Racconto premiato di Michele Zanella

Con questo racconto ha vinto il settimo premio al concorso
Marguerite Yourcenar 2004, sezione narrativa


Fuori dall’orlo

Quando Kail vide per la prima volta Vincent comprese chiaramente che erano giunti in quel luogo maledetto per lo stesso motivo, ovvero per gettarsi oltre l’Orlo del Mondo.
Kail sapeva bene d’avere solamente quattordici anni, ma si rendeva conto anche d’esser maturato molto più dei suoi coetanei. Una consapevolezza che purtroppo non era giunta gradualmente, mediante le scoperte e gli errori, le gioie e i dolori dell’adolescenza, ma che gli era piombata sulle spalle, incurante della sua apparente fragilità, il giorno che i suoi genitori si erano tolti la vita.
Così quando vide quel ragazzo, più vecchio di lui di almeno cinque o sei anni, non ebbe bisogno di particolari attenzioni per riconoscere la fragilità che lo aveva infine condotto in quel luogo.
Quanto a lui, invece, non sapeva cosa l’avesse guidato fino all’Orlo del Mondo. Per paradosso era lì proprio per scoprirlo.
Finì di attraversare il prato e s’avvicinò al bordo dell’infinito precipizio. Era pomeriggio inoltrato. Il cielo limpidissimo era solcato da poche bianche nuvole.
Gettò lo sguardo giù in basso, al cielo oltre l’Orlo. L’azzurro della volta sopra di lui sfumava gradualmente in un celeste sempre più scuro ed intenso. Laggiù in fondo, sotto il loro piatto mondo, il cielo aveva il colore meraviglioso e terrificante che si può vedere solamente durante qualche eclissi totale, e le sfumate nuvole di passaggio mostravano i toni cremisi di un tramonto.
Se quel mondo per Kail era sempre andato stretto, tutto ciò che vi poteva essere oltre gli era sempre parso l’esatto contrario. Ma ora quel cielo sembrava così immenso da fargli temere che lui non sarebbe stato niente di più di un altro granello di polvere. Tutto ciò che era, che era stato, per quanto già insignificante, sarebbe stato ridotto ad una nullità.
No. Lui non cercava questo…
Si voltò a guardare quell’altro ragazzo, seduto sotto un vecchio olmo che cresceva, orgoglioso e solitario, a pochi metri dall’Orlo. Il suo volto rivelava il rassegnato dolore di chi, malgrado il proprio desiderio, non aveva avuto, e non avrà mai il coraggio di spiccare quel definitivo salto.
Quando questo s’accorse di Kail si voltò a guardarlo con aria sorpresa. Lunghi ed ansiosi secondi passarono senza che nessuno dei due distogliesse lo sguardo, nei quali entrambi compresero che erano venuti lì per lo stesso motivo, così come ugualmente non ce l’avrebbero mai fatta.
Ed infatti Vincent non c’era riuscito. Era stato placcato inesorabilmente da quella parte dentro di lui che si poteva definire “istinto di sopravivenza”, anche se a lui, in quel momento ed in quel luogo, non sembrava altro che un vile terrore.
Eppure probabilmente non era niente di tutto ciò. Forse si trattava solo di una burla da parte di un dio maldestro che, assieme alle gioie più grandi, gli aveva fatto dono della privazione più profonda che un ragazzo della sua età potesse mai provare.
“Ci vediamo sull’altro lato del Mondo.”
Con tali parole, irrazionalmente scritte su di un bigliettino lasciato appeso al frigorifero, affianco alla lista della spesa, quella privazione era divenuta reale, oltre ogni peggiore aspettativa.
Ayleen… Ed ora quel ragazzino lì poco distante. Aveva gli stessi occhi di lei, i medesimi capelli color sabbia, esile in ugual modo, e per giunta pareva esser lì per lo stesso motivo.
Perché diamine quel dio ce l’aveva così apertamente contro di lui?
Kail però se ne fregò di cosa poteva pensare l’altro di lui, se la sua presenza fosse sgradita o cos’altro. L’espressività di Vincent era una finestra aperta sui suoi pensieri, ma per il ragazzino i pregiudizi di chiunque non erano altro che un ostacolo da saltare di slancio.
Si avvicinò a Vincent con fare deciso, nullificando il desiderio dell’altro che gli restasse distante. – Dammi una mano! – Gli disse semplicemente, senza neppure chiederlo. – Ho bisogno che tu mi tenga la mano. Voglio sporgermi oltre l’Orlo. – Incapace, da quando avrebbe compreso che non ce l’avrebbe fatta a buttarsi, di decidere che cosa fare di sé sia lungo che a breve termine, in Vincent non rimase più alcuna volontà di resistenza. Così, dopo solo un attimo d’indecisione, non gli restò altro da fare che obbedire al ragazzino.
Sorridendogli per essere riuscito a superare un primo ostacolo fra loro due, Kail gli prese la mano e, puntando i piedi sul bordo duro e argilloso dell’Orlo, si protese oltre il confine di quel mondo.
Vincent, pur non trovando alcuna difficoltà nel reggere il lieve peso di quell’esile ragazzino, si rese conto di avere una gran paura solo nel trovarsi così prossimo al pericolo di cadere giù. Non riusciva proprio a comprendere il desiderio, o l’incoscienza, dell’altro. – Perché fai questo? – - Per rompere la bolla di vetro. – Gli rispose l’altro. – Cosa? – - Tutta la gente di quest’assurdo mondo vive fingendo che non esista nulla oltre l’Orlo, anzi, come se l’Orlo stesso non esistesse affatto. Hanno racchiuso il mondo in un’immaginaria bolla di vetro, come quelle con la finta neve dentro. Hai presente? – - E quindi oltre cosa c‘è? Cosa vedi? – - Quel che vedo è sempre quel blu, talmente intenso da far male agli occhi. Nient’altro, anche perché in fondo sono ancora dentro. Sono ancora aggrappato all’Orlo. – - E che differenza farebbe mai? – - Il volo… e gli angeli… – Ora che Kail aveva trovato una mano, che l’aveva accompagnato oltre a dove lui non avrebbe mai avuto il coraggio di andare da solo, pur non essendo quella di sua madre, aveva trovato la forza di dar fiducia proprio a lei, a quelle sue ultime parole…
Vincent, ancora confuso dall’incomprensibile risposta che gli aveva rifilato, sentì le dita del ragazzino aprirsi lentamente, una dopo l’altra, nel desiderio di abbandonare la presa.
La mano iniziò a scivolargli.
Nel suo cuore la paura venne sostituita dal risentimento. Non gli andava proprio né di essere usato né di essere preso in giro.
Rischiando oltre a quanto il suo coraggio gli avrebbe mai concesso, con l’altra mano afferrò il polso di Kail e con uno strattone lo tirò indietro.
Non seppe se fu solo una sua immaginazione, ma per un attimo ebbe come la sensazione che il terreno sotto i suoi piedi avesse iniziato a cedere… Per fortuna finirono entrambi distesi sull’erba sotto il vecchio olmo.
Rendendosi conto del pericolo corso Vincent strisciò frettolosamente indietro fino ad appoggiare la schiena all’albero. – ‘Fanculo! – Rantolò con voce spezzata verso Kail, che se ne stava disteso dov’era caduto, con gli occhi sbarrati a fissare il cielo tra le fronde. – Vaffanculo! – Ripeté con più convinzione. – Credi veramente di andartene via così lasciandomi senza alcuna spiegazione? Il volo? gli Angeli? Cosa credi che abbia capito io dei tuoi discorsi strampalati?! – Ma era veramente ciò che lo aveva fatto arrabbiare a quel modo? Il restare inutilmente senza alcuna risposta? Il rimanere rinchiuso nella bolla di vetro dolorosamente ignorante di tutto il resto? Oppure perché quel ragazzino aveva, seppur per un attimo, ritrovato quel coraggio che lui aveva invece perduto miserabilmente? – Sono state le ultime parole di mia madre. – Affermò Kail dopo un poco che se ne stava in silenzio, senza rialzarsi da dov’era.
Le ultime parole… pensò Vincent, colpito da un’infelice analogia. Lui si trovava lì proprio a causa delle ultime parole di Ayleen. – Mi disse che sarebbero andati a fare un giro oltre l’Orlo del Mondo. I non capii cosa volesse veramente intendere, così le chiesi come… – Kail, ripensando ora a com’era ingenuo, non sapeva se disprezzarsi o rimpiangersi. – Lei disse che avrebbero volato, così li immaginai prendere un aereo. Mi disse che era l’unico modo per incontrare ancora una volta gli angeli, cioè coloro che non c’erano più... – Era per questo che quel ragazzino era lì, si chiese Vincent, per rincontrare i suoi genitori? “Ci vediamo sull’altro lato del Mondo.” Allora era forse la stessa cosa per cui era giunto lì anche lui? Per andare a riunirsi, ritardatari, a coloro che avevano scelto di fuggire da quel mondo… – Come si chiamava? – Gli chiese Kail inaspettatamente. – Chi? – – Il tuo angelo. Anche tu sei qui perché qualcuno si è buttato prima di te, non è così? – Vincent rimase sinceramente colpito dalla maturità con cui il ragazzino glielo aveva chiesto, quasi fosse giunto già da tempo a quelle conclusioni alle quali lui stava arrivando solo ora. – Si chiamava Ayleen. – Alla fine decise che poteva anche raccontargli tutto, poiché inaspettatamente non riusciva più a ritenere Kail un’inopportuna presenza estranea. – Un nome di ragazza… – Constatò l’altro, alzandosi a sedere sull’erba. – Deve essere stato bello avere una fidanzata, anche se poi ha preferito l’Orlo del Mondo a te… allo stesso modo dei miei genitori… – Vincent comprese cosa voleva dire, capi chiaramente che anche quel ragazzino aveva finito per perdere le uniche persone a cui voleva bene perché queste avevano preferito andarsene piuttosto che restare con lui. Però su un altro aspetto si sbagliava. – Non è proprio come dici tu. Ayleen non ha preferito l’Orlo a me, ma a questo mondo. Non mi ha escluso dalla sua scelta. – Kail si voltò a guardarlo, visibilmente sorpreso, come fosse conscio di stare per udire parole il cui significato sarebbe stato fondamentale. – Ci vediamo sull’altro lato del mondo. Queste sono state le sue ultime parole, anche se affidate ad un insignificante pezzo di carta. – Ormai Vincent aveva capito che era inutile continuare a tacere, a fuggire da quello che purtroppo era già accaduto. – Sebbene tutti quanti, tutto il mondo, fosse contro il nostro amore, a noi non importava niente finché eravamo assieme. Per questo ce ne andammo, ci lasciammo alle spalle tutto quanto, casa, parenti, amici, tutti coloro che ci accusavano… – Il ragazzo si raccolse come impaurito e nascose il volto fra le braccia incrociate. – Ma ora capisco che c’eravamo solamente illusi. Nessun luogo di questo mondo era abbastanza distante, poiché la nostra colpa ci avrebbe seguito ovunque noi ci saremmo nascosti… – Kail comprese che ci doveva essere qualcos’altro dietro alle parole di Vincent, qualcosa di semplice ed irrevocabile, ma che un ragazzino come lui forse non poteva ancora comprendere. – Una colpa? – Il volto di Vincent si contrasse allora in una smorfia di dolore, come se quelle parole, che ora lottavano per uscire, gli bruciassero dentro come lame arroventate. Un inatteso soffio di vento lo spinse alle spalle, anch’esso diretto oltre l’Orlo. Sembrava quasi che quel mondo avesse per un attimo aperto le sue porte verso l’esterno, come se la verità arrivasse sempre con aria di tempesta. – Ayleen era mia sorella. – ...Sorella… – Era tua sorella… – Ripeté Kail, mentre la sua mente arrancava per raggiungere il significato di quell’affermazione. In fondo lui era ancora un ragazzino e non aveva ancora conosciuto come potesse essere il vero amore, ma comprese come poteva aver reagito la gente che li conosceva, solamente perché era stato insegnato loro che ciò era male, era peccato… Pregiudizi. Lui li aveva sempre detestati. Aveva sempre preferito vivere cercando di essere superiore ad essi. Se quello che era nato, nonostante tutto, fra Vincent ed Ayleen era vero amore come poteva chiunque altro permettersi di giudicare? Una ribelle rabbia sembrò allora salirgli dalla bocca dello stomaco. – Ma non avevi detto che non aveva nessuna importanza se anche tutto il modo fosse stato contro di voi? Che contava solo che voi foste assieme? Se avete avuto la forza di lasciarvi indietro tutto quanto, come ha potuto allora questa colpa risultare più forte dei vostri sentimenti? – L’intensità delle emozioni che stavano ora sorgendo in Kail sembravano travolgere il suo autocontrollo come fosse stato niente di più di una fragile maschera. – Non lo so! – Scattò esasperato il ragazzo. – Ma alla fine lei ha deciso di fuggire… da questa vita… lasciandomi indietro… – – Non ci credo! – Gridò allora Kail, quasi in lacrime, stupendo perfino Vincent. – Non può essere così! Non lo accetterò mai! – – Perché? – – Perché... se è così, se perfino un sentimento tanto forte da superare i pregiudizi di questa società ha finito per non farcela… che speranza ci può essere ancora in questo mondo? – Vincent comprese, ed allora l’amarezza di Kail fu anche la sua. – Forse è proprio così... – Disse con un filo di voce. – Forse il nostro amore non era così forte. Forse abbiamo sbagliato tutto dall’inizio. Avevano ragione gli altri… e lei alla fine deve averlo capito… Era colpa nostra… – Ma Kail non se la sentiva di accettarlo. C’era qualcosa che gli diceva che Vincent si sbagliava. Forse era solo la sua ostinazione a rifiutare che le cose stessero così, ma aveva come l’impressione che doveva averlo già capito prima, grazie a qualcos’altro… “Ci vediamo sull’altro lato del Mondo.” ...Grazie ad un insignificante pezzo di carta! – No. Non è così. Non capisci il tuo errore? Ripensa a ciò che ti lasciò scritto, a quel biglietto… Lei non è venuta fin qui per suicidarsi, proprio come non lo siamo venuti noi. Il suo era solo il desiderio di trovare un altro luogo, un “altrove” dove la vostra colpa non potesse seguirvi. – Detto questo si alzò e si avvicinò al bordo, in quell’azzurro irreale, con sguardo serio, finalmente consapevole della sua indefinibile immensità, senza averne paura. – Così come i miei genitori, anche se non ho ancora capito il perché, e tutti coloro che decidono di saltare da qui. C‘è qualcosa di fondamentalmente sbagliato in questo mondo che spinge tutta questa gente a cercarne un altro. – Le parole di Kail si fecero strada nell’anima di Vincent come se fossero state le sue, come le avesse finalmente ritrovate dopo averle miseramente perdute. Si alzò ed andò ad affiancarsi al ragazzino, anche lui ormai privo di quel terrore che gli aveva finora impedito di avvicinarsi troppo al baratro. Aveva compreso, o meglio, lo aveva sempre saputo, solo che si era stupidamente fatto chiudere gli occhi dalle sue paure. – È la bolla di vetro che è sbagliata. È l’Orlo stesso. Come può esistere un confine ad un mondo dove vivono persone capaci di immaginare molto di più? Come possono esistere limitazioni, pregiudizi, norme sociali che limitino la vita della gente quando la gente stessa vuole essere più viva? – Kail ci pensò sopra un poco, sentendo che qualcosa andava rischiarandosi in lui. Dentro tutta quella follia un barlume di ragione cominciava a farsi notare, come una stella lontana oltre l’Orlo… – Avevo un criceto in gabbia una volta. – Esordì improvvisamente. – Lui in fondo stava bene là dentro, ma solo perché era stupido. Se fosse stato intelligente non credi che avrebbe desiderato vedere il mondo fuori della gabbia? – Vincent fu quasi divertito dall’esempio infantile di Kail, ma in fondo centrava il senso più di qualsiasi altro discorso.
Credo che avrebbe dato la vita per poter uscire almeno una volta da quel luogo… Se fosse stato abbastanza intelligente. – Era forse lì la spiegazione di tutto quanto? Possibile che vi fossero arrivati così? Possibile che il mondo, le loro vite e ciò che dovevano farne si riducesse tutto in termini così semplici? – E alla fine cosa ne è stato di quel criceto? – Chiese al ragazzino. – È invecchiato ed è morto là dentro. – Rispose questo mestamente. – E noi dovremmo invecchiare e morire qua dentro, in una gabbia senza sbarre, dove basterebbe fare un passo in avanti per uscire? ...La tua bolla di vetro guarda che non è fatta d’altro che della nostra stessa ignoranza. Non dovrebbe fregarcene proprio niente dei pregiudizi e della stupidità degli altri. Solo noi stessi possiamo rompere un vetro che non esiste… semplicemente aprendo gli occhi. – Ed i loro occhi ora erano aperti ed osservavano senza paura quel cielo talmente azzurro da fare male all’anima. Quell’“altrove” pieno di sogni, di aspettative, di nuove possibilità. Forse anche di nuove paure, andava bene lo stesso. Ed era lì, un solo passo davanti a loro.
Così Kail strinse la mano a Vincent. La mano di un amico, di un fratello, di qualcosa forse di ancora più importante.
Non dissero altro, non essendovene più alcun bisogno. Non si guardarono neppure, perché i loro occhi ormai erano già distanti.
Presero assieme una breve rincorsa e saltarono, così, in un istante che si dilatò all’infinito, poiché il tempo apparteneva al mondo… e loro ormai ne erano fuori…


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