa del supermercato. Magari stavano soffrendo e a stento riuscivano ad arrivare a fine mese coi miseri guadagni di un lavoro che odiavano. Si perdevano. Soffrivano e dal loro dolore e dalla loro rabbia stavano nascendo pagine memorabili, stupende, che nessuno avrebbe letto mai. Anche questi erano i miei amici e anche loro non li avrei conosciuti mai. Però: ne avevo di amici, vivi, morti, veri, inventati, esistiti, mai esistiti. E’ solo che non avrei mai potuto andare a trovarli! O bere con loro un bicchiere di vino. Ma potevo parlare con loro, magari in silenzio, per non essere internata, e se chiudevo gli occhi potevo anche sentire quello che mi dicevano: ed erano cose che mi scaldavano il cuore, sempre. Arrivai alla cassa, finalmente; pagai e uscii nel gelo di quella giornata che ormai stava per finire. In ciascuna mano avevo una pesante borsa di plastica e tra i denti il portamonete in cui speravo ardentemente di averci ficcato le chiavi della macchina: le perdevo sempre. Per forza, avevo sempre la testa da un’altra parte, avrebbe detto Nick. Nick, appunto, a cui non sarebbero mai piaciute le mie storie perché non parlavano di niente, non svelavano segreti e non avevano trame intriganti. A casa preparai una bella cenetta e più tardi, quando tutti si furono posizionati davanti alla tivù io quatta, quatta scivolai nello studio e mi posizionai davanti al computer. Avevo in mente un’altra storia, ancora una storia delle mie, per nulla avvincente, senza una vero inizio e con una fine che ancora non conoscevo.
Cominciai a far scivolare le mie dita sui tasti: “Era il pomeriggio ormai inoltrato di una giornata gelida ma tersa nonché luminosa e bellissima: avrebbe infuso energia e gioia di vivere a pacchi a chiunque…


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