Opere di

Maria Grazia Distefano


Opera 3^ classificata
Premio di scrittura creativa Lella Razza 2013
«Come farfalle d’autunno»
di Maria Grazia Distefano – Acicatena (Trapani)


Anna fissava il monitor. Lo fissava già da qualche minuto. Rifletteva sul fatto che non l’avrebbe mai ritrovata se facebook non l’avessero mai inventato. Era stato facile inserire “Michela Torrisi” nello spazio “cerca”. Il difficile era stato decidere di farlo.
Quanti anni erano passati dall’ultima lettera? Vent’anni fa si scrivevano ancora le lettere. L’odore aspro della carta s’addolciva con l’inchiostro profumato delle penne colorate. Ricordava ancora i messaggi in rima tatuati sul suo diario. Quei caratteri sapevano di fragola, proprio come lei.
Michela Torrisi. Oggi una piccola foto le rimanda i suoi occhi rimasti grandi e sinceri come quando le faceva l’occhiolino durante l’interrogazione di matematica. La guardava sempre prima di recarsi alla lavagna con le mani in tasca e il passo di un condannato a morte. La guardava e trovava nella tasca dei jeans il coraggio necessario per affrontare la vita: la piccola farfalla di velluto che Michela le aveva regalato, stretta tra le dita, era la certezza che lei sarebbe stata sempre dalla sua parte.
Dopo anni la rivedeva in una foto abbracciata a un uomo. Tra di loro un bimbo più piccolo di un cucciolo d’orso li separava già geloso. Aveva il colore dei suoi capelli: dorati come l’uniposca che insieme avevano rubato all’Upim un sabato pomeriggio. Dopo la corsa fuori dal negozio Michela aveva tenuto la mano stretta nella sua per tutto il tempo. Già allora Anna sapeva che avrebbe potuto provare a rubare la luna al firmamento solo per poterla sentire ancora una volta così vicina.
Il primo giorno di scuola Michela era seduta accanto a Loredana, Anna accanto a Danilo, che aveva odiato subito. Lui prendeva in giro la sua “erre”, debole come un soffio di vento, il taglio dei suoi capelli, il suo modo di vestire, persino il suo odore.
Michela, tutti i giorni, la salvava dalla solitudine della ricreazione. La ripescava dal suo angolo di mondo mentre ingoiava insieme mortadella e delusione. La tirava per una manica della felpa costringendola a stare con gli altri. I discorsi a quell’età ruotavano tutti intorno all’amore, a quell’amore ancora inesplorato. C’era sempre, però chi, per finta o per davvero, ne sapeva più degli altri, perché quell’amore l’aveva già sperimentato e allora eletto a paladino, dispensava consigli, dava suggerimenti, esprimeva opinioni. Loro parlavano e Anna con celato imbarazzo stringeva tra le dita la sua farfalla di velluto.
Il giorno in cui Michela per gioco se n’era sfilata una dai capelli poggiandola sui suoi, per la prima volta Anna aveva provato un brivido lungo la schiena. Mentre le dita ne sfioravano la cute, nel tentativo di afferrare una ciocca su cui agganciare quel fermaglio, lei aveva tremato.
«Dovresti farli crescere un po’ di più» le aveva detto.
Anna aveva sorriso, poi con un gesto delicato per non offenderla aveva sganciato la farfalla dalla sua chioma inadeguata.
«Puoi tenerla» aveva aggiunto.
Lo aveva detto col suo sorriso complice e con quell’occhiolino che ogni volta le fotografava il cuore in uno scatto.
Michela Torrisi. Ora la rivedeva abbracciata a un uomo e a un figlio. Si chiedeva se fosse felice, se lei stessa fosse felice.
Danilo aveva capito tutto ancora prima di lei. Per questo lo odiava, per questo la odiava e per questo si era messo in mezzo.
Ricordò il malessere provato il pomeriggio in cui al telefono, bisbigliando per non farsi sentire dai suoi genitori, Michela le aveva confidato che Danilo le piaceva. Le aveva parlato di qualità che Anna in lui non riusciva a trovare. Un pugno allo stomaco le avrebbe fatto meno male della gelosia provata.
La volta in cui le aveva poi raccontato del loro primo bacio, non aveva reagito in alcun modo, aveva solo immaginato come sarebbe stato se al posto delle labbra di Danilo ci fossero state le sue. E allora aveva avuto paura. Allora aveva capito. Aveva capito che Michela non era la sua migliore amica, Michela lei l’amava.
Una finestra si era spalancata all’improvviso sul davanzale della sua vita ed era precipitata giù insieme alla sua confusione. Si era persa, sconcertata dalle scelte che in seguito avrebbe potuto fare. Allora, i suoi capelli corti, il suo modo di vestire, la sua goffaggine nel vivere un corpo che non accettava e che non riconosceva, erano stati i segni di una lingua che probabilmente aveva sempre parlato senza conoscerne il significato.
Chi altri sapeva a parte lei? Chi aveva capito oltre Danilo? L’angolo di mondo che si era ritagliata e dal quale Michela tutte le volte la tirava fuori non sarebbe più bastato. Non doveva più difendersi solo dagli altri ma anche da se stessa. All’improvviso barricatasi nell’insicurezza, aveva dovuto alzare muri inespugnabili per non essere scoperta, assalita, derisa. Si era dovuta allontanare da Michela. Aveva dovuto fingere e sperimentare l’interesse per l’altro sesso. Aveva temuto di perdere gli affetti più cari, di deluderli, di restare sola e allora si era umiliata, odiata, si era sentita in colpa, si era sentita diversa, sbagliata come un compito uscito fuori tema. Se solo avesse potuto strapparsi di dosso le carni come vesti logore, cambiare pelle o entrare in un altro corpo l’avrebbe fatto, per non soffrire, per non fare soffrire.
In un cofanetto arrugginito in casa di sua madre, dopo tanti anni ha ritrovato la farfalla di velluto. L’ha stretta tra le dita e una tenerezza infinita ha colorato la stanza.
Michela Torrisi, lei avrebbe capito, perché lei era sempre stata dalla sua parte. Continuava a guardarla in una foto che diceva poco. Avrebbe voluto sapere della sua vita, delle sue scelte, parlare al suo cuore e raccontargli che lei finalmente era felice. Invece, un debole movimento del mouse fu sufficiente a chiudere quel social network che l’aveva riportata indietro negli anni.
Rigirò ancora una volta tra le dita il fermaglio ritrovato e pensò alle farfalle, che uscendo dal bozzolo annunciano l’arrivo della bella stagione. Un pensiero volò pure verso quelle farfalle d’autunno, preziose nella loro diversità, libere di volare in un cielo che non è il loro solito abituale, a quelle farfalle che lottano contro il vento, rischiano di vedere scolorire le loro ali sotto l’effetto delle piogge nascenti, ma respirano e vivono trovando a volte riparo, e di questo ne sono grate.

Maria Grazia Distefano



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