Opere di

Luigi Di Legge


Luigi Di Legge con l’opera «La messa di Ottiero» si è classificata al 3° posto alla XV Edizione del Premio Letterario Internazionale Il Club dei Poeti 2011


Questa la motivazione della Giuria: «L’inatteso incontro in una chiesa tra un ateo che partecipa alle funzioni “solo per cantare” e un ex compagno di scuola che, al contrario, è un fedele devoto. Il racconto di Luigi Di Legge è giocato tra realtà e finzione, alternando memoria e visione irreale del protagonista che, nel finale, non saprà se quella figura devota è stata presenza illusoria, proiezione simbolica destinata a scomparire per rendere giustificazione del suo modo di “interpretare” e vivere il gesto di fede con l’unico scopo di poter cantare e “sentirsi libero”. Racconto che offre motivi di riflessione con arguzia e divertimento».

Massimo Barile


La messa di Ottiero

Tutte le domeniche mattina vado a messa. Ma non sono cattolico. Anzi posso dire di essere un ateo rozzo. Per me la vita è un paradosso: si nasce per morire. Provate a trovarne uno migliore, non lo troverete. Partecipo alla funzione religiosa solo per cantare.
Il risveglio è stato dolce, mi muovo lentamente per casa e ascolto il borbottio della moka, annuso l’aroma del caffè, come se avessi dei chicchi nelle tasche del pigiama. Sono contento, oggi canterò. Mentre mi verso la nera bevanda nella tazza del latte ricordo la mia infanzia spensierata trascorsa in oratorio, stavo bene con i preti. I genitori mi volevano educare, i maestri volevano insegnare, insomma tutti mi dicevano ciò che dovevo fare. E bene. Dovevo ottenere risultati. Il don, invece, mi lasciava correre sul mondo. Il catechismo era parabole e fiabe, Gesù un bel ragazzo che faceva miracoli e io ascoltavo, pensando a come sarebbe andata a finire la storia. Eppoi, mica ci interrogava il don. Niente voti. La messa era il momento più bello. Per partecipare bastava sciogliere in bocca un dischetto bianco e raccontare al don di aver fatto arrabbiare la mamma, lui sorrideva e assolveva. Sempre. Eppoi potevo cantare, anche se la mia voce somigliava a quella di un tostapane, al don non importava nulla. Anzi diceva: «Ottiero… canta, non ti preoccupare…canta…non importa se sbagli le parole…fa’ niente se sei stonato…canta…». E io cantavo, cantavo forte, a squarciagola.
Se non ritornerete come bambini non entrerete mai. Per il ricco e per il forte, pert tutti quelli che hanno amato…
Quando uscivo dalla chiesa, ero accompagnato da qualcosa che assomigliava alla libertà, qualcosa che non era una sensazione intima, ma corporea. Sentivo la bocca viva, e le papille gustative mi trasmettevano il sapore.
Arrivai puntuale, alle dieci. Il mio posto era quello che occupavo da bambino, a metà navata sulla sinistra, di solito era libero. Non c’erano sorprese. La messa è sempre uguale, da duemila anni. Perchè cambiare, se funziona. Da qualche domenica, ho notato un uomo, più o meno della mia età, sulla quarantina. Mi ricordava qualcuno e tra una cantata e l’altra, lo guardai. Qualche volta gli sguardi si incrociarono. Era Gebbia. Un mio compagno delle elementari che se ne stava sempre all’ultimo banco dell’ultima fila. Lo riconobbi dell’inequivocabile neo che aveva sulla guancia sinistra e dal sorriso sardonico che gli si stampava involontariamente sul viso. Capii che anche lui mi aveva riconosciuto.
All’uscita ci salutammo con un cenno. Poi lui, facendo roteare l’indice mi diede appuntamento per la domenica successiva. Assistemmo alla funzione uno di fianco all’altro per qualche domenica. Lui mi sembrò molto devoto, io gli insidiavo il padiglione auricolare ottenendo in cambio il suo ineffabile sorriso. Ci limitammo a timidi saluti, fino a una domenica di agosto.
«Ci facciamo un caffè» disse Gebbia
«Occhei». Mi sembrò una proposta piacevole.
Al bar discutemmo inevitabilmente dei tempi scolastici. Notai con sorpresa che i meccanismi di relazione interpersonali erano rimasti quelli di trentacinque anni prima. Lui vedeva in me il più bravo della classe e mi si rivolgeva con una sorta di rispetto intelettuale. Io restavo un poco intimorito dalla sua personalità più o meno imperscrutabile.
«Cosa fai adesso?» chiesi senza molta curiosità. «Il camionista in giro per l’Europa» disse guardandomi di sguincio, però senza malizia.
«Mi sono sposato e ho tre figli, ho cominciato presto. Lo sai che la scuola non mi è mai andata giù».
«Lo so. Stavi sempre all’ultima fila e non parlavi mai». Al tempo era resistita anche una discreta confidenza.
«Sì. È vero. Stavo zitto anche quando la maestra interrogava». E giù una grassa risata per due.
E venne il momento decisivo. Partì la fucilata del vecchio compagno di scuola. «E tu?».
Ora racchiudere trentacinque anni in una risposta di trenta secondi può essere operazione complessa. Non avendo mai fraternizzato con la sintesi, gli raccontai di un divorzio, del lavoro di avvocato, di viaggi in America e via profluviando. Lui mi ascoltò con riverenza. Mi stava simpatico il Gebbia.
Il rituale del bar continuò. Iniziammo a conoscerci un poco, mantenendo curiosamente il rapporto scolastico. Ammiravo la sua fede. Per lui Dio esisteva. E basta. Non aveva nessun dubbio; prendeva regolarmente la comunione; conosceva a memoria tutte le preghiere e le recitava con impegno e concentrazione; si era sposato in chiesa e tutti i suoi figli avevano seguito il percorso religioso. La sua genuina religiosità gli consentiva di agire e perseguire i valori cattolici con profondità spirituale. Libero da qualsiasi ipocrisia.
Sapevo che un giorno me l’avrebbe chiesto. Me l’aspettavo, tuttavia anche se ero preparato la sua perplessità mi colse di sorpresa.
«Scusa Ottiero. Perchè vieni a messa?…non fai mai la comunione…e non mi sembri…sai ma…».
Mi costrinsi ad essere sincero: «Vengo solo per cantare e per ricordare il tempo dell’infanzia. E quando esco mi sento libero, ma libero veramente. Per me è come…come…».
«Occhei. Occhei» disse Gebbia togliendomi l’imbarazzo di una conclusione che non mi sarebbe mai arrivata. Lo disse senza convinzione, non capiva, si accontentò della risposta. L’importante è venire, credo abbia pensato.
«Ottiero, fra poco è Natale, che ne dici di andare alla messa di mezzanotte?».
Notai entusiamo nella proposta. Per soddisfare il mio feticismo canoro era sufficiente la messa della domenica, tuttavia credetti fosse scortese rifiutare la proposta fatta con slancio sincero. Pensai che avrei potuto intonare i canti natalizi e accettai volentieri.
La notte di Natale Gebbia si presentò con tutta la famiglia, la moglie e i tre figli. Il maschio era il più grande sui diciasette; le due figlie poco più giovani. La moglie una bella signora, un po’ grassa. Mi presentò dicendo: «Ragazzi questo è il signor Ottiero, il mio compagno di scuola e studiava tanto, si è sempre comportato bene e adesso è diventato avvocato. Prendetelo ad esempio. Fate come lui e vi troverete bene». I ragazzi e la signora mi salutarono con un coro di «Buonasera e Buon Natale».
Annuii compiaciuto e inorgoglito dalla presentazione. Strinsi la mano grassoccia alla signora e sorrisi a tre ragazzi. In chiesa Gebbia mi piazzò in mezzo ai ragazzi, il suo volto stillava serenità e per una volta pareva scomparso quel suo insolito sorrisetto. Quella sera cantai come non avevo mai cantato.
Astro del ciel, Pargol divin mite Agnello Redentor tu che Vati da lungi sognar…
All’uscita salutai la famigliola camuffando una piacevole commozione e pensai di prendere la macchina per cercare dei regali da donare a tutta la famiglia Gebbia, anzi salii in auto e pazzamente partii per Milano, ma il silenzio dell’abitacolo mi ricordò data e orario. Rientrai a casa, ma senza sonno. E non potevo neppure pregare.
Passarono molte altre domeniche, altri bar, finchè un giorno il compagno dell’ultimo banco non si presentò. E neppure la domenica successiva. Non venne più. Non avevo il suo numero telefonico e neppure l’indirizzo, a cosa sarebbero serviti tanto ci si vedeva a messa.
Cercai senza molta convinzione la sua abitazione, ma la periferia era grande. Forse aveva avuto un incidente con il camion e si doveva curare, forse aveva problemi con la famiglia, forse si era scocciato di sentirmi ululare, forse non era mai esistito. Forse, come dicono gli psicologi, era soltanto una mia proiezione. Più passava il tempo, più la sua figura si rimpiccioliva. Fino a diventare un puntino e sparire.
Ora continuo a frequentare la messa della domenica mattina, e canto, mi piace molto cantare.
Lui ci ha dato i cieli da guardar…e tanta gioia dentro il cuor…e tanta gioia dentro il cuor…
E quando esco sento la libertà. Nessuno mi può dire che canto male…nessuno.

Luigi Di Legge



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