Good Hope

di

Massimo Maso


Massimo Maso - Good Hope
Collana "Le Schegge d'Oro" - I libri dei Premi - Narrativa
15x21 - pp. 124 - Euro 10,00
ISBN 978-88-6587-1706

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In copertina: «Good Hope» China su lucido – illustrazione di Massimo Maso


Pubblicazione realizzata dal Club degli autori quale premio, in quanto è risultata 1° premio del Concorso Letterario «Jacques Prévert» 2011 – Sezione Narrativa


Motivazione dell’attribuzione del 1° premio al Concorso Letterario «Jacques Prévert» 2011 Sezione Narrativa

Il romanzo «Good Hope» di Massimo Maso rappresenta la storia alchemica di un viaggio, l’idea che perseguita un moderno Ulisse, il gesto che conduce all’abisso ma, al contempo, si fa salvazione dell’anima, ultimo tentativo per rispettare un debito del cuore contratto trent’anni prima con alcuni amici e compagni di liceo che prevedeva di condividere un progetto comune, una passione che avesse la forza di riunirli per la realizzazione di quel sogno: «Circumnavigare l’Africa doppiando il Capo di Buona Speranza ma seguendo la rotta che porta al Corno per arrivare a Tangeri… roba da Ulisse». Il viaggio-sogno con il jeweling, chiamato Good Hope, diventa un distillato lirico che incanala la passione ed innalza il significato profondo dell’amore, come a sottolineare ciò che si trova inciso su un bracciale amuleto che Ulisse offrirà ad Agnese, sua compagna per quell’ultimo viaggio: «La mia vita contamina la tua. Il tuo tempo lavora per il mio». La folle discesa nel baratro d’acqua, la penetrazione volontaria nel cuore della tempesta, in attesa del vento caldo «che Ulisse aspetta da una vita», diventano sensazione di abbandono: «sentirsi un granello di polvere nell’immensità dell’Universo, con gli occhi che sono una preghiera al cielo ed il cuore è un tuffo senza fine nel vuoto».
La ricerca dell’«istante perfetto», irripetibile, «in cui la vita ci balena negli occhi come folgore in tutta la sua meravigliosa ed alchemica compiutezza»: il momento magico che ha i colori del dramma e la dimensione epica.
Massimo Maso offre un romanzo affascinante in cui il tempo non esiste, capace di sfuggire allo spirito e alla coscienza, in un lento annegare nell’eternità, quando non contano più il vero e il falso ma unicamente il nostro istinto. La sua “parola” è fiamma che avvampa, purificazione e slancio drammatico, esaltazione sconfinata che separa l’esistenza dal tempo, irresistibile pulsione che conduce all’avventura nell’infinito».

Massimo Barile


Good Hope


(…)

Qualcuno ha detto: «la vita, o la si vive o la si racconta». Chi? Forse una persona normale. Normale è chi osserva un quadro, ma non lo dipinge. Ascolta la musica, ma non la compone. Legge un romanzo, ma non lo scrive. Sono passati tre anni da quando ci siamo incontrati per la prima volta e, in piena coscienza, credo di conoscervi sufficientemente bene. Perciò vi chiedo di essere di più di quello che credete di essere e di non farvi bastare la vita. E se il sonno vi ruba un terzo di questa vita già fin troppo breve, violentatelo. Farcitelo di sogni e fatene una vita al contrario. Dipingete, componete, scrivete, progettate, sognate. Laddove non arriverete a vivere la vita, raccontatela e colmate così ogni anfratto della vostra esistenza. Quando ci siamo conosciuti voi avevate migliaia di quesiti da porre e io poche risposte da offrire. Dopo tre anni le vostre domande si sono centuplicate e io non ho più risposte. Se questo è vero, ho fatto il mio lavoro. Non sono le certezze che fanno progredire il mondo, ma i dubbi. E ricordate che se la vita è un’esperienza straordinaria, non è certo per merito delle persone normali.

Giuseppe d. P. (il mio professore di filosofia)

22 maggio 1979 – auspicando il buon esito dell’esame di maturità.


Dedicato agli amici che non ho più
Martina, Ario, Lorenzo.
E ai miei professori di liceo
Giuliana C., Chiara R., Giuseppe d. P.


Good Hope

Il nulla che diventa buio. Gli occhi della mente che si aprono e prendono coscienza di aver attraversato quel nulla. Il respiro che diluisce quel buio fino a trasformarlo in una bolla di silenzio concreto. Allora è così che si torna alla vita, pensò Agnese facendo fessura degli occhi. Li richiuse subito, infastidita dalla luce cruda del tardo mattino, per poi riaprirli lentamente, nel tentativo di dissipare a poco a poco quel velo fastidioso che copriva ogni cosa attorno a lei. Quando tutto si fece nitido e gli oggetti presero ad avere contorni e colori, si avventurò ad esplorare la stanza piegando il capo da una parte all’altra del cuscino. Bianco. Ovunque bianco e odore di disinfettante. Deglutì e le labbra si schiusero faticosamente. Le sentiva aride, impastate e amare, come se avesse vomitato da poco. Tentò di aprirle di più e subito due piccole, dolorose fessure comparvero sul rigonfio del labbro superiore. Ne rimase infastidita. Fece scivolare la lingua su di esse e percepì il sapore pungente del sangue. Qualcosa di umido e gelatinoso le venne premuto contro la bocca, delicatamente. Si volse appena e con la coda dell’occhio colse un’ombra. Fu lì-lì per tirarsi su, sui gomiti, ma una mano decisa la trattenne per la spalla e un sussurro in controluce la tranquillizzò.
«Buona. Così ti fai male; stai piegando l’ago del flebo. Non è ancora il momento. Adesso l’infermiera ti pratica un’iniezione, aspetti qualche momento e poi ti do una mano a venir su. Ma solo con la testa, ok?»
Agnese fece cenno di sì. Altre mani, questa volta scure come la liquirizia, s’impossessarono del suo braccio. Il pizzico del laccio emostatico cancellò ogni torpore residuo e la costrinse ad inarcare la schiena e ad alzare gli occhi verso la testiera del letto.
«Have I hurt you?» chiese l’infermiera di colore ostentando un sorriso abbacinante e una dolcezza che faceva a pugni con la sua mole.
«Eh?»
«Vuole sapere se hai sentito male?» intervenne nuovamente la voce che proveniva dalla sagoma in controluce.
«N-no. Mi ha dato più fastidio il laccio. Cosa sta… Dove mi trovo?»
«In una stanza di terapia intensiva dell’Entabeni Hospital. Oggi è il quattordici agosto, lunedì, e tu sei nostra ospite da ieri sera.»
«Entabeni?» ripeté Agnese accigliandosi.
«Esatto. Un ospedale generico di Città del Capo. Sudafrica.» precisò l’uomo togliendosi dalla luce e avvicinando una sedia al letto «Tu, invece, vieni dall’Italia, dico bene?»
«Eh? Ah, sì. Italia.»
«Agnese Mantovani. Trent’anni appena compiuti. Di Borghetto di Castelfranco. Così dicono i tuoi documenti. O quel che ne resta; dopo quaranta ore di ammollo.»
Ma Agnese non ascoltava. Era troppo indaffarata a cercare con gli occhi i confini di quella situazione senza memoria. L’infermiera di colore, un donnone dalla faccia simpatica e gli occhi neri e lucidi come l’ematite, controllò il flusso del flebo e tamponò nuovamente la bocca della ragazza. Poi raccolse i resti della medicazione e uscì dalla stanza.
«See you later. Ok?»
Richiuse la porta alle sue spalle senza aspettare la risposta.
«Fiuhu… Siamo salvi.» commentò ironicamente l’uomo con l’intento di stemperare la tensione «Mi chiedo come faccia a respirare insaccata dentro a quel camice di due taglie più piccolo. Quando si è chinata per l’iniezione ho temuto per te. I bottoni stavano per saltare come tappi.»
In effetti, senza di lei lo spazio sembrò dilatarsi e Agnese rivolse lo sguardo verso l’uomo che si era sistemato al suo fianco. Avrebbe voluto fargli un sacco di domande, ma era ancora troppo debole per mettere insieme qualcosa che andasse oltre il monosillabo. Quindi si limitò ad osservarlo. Era indubbiamente un bell’uomo, ben sopra la quarantina. Bruno, abbronzato, cortese e discreto. Vestito sobriamente, di lino smoke, ma con una certa attenzione al dettaglio, come quel fazzoletto blu ossido che usciva appena dal taschino della coloniale. O la cintura sottile di tela dello stesso colore. Lo sconosciuto, approfittando della curiosità della ragazza, ruppe il silenzio sgradevole che tornava ad avvolgere la stanza.
«Scusami, non mi sono ancora presentato. Ettore Cornèr-Herald; intermediario del Consolato Italiano a Città del Capo e Durban. Curo le relazioni con la Farnesina.»
«Ah, un diplomatico.»
«Uhm, quasi.» confermò lui accennando un sorriso.
«Come… Come sono arrivata qua?» chiese Agnese buttando gli occhi al flacone che gocciolava appeso sopra la sua testa.»
«È solo fisiologica. Sei leggermente disidratata, ma nulla di più. Come sei capitata qui? Beh, ti hanno raccolta i marinai di una bettolina di collegamento portuale a sei miglia dal faro ancorato numero tre, a sud del Capo, rispondendo al segnale del tuo rilevatore. Eri avviluppata in un sacco a pelo termico, chiusa dentro una cellula di salvataggio gonfiabile che andava alla deriva da quasi due giorni. Il fatto curioso è che quella cellula di salvataggio è dell’aviazione americana. Di un tipo che risale agli anni della guerra di Corea e che faceva parte della dotazione standard dei caccia e degli idrovolanti destinati al recupero dei piloti abbattuti in mare. Dalle analisi ci risulta che sei stata pesantemente sedata.»
«Sedata?»
«Sì, ma non temere. Le intenzioni di chi ti ha somministrato il farmaco erano più che buone. Così facendo ha rallentato le tue funzioni vitali e ti ha garantito la certezza di sopravvivere all’esito del naufragio.»
«Naufragio! Di che naufragio parla?»
«Di quello del Good Hope! Il veliero dove eri imbarcata. Abbiamo trovato il quaderno di bordo dentro la sacca di alimentazione. Le ultime annotazioni riportano la data del dieci agosto e raccontano di un’improvvisa e violenta tempesta scoppiata tre giorni prima. In un primo tempo siete stati disalberati e poi avete urtato qualcosa che ha aperto una vistosa falla. Con buona probabilità lo scafo ha grattato le «pinne», un pettine di scogli taglienti che sfiorano il pelo dell’acqua venti miglia a nord di Pringle Bay. Di più non ci è dato di sapere, perché l’ultima pagina è stata strappata. Presumiamo che il naufragio sia avvenuto nella notte fra venerdì undici e sabato dodici agosto.»
«Strappata. Strappata da chi?»
«Dimmelo tu!»
La ragazza s’incupì e fece spallucce. Allora il signor Cornèr scivolò verso altre questioni.
«Curioso, non trovi? Un legno che porta il nome del luogo dove è affondato. Good Hope. Buona Speranza. Pare una burla del destino.»
A quel punto il diplomatico si alzò in piedi e inarcando le sopracciglia borbottò qualcosa.
«But… I can hardly believe it.»
«Please! Fa fatica a credere cosa?»
«Allora comprendi l’inglese!»
«Se scandisce bene le parole… Sì. Ma lei è italiano, no!»
«Ho la doppia cittadinanza per vincolo diplomatico. Padre veneziano, madre «dutch»… I vecchi Boeri. Ma torniamo a noi. Diciamo che faccio fatica a mettere insieme le informazioni sul presunto naufragio.»
«Presunto! Che cosa intende dire?»
«Sarebbe più corretto parlare di incongruenze. Sono più di venti giorni che sul «Capo» non si formano le condizioni per una tempesta. Neanche l’ombra di un cirro. L’Oceano è qualcosa di più di una pozzanghera come il Mediterraneo. Figurati due Oceani che s’incontrano. E per i nostri… standard, mare forza due equivale a mare calmo. Quasi bonaccia, se parli con qualche «conductor vessel» di Pringle Bay. Ed è per questo che sono qui. Hanno bisogno di sapere da te cosa è veramente successo.»
«Hanno bisogno!» ripeté Agnese spegnendosi quasi subito in una smorfia di dolore.
«Calmati. Così si riaprono le «racche» sulle labbra. Tieni.» aggiunse l’uomo porgendogli il tampone reidratante «Premiti questo contro. Non puoi ancora bere. Vomiteresti.»
La ragazza non ringraziò. Obbedì, ma gli piantò addosso due occhi viperini.
«Vedi.» riprese il diplomatico reggendo con fatica quello sguardo «Oltre che per tranquillizzare i tuoi familiari attraverso la Farnesina, sono qui in veste di mediatore ed interprete.»
«Interprete e mediatore per chi?»
«Riceverai presto la visita di due persone. Si tratta di due funzionari; un ispettore di polizia e un ufficiale del Dipartimento della Marina. Ti faranno delle domande. Molte di routine, altre un po’ più… fastidiose. Mi dispiace, ma è la prassi.»


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