Opere di Liliana Paisà


IL RAGNO E LA SCARPA

Sapore del bacio e la solitudine di ultima parola rimaste sulle labbra di questa donna.
Gli occhi scuri come il buio dello specchio quando si guarda la disperazione; questi occhi cercano un segno vitale dell’amato.
La notte senza luna ma, troppo tranquilla per la loro lite che ha lasciato l’amore scalzo e fuori casa.
Essere lasciata per un’altra non era una cosa che Lea poteva o voleva comprendere. Lo amava e per questo cercava un segno da lui.
Certi ricordi sono come dei parassiti, ti consumano l’animo e muoiono. Lei aveva bisogno di qualcosa da lui come d’aria… il lavoro, colleghi, la casa e tutta la sua quotidianità non avevano la forza di guarire.
Un giorno trovò sotto il letto la scarpa di Angelo; la prese tra le braccia e cominciò a ridere, piangere, tra le dita che difendevano la scarpa spuntò un ragno e si nascose tra i capelli lunghi. Lea non fece caso poi dopo ore dall’ insolito incontro, il ragno scivolò tenero sul cuscino.
Sei del mattino, tra la sveglia e la luce Lea faceva fatica ad alzarsi dal letto, aprì gli occhi e quando vide il ragno gridò, saltò dal letto e su un pezzo di carta prese la creatura e la buttò dalla finestra.
La giornata come tutte quelle passate aveva lo stesso abito, stesso numero di passi e battiti al minuto.
Lea ritornò dall’Ufficio, seguì il rituale che ormai la donna moderna porta nel sangue.
Il gioco del ragno continuava da una settimana, ogni volta buttato fuori, alla sera era dentro, stanca Lea capì che il ragno e la scarpa dovevano fare parte dei ricordi di lui.
Giorno dopo giorno tra Lea e la scarpa con il suo ragno si creò una specie di legame; la creatura cresceva nella dimensione della casa e della propria vita… Sul lavandino, sulla tazza di caffè, sulla scrivania, sempre attaccato alla caviglia, al polso, a volte nei capelli, sulla fronte, come le coccole di Angelo.
Amici a cena? Raramente, e quando capitava, il ragno mordeva tutti, così nella solitudine degli angoli la casa di Lea sembrava un posto delle condanne.
Il passato era come la seconda pelle e lei non poteva andare avanti con un ragno dentro casa, nella sua vita che oltre tutte le stranezze aveva un controllo su di lei …su queste riflessioni decise di accettare l’appuntamento con un collega che tra altro era anche vicino di casa. Dopo la prima notte trascorsa insieme trovò il cuscino avvolto nella ragnatela.
Senza pensarci sopra si mise nella corsa verso il nulla; al ritorno trovò la casa sottosopra. I ladri? Forse, anche se la porta era chiusa a chiave, le finestre… Dov’era quel ragno che aspettava Lea sul tappeto, per aggrapparsi sulla caviglia? Quel ragno che rimaneva attaccato a lei dove era finito?

Carlo, vicino, collega e l’uomo che cercava di strappare la solitudine di Lea portò dei fiori e vino e lei preparò la torta; 38 anni, una mappa nella vita di una donna, indice di tesori e anche di errori…una serata che sigillò un cassetto e aprì un altro. Preoccupata, ma anche rinata Lea non soffriva più per Angelo.
Una notte d’amore nuovo che porta la fragranza di erba, fiori spontanei…
Dio! Un giorno dopo, ritornata dal lavoro trovò la casa rivestita di ragnatela, sembrava un velo di nozze maledette e ragni piccoli dappertutto; nel grido della disperazione Lea telefonò al disinfestatore e nell’attesa di questo Lea sconvolta cominciò a schiacciare i piccoli ragni.
La paura scioglie ogni attimo di tranquillità e quando diventa parte della tua natura già sei un altro essere, questa donna sapeva e per questo non poteva raccontare a nessuno la storia del ragno e della scarpa. A Carlo dirà che ha trovato un nido dei ragni e comunque lui era fuori per lavoro.
La casa pulita, ordinata senza traccia di quel ragno che sembrava vendicarsi, dava a Lea fiducia ma non per tanto, la paura che la creatura potesse spuntare fuori portava dietro l’insonnia e così decise di prendere le pillole per poter dormire.
Nel giardino la notte cercava di salvare se stessa, quel verso di uccello che di tanto in tanto graffiava l’aria,il cane che abbaiava alle vicinanze e quel gatto matto che cercava di prendere la sua ombra. Il giardino era un rifugio per Lea quando i pensieri pesavano troppo.
Sonno profondo indotto dalle pillole e dalla stanchezza e la donna che respirava con la bocca aperta; sulle lenzuola comparì come dal nulla il ragno, lentamente dalla caviglia alla spalla scoperta, una carezza tradita cercando la vendetta, uno scivolo sull’esistenza precaria, delicatamente arrivato sulle labbra, Lea non sentiva nulla, sembrava morta; ancora più giù la maledizione tra i denti e nella bocca della donna…un colpo forte di tosse, il risveglio di mancanza d’aria e Lea cercò disperatamente di tirare fuori dalla bocca il ragno; non riuscì né a sputare, né ad ingoiare, cercò d’alzare dal letto e prendere il telefono, niente da fare, il ragno la stava soffocando, una lotta che Lea nel modo più assurdo non riuscì a sostenere.
La morte riprese il suo premio lasciando un mondo chiuso in una scarpa…


SENZA PELLE

“La gente va a dormire e di mattino non si trova più, scompare nelle proprie usanze, o forse le usanze rigenerano nell’essere fino a diventare l’essere stesso” – la voce passava da una parte ad altra della mente, come sul lembo della strada, ormai dentro di noi la velocità dei vissuti è cosmica.
“Mi permetti di parlare anche se in realtà lo faccio di continuo, la differenza è che adesso ti guardo in faccia. Sai cosa è successo alla vicina di casa? No, allora ti racconto la sua storia che può essere la storia di ognuno di noi. Questa donna viveva il dramma della solitudine nel chiasso universale, ogni mattina, alla stessa ora faceva colazione coi suoi pensieri, il caffè nella tazza preferita, posava il corpo delicato sulla stessa sedia. Amava gli oggetti, quando li toccava sembrava accarezzarli e usciva di casa per andare a lavoro, ritornava come sempre nella sua vita sfiorata dalle cose banali e non. Andava a dormire, mettendo i pensieri sul comodino, tra i ricordi e gioielli, viaggiava tra sogni, incubi e la loro insonnia, sempre così – i giorni e le notti sembravano un rosario senza preghiere.
Forse ti stanco con una storia che fino a questo punto non ha un senso, ti chiedo un po’ di pazienza, so che non conoscevi questa donna ma conosci te e me e noi possiamo vivere la stessa storia, allora ti dicevo che un giorno cominciò a sentirsi spiata, minacciata da una cosa invisibile, sentiva qualcosa di diverso quando toccava gli oggetti, quando si appoggiava ai muri, sembrava che la casa prendeva vita, e una personalità forte.
Un giorno finse di andare a lavoro e spiò la sua meravigliosa casa e gli oggetti, rimase senza parole davanti allo spettacolo: gli oggetti si muovevano, chiacchieravano, i suoni somigliavano alla sua voce, era imitata nei gesti, nelle abitudini, gli oggetti che prendevano la sua vita e la trasformavano nello spettacolo incredibile, oggetti che sembravano crescere ogni giorno.
Stava davanti alla porta e non aveva la forza di aprirla, la paura si era impadronita del suo corpo, le gambe tremavano, le mani erano insicure nei gesti, sentiva freddo, il sudore gelido scolava sulle tempie. Entrata nella casa faceva finta di vivere la stessa normalità di tutti giorni, andava a dormire ma di mattino si sentiva strana, la testa vuota. Cercava con disperazione i ricordi negli angoli della sua mente, i pensieri. Si era resa conto che non trovava più se stessa, pensava che la casa e gli oggetti la stessero derubando di se stessa. Guardava con attenzione ogni dettaglio e scoprì che anche la stanza diventava più piccola, tutto ciò che circondava il suo corpo assorbiva ogni suo respiro, la sua energia, così una mattina si svegliò ridimensionata e rinchiusa in una palla di vetro, la polvere di pensieri sembrava la neve.
Lei, padrona della sua vita, della sua casa, dei suoi amati oggetti, lei era diventata la prigioniera delle proprie usanze. Spiava nella trasparenza di un vetro tutta la nuova vita della casa, la libertà degli oggetti, quasi incredibile storia.
Chi la troverà, chi riuscirà a credere a questa strana e fantastica storia?
Viveva in una nuova dimensione e pensava come fare a riprendere la sua vita, la vita rubata da quei maledetti oggetti, i suoi sogni, sentimenti, pensieri, desideri, gioie, insonnie, lei – quella che portava il nome di un essere, non di un oggetto..
Piangeva giorno e notte, le sue lacrime erano più grandi di lei, riempivano lo spazio. Così immersa nelle proprie lacrime fino al collo si rese conto che i pensieri si sciolgono e che la sua piccola vita era in pericolo, cercava di smettere di piangere ma non riusciva, poi ha capito che era l’unico modo per liberare sé stessa.

Di notte gli oggetti erano fragili, il sonno annullava la loro usanza e rafforzava le riflessioni. La palla di vetro si riempì di lacrime – un’alta marea dei sentimenti forti che nei frantumi di vetro lasciava i sensi profondi di un’altra esistenza.
Sì, cara, la nostra vicina ha ritrovato sé stessa, ha spento la temporanea vita dei propri oggetti una volta tanto amati, ha liberato la casa da sé stessa e ha capito che vivere in una società consumistica non è altro che consumare sé stesso.
Alla fine della giornata trasformò gli oggetti nei ricordi e fece buchi nei muri per non essere più derubata dal respiro, dai pensieri e da sé stessa..
Hai capito, mia cara, ciò che usiamo se viene fatto ogni giorno, prende le essenze dall’animo, gli oggetti diventano un riflesso di noi stessi, ci cancellano la traiettoria del corpo.
I vissuti di ogni giorno sono come gli abiti, li sfili sulla pelle per liberarti e guardi profondo la nudità dell’animo per riavere un altro giorno, un’altra veste..


EVASI

Evasi dal carcere di carta i due personaggi, seduti sulle ombre, riflettono: “Abbiamo il carcere dietro le spalle ed il mondo davanti, cosa si fa adesso?” disse quello che sembra essere il personaggio principale. “Sei tu il più amato dall’autore, non puoi chiedere a me, guardami, sono insignificante, si può dire che sono fatto degli scarti dei tuoi difetti, delle tue qualità. Io ti ho solo aiutato ad evadere, l’autore non si accorge di me, ma di te non può fare a meno..”
“Strano, adesso che siamo davanti alla libertà, non sappiamo cosa fare, ci spaventa tutta questa dimensione. Dentro, la libertà era un’ossessione ed adesso? Dobbiamo andare via prima che si accorgano dalla nostra assenza..” “Cosa vuoi fare, ti vuoi buttare nella miscela del mondo, per conoscerlo? Se vuoi questo dobbiamo proprio scappare via, il tempo è prezioso..”
Nell’aria si sentiva l’allarme dal carcere e tutta l’agitazione per la loro scomparsa. Si guardavano in silenzio e cominciavano a correre, a correre senza guardare dietro, l’allarme colpiva l’aria con il suo suono grave ed il grido delle guardie dava brividi. Mentre correvano il personaggio principale disse: “Dovevamo dare fuoco al carcere di carta, la carta brucia subito..” “Non potevi fare questo, il carcere di carta brucia ma, brucia anche la tua storia, cosa rimane, l’autore e tu uno sconosciuto a te stesso? Sarai sempre all’inizio, nell’attesa che l’autore ti dia una vita. E’ assurdo, adesso sei fuggito, vuoi conoscere il mondo, corri, anzi, dobbiamo farlo velocemente!”
Così i due protagonisti arrivano nel villaggio, ormai il carcere di carta era lontano e loro tranquilli, alloggiati nella cantina di una casa. Hanno cambiato i vestiti ed il loro look: capelli tinti, barba finta, vestiti di contadini. Nessuna guardia carceraria li poteva riconoscere, forse nemmeno l’autore in persona. Hanno cominciato una cosiddetta vita tra la gente del posto. Dopo una settimana ancora la gente non li guardava, non parlava loro.
“Siamo invisibili per loro” “Non credo, rispose il secondo, dobbiamo fare la prova della nostra visibilità, cercherò di avere una conversazione con loro” e cominciò a presentarsi alla gente. “Buongiorno, brava gente, io sono uno di voi, mi permettete di presentarmi: mi chiamo….” e si fermò, non si ricordava il suo nome. “Ehi, ti ricordi il mio nome? Quel maledetto autore l’ha cambiato tante volte, quale era l’ultimo?” “Ma, che ti interessa, scegli tu uno che ti piace!” “Hai ragione”, disse, e si rivolse alla gente che guardava senza espressione: ”io mi chiamo Antonio”. La gente continuava il suo flusso energetico senza guardare. “Ehi, perché mi ignorate, sono come voi!” gridò il personaggio, “ho un nome, ho una vita, ehi, mi sentite, mi vedete?” correva dietro alla gente gridando. Nessuna reazione, la gente non lo vedeva, non lo sentiva. Un anziano del gruppo si fermò e guardò dicendo: “non ti possono vedere, sei un personaggio, sei visibile solo al tuo autore e ad alcuni personaggi. Io ti posso vedere e sentire perché sono un personaggio come te e come te sono scappato via anche io e sono diventato l’autore di me stesso, della propria storia. La libertà che cerchi non è mai la libertà, è sempre un carcere di carta, ma diverso perché hai la forza di cambiare la libertà di diventare in ogni momento quello che vuoi. La storia scritta è sempre lì e l’autore aspetta finché la vita chiude gli occhi”.
Rimase in mezzo alla piazza, ferito e deluso dalle parole di quell’anziano.
“Ehi, cosa è successo?” chiese il suo compagno di avventura, “ehi, alzati, andiamo in un altro posto, il mondo è così grande, via, qui non sono capaci di vederci perché sono limitati nella loro cultura, vieni!”
Un altro posto, altra gente, altre storie e la loro libertà sempre invisibile per gli altri. Per mesi hanno viaggiato, ormai stanchi si sono fermati in una città al nord del paese..

“Questo posto mi sembra così conosciuto” disse il personaggio principale, “queste strade, questi palazzi, io li ho visti; cosa succede?” “Niente, niente, è la tua fantasia, cominci a diventare quello che vuoi, stai perdendo le caratteristiche che l’autore ti ha dato”..
“No, ti dico, sono stato già in questi posti, guarda quella casa! Ho abitato lì, vieni, ti dico tutto su questo posto. Guarda, c’è una scala a sinistra del salone, porta nelle stanze, sono 4 stanze al primo piano, dai, vieni, suona il campanello! Dobbiamo controllare queste cose, vieni, suona, dai, inventa un motivo della nostra presenza qui!”. Si fermò davanti al cancello, una donna di mezza età si affacciò alla finestra, “chi siete?” chiese la donna con la voce grave. “Siamo volontari, dobbiamo fare l’intervista per la qualità di vita nelle città, può darci un po’ del suo tempo per questo?” La donna aprì. “Ehi, lei ci vede, allora siamo diventati visibili o, cosa succede?” “Zitto, adesso dobbiamo entrare” e con l’entrata nella casa la loro vita cambiò, quella casa era esattamente come la descrisse lui, si ricordava qualsiasi fragranza di quel profumo, qualsiasi oggetto, angoli, emozioni, ricordi, tutto in una miscela che avvolse la mente.
I personaggi sono arrivati nella casa dell’autore e così l’autore li riportò nel carcere di carta, dove la libertà è quella della loro storia. Nel carcere di carta dove i muri sono fatti di parole, e le celle di silenzi.
I due personaggi guardavano la luna e la loro nudità riflettere sulla libertà. “Fuori dalla nostra storia siamo invisibili, evasi dalle nostre identità ritorniamo sempre dall’autore a chiederne un’altra se non proprio la sua identità.”
“Ehi, caro autore, tu, guardia di questo libro, quante volte hai portato il nome dell’evaso prima di essere veramente libero?”


IL MERCANTE DEI SOGNI

“Ho dipinto la casa, ho cambiato la soglia e le finestre, cosa dovrei fare ancora, dimmi!” Elia guardò il mercante in attesa di una sua risposta. Sentì l’aria frizzante appiccicata sul viso mentre l’odore del nuovo giorno si mischiava con le voci dei venditori ambulanti.
Il mercante sembrava un personaggio fiabesco, scalzo, con la luna tra i capelli ed il suo mantello a brandelli, quel mantello che cambiava di continuo i colori, passava delicatamente tra la gente e si fermava a parlare solo con pochi. Girò lo sguardo e rispose ad Elia, quasi sussurrando: “ascolta, buon uomo, ciò che hai fatto è solo una cosa giusta per te, ma per far cose giuste per tutti dovresti avere una certa preparazione, so che hai bisogno di questo pacco, prendilo e si vedrà!”
Il mercante mise il pacco rosso tra le mani stanche di Elia che nelle reminiscenze d’un sorriso ringraziò e se ne andò. Un giorno dopo ritornò nella piazza per cercare il mercante, il suo desiderio di ritrovarlo rimase non soddisfatto, il misterioso mercante sembrava il ricordo d’un illusione. Nessuno l’ha mai visto.
Elia era in preda alla disperazione, solamente il mercante poteva aiutarlo. Dopo ore ed ore di ricerca nelle piazze, nei parchi rinunciò e ritornato a casa non fece altro che pensare al pacco rosso, quella meravigliosa fragranza d’un profumo indescrivibile che avvolse Elia quando aprì il flaconcino a forma di farfalla. La scatola rossa finì nei rifiuti, ma il flaconcino lo mise sotto il cuscino. Elia non aveva mai avuto questa sensazione, il profumo aveva cambiato la visione di se stesso, non poteva ancora definire, era qualcosa di nuovo.
“Devo trovare questo mercante, devo avere a tutti costi un altro flacone di questo profumo!” Elia pensò a lungo senza trovare una soluzione. Per sette giorni cercò il mercante tra incubi e disperazione, ma trovò solo sé stesso stanco e deluso. Insonnie, sensi smarriti nelle piazze senza trovare la benedizione. Dopo sette giorni, con le speranze quasi perse, Elia rivede il mercante. Sicuro di sé, con l’aria misteriosa salutò Elia come niente fosse accaduto. “Ehi, brav’uomo, che ti è successo, sembri uno che appena ha sepolto se stesso!”
Elia non poteva credere a quello che sentiva, si girò e guardò il mercante dritto negli occhi e disse: “Senti, Signor Nulla, chi sei veramente per aver questa forza su di me? Tu ed il tuo pacco rosso, tu credi che puoi giocare con la mia anima?”
“Credi di possederne una? Tu hai un’anima?” chiese il mercante ad Elia stringendogli forte il braccio.
Lo sguardo, le parole e la stretta di quel mercante lasciarono un brivido e tanta paura sulla fragilità di quest’uomo.
“Senti, disse Elia, dammi un altro pacco rosso, ho bisogno di quella fragranza, senza sto male.”
“Pensi che un profumo può cambiare te? Io non credo,ma non conta ciò che io credo; ecco il tuo profumo, prendilo, ma non essere insaziabile, ricorda ai tuoi sensi che l’equilibrio fa sempre bene!”
Elia prese la scatola e chiese al mercante: “Quanto ti devo, e se ho bisogno, ti trovo sempre qui?”
Il mercante si avvolse nei brandelli del suo mantello e se ne andò dicendo: “Non ti preoccupare, mi pagherai alla fine e ti troverò io, a presto buon uomo!”
Elia tornò felice a casa e prima di coricarsi aprì appena il flaconcino, e la fragranza misteriosa lo avvolse con l’effetto farfalla dei sogni. Miraggio senza fine. Elia non voleva perdere questo stato d’animo, provò ad usare il profumo per più giorni, ma la fragranza segreta era solo per una notte, il mattino dopo rimaneva di questo flacone solo la forma di farfalla. Stavolta Elia sentì dentro di sé per più giorni l’effetto. Pregava gli Dei delle tenebre della mente di non fare perdere queste sensazioni.
Elia pensava ogni giorno al mercante misterioso, andò in piazza e chiese a tutti altri mercanti cosa sapessero di lui. Strano, nessuno aveva mai visto questo mercante. Confuso e stanco tornò a casa, la porta era aperta e la luce accesa, tra la tempesta dei pensieri cercò un filo logico dell’ accaduto, “non è un ladro, la porta non è stata forzata, allora chi ha la mia chiave?” Cercò di mettere ordine tra i pensieri prima di entrare in casa.
Sentì l’odore di cibo cucinato, calore gradevole nella stanza ed al tavolo apparecchiato stava lui, il mercante. “Salve, buon uomo, ti ho detto che ti troverò, eccomi, stasera mangio insieme a te e risponderò alle tue domande, se hai ancora delle domande.”
Elia guardò incredulo il mercante, scrutò il suo aspetto che era diverso: stesso mantello ma, non era scalzo, un paio di guanti rossi nascondevano le delicate mani. “Mettiti seduto, questa è la tua casa ma anche la mia – disse il mercante, tu non ti ricordi, ma presto ti renderai conto di tante cose”
Elia, silenzioso cominciò a mangiare guardando il mercante. “Chi sei, chiese Elia, che cos’è la fragranza che mi fa stare bene, chi sei tu, mercante sconosciuto?” “Sono il riflesso che hai buttato nello specchio scuro, sono te che hai mandato via perché sperava, perché credeva in ciò che faceva, in ciò che sognava. La fragranza del flaconcino a forma di farfalla è il profumo dei tuoi sogni, sì, i tuoi sogni cancellati da ciò che la società ha cambiato, è la fragranza di te stesso, di ciò che eri prima di diventare un collezionista di incubi. Cosa pensi, buon uomo, che la crisi, il lavoro perso, l’amore perduto diventino le pennellate di grigio solo nel tuo dipinto esistenziale? Guarda, che è opera di una società malata, sono tanti come te, ma non tutti cancellano loro stessi solo perché la società li cancella. Eccomi, grand’uomo: te davanti a te, quello perso tempo fa..”
“Cosa dici, è assurdo, vuoi dire che sono diventato un personaggio della propria storia?”
“E’ fantascienza questa, io sono reale, ciò che mi sta succedendo non può essere vero.”
“Invece sì. Ti ricordi il sogno di poter dipingere ogni tua emozione, ti ricordi? L’hai abbandonato insieme a tutti i tuoi sogni, io non ho fatto altro che raccoglierli uno per uno, ho conservato meglio l’essenza d’un animo ricco di emozioni ed eccolo ritornato da te..”
“Perché forma di farfalla?” chiese stupefatto Elia.
“I sogni, mio caro, sono come le farfalle, effimeri nella loro breve vita e nello stesso tempo capaci di volare, di lasciare nell’aria la fragranza della vera vita”, disse il mercante alzandosi dal tavolo.
“Cosa fai, te ne vai adesso che ti ho scoperto?”
“Devo andare via, sono un mercante di sogni, lì fuori sono tanti come te che hanno bisogno di me, a presto, buon uomo!”
Elia guardò come il mantello del mercante di sogni copriva con i suoi brandelli il suo ultimo gesto e questo orologio che non si accontenta mai dei suoi attimi.


IL PRINCIPE DELLA POZZANGHERA

Contava le stelle nello specchio d’acqua come fossero la sua appartenenza.
Emiliano viveva nella stazione ferroviaria da molti anni. Ogni sera costruiva la sua casa di cartone, metteva le finestre, la porta, e a volte anche la soglia sulla quale lasciava i sogni per il mattino dopo.
Un uomo come tanti, capelli corti, senza barba e questo volto sempre curato. Finiva nella miscela comune dei volti. Non ha mai amato la società consumistica anzi l’odio verso il consumo esagerato l’ha portato alla condizione di marginalizzato, un uomo invisibile in una società che non rispecchia più l’individuo.
Emiliano aveva una moglie, una figlia e poi non aveva più niente. La moglie viveva da qualche parte con il compagno per il quale ha abbandonato lui e la figlia. Aurora, la figlia, è stata cresciuta dai nonni. I servizi sociali l’hanno strappata al padre perché non in grado di garantire una crescita in sicurezza. Avevano i loro solidi motivi visto che il padre non aveva lavoro, stava poco a casa. Emiliano non si è mai perdonato per questo. Desiderava tanto essere un buon padre ma non è stato il suo punto forte. Se non riusciva a portare a buon fine le cose lasciava subito perdere, forse questo gli ha dato la forza di abbandonare tutto e vivere da marginalizzato. “Clochard mi chiamo” si presentava a volte alla gente.
Emiliano odiava la società consumistica. Rimaneva a guardare a lungo la gente che passava davanti a lui e rifletteva su quanto si poteva sentire libero adesso…”Come fa questa gente a resistere a questa società che impone, che costringe e lava il cervello con le sue pubblicità”. I pensieri passavano come le nuvole e veniva portato sempre all’attimo della voce graffiante della donna delle pulizie: “Buongiorno Emiliano, come va oggi? Ti ho portato il caffè caldo, prendilo che si raffredda”. Emiliano era sempre contento della presenza di Mary, erano quasi amici. Tante volte quando la donna finiva il suo lavoro si metteva a chiacchierare con lui. Ormai sapeva tutta la sua storia. Lui era più riservato, non raccontava mai oltre certi limiti della confidenza. Comunque lui era impegnato con le sue cose quotidiane.
La sua casa di cartone era vicina ad una pozzanghera, un piccolo fosso dove l’acqua piovana rimaneva per tanto tempo e quando si prosciugava lui metteva l’acqua della fontanella, era la sua pozzanghera, lo specchio che rifletteva il cielo, i tetti dei palazzi, le persone, se stesso quando aveva voglia di ricordare il suo volto. Difendeva quell’occhio d’acqua come fosse il suo tesoro, il suo regno. Lì, nella pozzanghera aveva l’immagine delle case vere, delle nuvole, delle persone, un immagine che era solamente sua tutti giorni e sapeva veramente badare al suo regno d’acqua e fango. Quando qualcuno la calpestava lui si arrabbiava e gettava le parole nell’aria: ”ehi, guarda dove metti il piede, rispetta tutto ciò che tocchi, hai capito? Se non hai capito bisogna imparare, non è tutto dovuto in questo mondo..” la gente guardava senza prendere sul serio il clochard che girava le mani e le parole per aria, una minaccia che faceva ridere.
Deluso Emiliano si metteva a lavoro, puliva la pozzanghera e la confinava con il suo mantello a brandelli balbettando ancora “ che razza di gente, ma guarda tu quanto è maleducata..”
I giorni passavano uno per uno come un rosario senza preghiere. Emiliano faceva ogni giorno il censimento degli sguardi, tanti erano i pendolari e tanti appena arrivati nella città, lui cercava di fare la guardia alle ombre mentre l’attesa dei treni si distendeva sui binari, l’attesa di una fittizia
normalità. Gente che obbediva alle regole di una società fatta sulle identità sospese. Lui sapeva qualcosa al riguardo, così è scappato via prima di essere troppo tardi. “Sopravvivere con gli scarti e addormentarti mentre guardi la bussola del giorno non ti uccide, ti fa più saggio”, pensava prima di chiudere gli occhi.
Oggi è giovedì e come ogni giovedì Emiliano suona al violino sul binario 7 e recita qualche poesia. Alla fine della giornata conta gli spiccioli, metà divide con quelli più bisognosi di lui e l’altra metà va a finire nella cassetta chiusa a chiave e nascosta bene “per Aurora” pensava tutte le volte lui, sperando che un domani l’ avrebbe comunque incontrata, “offro la cena, figliola” pensava lui mentre le palpebre cadevano pesanti come le finestre sbarrate d’un carcere.
La sua casa di cartone era fuori della stazione, vicina alle pozzanghera amata, una piccola tana che lasciava a Emiliano l’illusione della difesa ma anche della fragilità. Abbastanza speso preparava il suo regno alla visita d’un ospite speciale. Si metteva con meticolosità a fare le finestre, la porta e persino la soglia. Tutto per bene perché il suo amico Edoardo meritava una bella accoglienza.
Lo studente di filosofia si metteva a chiacchierare per ore e a volte anche a lasciare le idee a litigare. Emiliano gli regalava i pensieri poetici e qualche composizione di violino. Lo studente stava bene in compagnia di Emiliano e quando doveva andare via andava con dispiacere. Tante volte Edoardo cercava di convincere Emiliano a ritornare alla vita di prima ma Emiliano rispondeva sempre con un sorriso incompreso “giovane, giovane caro, la libertà è una ricchezza che non viene mai lasciata”.
I giorni passavano in una ripetizione quasi morbosa, Emiliano ormai non guardava più il tempo dritto negli occhi, anche perché lo sguardo degli attimi era molto diffidente. Era l’uomo fuori dalle dimensioni, leggeva, scriveva, suonava, chiacchierava e curava la sua pozzanghera. Le lettere per Aurora li infilava nelle tasche, imbottiva il mantello. Edoardo gli disse un giorno di aver trovato l’indirizzo dei nonni di Aurora e che le avevano mandato una lettera, forse un giorno Aurora darà un segno di vita. “Tu non capisci, Aurora non si ricorda nemmeno di avere un padre, sono stato sempre fuori della sua vita. Non verrà mai, Edoardo, mai”. Edoardo se ne andò lasciando Emiliano nel morso della tristezza. Non si sentiva tanto bene, il dolore al petto era ritornato e lo tormentava con una forza che a Emiliano metteva paura. Cominciò intanto la lotta con le sue insonnie, ogni volta più stanco delle sconfitte. Rimaneva per ore a contemplare il suo regno riflesso nella pozzanghera, i riflessi d’un mondo così vicino e così lontano lui, quei riflessi che facevano durare di più la notte e la pioggia. “Questa pioggia porta via tutto” pensò Emiliano nella sua casa. Era debole, la febbre mordeva tutti i muscoli e i dolori al petto non smettevano mai, sentiva l’anima come un dolce battito di ala. In un istante il suo volto diventò stessa natura di quell’acqua stregata, non fece una mossa, caduto con la faccia in giù rimasse parte della sua pozzanghera. Il suo regno si sciolse nel suo sangue mentre la pioggia continuava a cadere pesante come la solitudine.
Lo studente di filosofia tornò un giorno dopo, alla sera ma non trovò il suo amico. Vide la donna di servizio accendere una candela sul luogo dove ieri Emiliano difendeva il suo regno riflesso nella pozzanghera. “Signora, cosa è successo a Emiliano? domandò lo studente alla donna di servizio”. Lei cominciò a piangere e fece il segno con la mano di accompagnarla. Prese dalla stanzetta gli effetti personali di Emiliano e le diede allo studente dicendo: “eri un vero amico per lui, ti voleva tanto bene.”
Edoardo guardò le lettere, la scatola, i libri, il violino e tutto ciò che rimase del suo amico. Con passi morsi dal dolore camminò nel tramonto lasciando alle spalle la storia d’un uomo e della sua libertà. La pozzanghera rimase lì, piena di fango e d’un mondo dove la fantasia ha trovato una dimora.


LA BAMBOLA DI PEZZA (1)

“Nonna, nonna, dove sei? Rispondimi!”
La nonna era lontana, non poteva sentire Lea che litigava già con il vento. Lui scompigliava la polvere intorno. Tenendo stretta sotto il braccio la sua bambola di pezza continuava a cercare la nonna.
Il cortile era grande e per lei non era così facile trovare la nonna. A 5 anni Lea vedeva il mondo come una successione di stanze e si perdeva facilmente. Il cortile così immenso le metteva timore ma Lea continuava a cercare la nonna, nella stalla, negli scantinati, nell’officina del nonno. Niente.
“Nonna, vieni!” con passi timidi ma con voce forte la bambina oltrepassò il cortile, si trovò nel bel giardino pieno di meli allegri e fieri dei loro frutti giovani. Lontano, nell’ultima fila un’ombra piegata si muoveva. “Eccoti!” disse Lea riconoscendo la nonna. “Cosa stai facendo?” “Piccolina, sei già qua” rispose la nonna passando la mano stanca sulle guance rosse della nipote. “Cosa stai facendo?” continuò la nipote con le sue domande curiose. “Raccolgo l’erba per il vitellino rimasto nella stalla” e guardando la nipote vide le mane sporche. “Perché hai fango sulle manine?” “Non è fango”, rispose sicura di sé Lea, “è farina, ho fatto le polpettine, ha mangiato anche Gipsy e le sono pure piaciute sai”. Lea mise davanti alla nonna la sua bambola per dimostrarle che ha mangiato”. Sorridendo la nonna chiese alla nipote “sei andata a giocare nella pozzanghera, vero? Hai fango dappertutto.” Lea guardò la nonna cercando di capire dove sta la punizione e dove il perdono. “Dai, su, sbrigati, comincia a piovere, vieni”, la nonna prese la mano piccola costringendo la nipote a sveltire il passo. Lea correva tenendo stretta la sua bambola di pezza che era ormai bagnata.
La pioggia d’estate era sempre improvvisa e arrabbiata, i tuoni scolpivano la paura negli occhi della bambina. Si nascondeva sotto il tavolo, sotto il letto, a volte metteva la testa sotto il cuscino. Arrivate in casa la nonna chiuse con fermezza la porta e abbracciò con amore la nipote. “Sei stata brava, i tuoi piedini sono riusciti a correre, adesso cambiamo i vestiti e prepariamo da mangiare”, disse la nonna. “Si” rispose Lea, “cambiamo anche a Gipsy, se rimane bagnata si ammala, vero nonna?”. La nonna paziente rispose mentre le sue mani già erano impegnate nelle faccende, “certo, guarda già la tua bambola si sta asciugando”.
L’estate in campagna è sempre ricca di vissuti. Natura e uomo si completano a vicenda e tante volte diventa uno spettacolo meraviglioso. Lea era piccola ma già capiva tante cose. Stava sempre dietro alla nonna tempestandola di domande.
“Nonna, guarda, la pioggia entra in casa, cosa vuole da noi?” Nonna Elena si mise a ridere, passò con grazia vicino alla nipote, con una mano le scompigliò i capelli e con altra chiuse la finestra. “Tesoro di nonna, la pioggia vuole sentire la storiella che tu stai raccontando alla tua bambola, perciò parla più forte, così la pioggia se ne va e la tua mamma ritorna prima”. Sul letto di legno con materasso di erba secca Lea cullò la sua Gipsy, bambola inseparabile, fatta da nonna, occhi di fagioli neri, capelli di fili della seta delle pannocchie, corpo e le braccia di paglia coperta di brandelli cuciti dai vestitini di Lea. Questa era la suo grande confidente per le storie di una fantasia che compie 5 anni.
“Gipsy, guarda come piove! Adesso dobbiamo fare le brave ad aspettare il sole”, disse Lea alla bambola, spiando con la coda dell’occhio la nonna che litigava con il gatto. Remo, il gatto che amava stare sul tavolo.
Lea continuò il racconto alla sua bambola di pezza che si addormentò insieme alla bambina. Lontano, il disegno incompiuto finì nelle mani d’un artista invisibile. Un artista che sognò di essere semplicemente un personaggio.


LA BAMBOLA DI PEZZA (2)

La bambola di pezza amava i suoi brandelli. Ogni giorno nelle grazie della bambina scopriva l’importanza di sé.
Una bambola. Cosa può essere di così speciale in una bambola di pezza che guarda fisso coi suoi occhi di fagioli neri?
“Gipsy, oggi andiamo a raccogliere le erbe con la nonna. Vedrai, i campi sono meravigliosi” disse Lea alla bambola.
“Ecco” disse la nonna, “questo fiore piccolino e profumato manda via il mal di gola e la febbre. Sì, brava Lea, è quello giusto, mettilo nel cestino!” continuò nonna Elena ad incoraggiare la nipote che felice di aver imparato correva da un fiore ad altro coinvolgendo anche la sua bambola. “Domani andiamo a raccogliere i germogli di abete bianco per lo sciroppo, preparati Lea” continuò a dire alla nipote. “Nonna, posso portare anche Gipsy?” chiese la bambina alla nonna già stanca della corsa nell’erba, “hai visto, è brava a raccogliere” continuò lei mettendo un po’ di preoccupazione al riguardo. “E’ troppo legata a questo pezzo di brandelli” pensò lei sistemandosi i capelli bianchi che si ribellavano sotto la sciarpa.
“Lea, tu hai 5 anni e sai, vero, che le bambole non sono vive, non possono essere amiche come sono le ragazze della tua età. E’ solo una bambola” insistette la nonna ma Lea lasciò cadere le parole della cara nonna nell’erba, portate poi dal vento danzante. Non le voleva nella realtà, amava troppo sognare e le parole della nonna potevano far crollare la sua fantasia dove la bambola di pezza era viva. Dispiacque alla nonna Elena per quel momento. Aveva paura di perdere la nipote tra i meandri della fantasia. “Aspetta, Lea, non correre, così perderai le erbe dal cestino” cercò di raggiungere la nipote che ormai non si vedeva più dall’erba alta. “Dovevo dirle in un altro momento” i pensieri tormentavano la nonna che a passo veloce cercò di arrivare vicino alla nipote. “Finalmente ti sei fermata” disse nonna cercando di capire lo stato d’animo di Lea. “vedo che le erbe sono ancora nel cestino, brava. Adesso andiamo a casa” e prese con amore di una carezza la piccola mano della bambina. “Vedi, la tua bambola non si è offesa”. Lea guardò la nonna dritto negli occhi, le strinse la mano sussurrando all’orecchio” cara nonna non devi dire più, la mia bambola soffre perché lei si sente viva.” La nonna Elena lasciò cadere il suo sguardo vecchio sulle superfici giovane del mondo e pensò che più in là doveva insegnare alla nipote i confini tra ciò che si sogna e ciò che può essere. “Adesso ci sbrighiamo, comincia a piovere, guarda il cielo come è tutto cupo, si sentono anche i tuoni” continuò la nonna mentre la pioggia metteva già a mollo i campi e loro.
Con i passi veloci cercavano di arrivare più presto a casa. Il vento cominciava ad essere fastidioso ed i fulmini spaventavano Lea. “Nonna, nonna ho paura”. “Non devi avere paura, è solo un fulmine e poi siamo quasi arrivate” cercò lei di tranquillizzare la nipote.
La porta di casa salutò con uno scricchiolio allegro il loro ritorno. Dal cestino il profumo di erbe si disperse nella stanza accogliente. Il cammino manteneva fiero la sua fiamma mentre fuori la pioggia regnava lasciando cadere sul vetro delle finestre la sua musica. Lea si addormentò senza comprendere ancora il mondo.
“Buongiorno, cara nonna” salutò lei cercando di sollevare le palpebre per vedere un altro spettacolo del suo vissuto. “Buongiorno” rispose Elena con abbraccio mattutino e nelle fragranze di pane tostato, il thè alla menta cominciavano tutte e due la giornata. “Oggi è sabato, è anche fine mese perciò vedrai tuo papà.” Con la grande gioia Lea cominciò a saltare sul letto gridando “che bello, che bello!”. Papà di Lea lavorava lontano, faceva meccanico nei pozzi petroliferi.

Ritornava a casa per tre giorni al mese e questo a Lea non piaceva per niente ma si accontentava. La sua mamma la vedeva alla fine della giornata, lavorava i campi, faceva il muratore alla loro casa che ancora non era finita. Doveva povera donna fare madre, padre e lavorare per sostenere la mancanza del marito. “Nonna, hai visto la mia Gipsy?” “No, cara, non ho visto la tua bambola” rispose Elena continuando le sue faccende. Lea cominciò a cercare disperata la sua bambola che mancava ormai da ieri. “Forse è rimasta nei campi” pensò Lea mettendo la casa sotto sopra. “Basta, Lea!” non è in casa, forse è rimasta fuori.” Si arrabbiò la nonna davanti al disordine. “Adesso metti tutto a posto come era e dopo cerchiamo fuori”. Lea si fermò dal fervore della sua ricerca e cominciò a mettere tutto in ordine. Quando la nonna si arrabbia non c’è verso. Ha imparato ormai. Dopo aver messo la casa in ordine si mise seduta davanti al cammino e cominciò a piangere. “Adesso piangi? Non c’è bisogno di lacrime in questa faccenda. Si troverà, non ti preoccupare!” disse lei scompigliando i capelli della nipote con una allegra carezza. “Gipsy ha paura del buio, poi tutta la notte sotto la pioggia di sicuro si è ammalata” continuò Lea il suo modo fantasioso di dire le cose, un modo che la nonna cominciò a vedere come una minaccia alla percezione della realtà. “Non ti preoccupare la troverà tua madre, sta fuori sui campi a tagliare l’erba per il bestiame. Tranquilla, vedrai che la troverà” cercò lei di essere rassicurante ma la nipote non si fidava di tutto e cominciò ad insistere per essere accompagnata a cercare lei stessa la bambola.
La bambola di pezza amava i suoi brandelli e sapeva scrutare il mondo con i suoi occhi di fagioli neri. Quella notte, tra le erbe di campo, sotto la pioggia, aveva i pensieri quasi umani. Sembrava di sentire i rumori dell’anima. La bambola di pezza si addormentò nei suoi brandelli mentre i pezzi si ricomponevano nell’immagine d’un essere.
Un giorno dopo la madre di Lea trovò sotto la sua falciatrice la bambola ridotta quasi a pezzi dalla pioggia notturna. Tornata a casa ritrovò le mani fatate della nonna che si mise a cucire di nascosto pezzo per pezzo, a mettere anche gli occhi di fagioli neri.
“Nonna, nonna! E’ ritornata Gipsy, guarda come è bella!” disse con gioia la nipote abbracciando la nonna.
La bambola di pezza si addormentò sognando di essere bambina fino alla fine delle notti senza luna. I suoi brandelli cambiavano i riflessi della fantasia finché la realtà rimase sotto le ombre.



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