Racconto di Ines Scarparolo

IN UN CHIARO GIORNO D’ESTATE

Erano gli anni del primo dopoguerra. La scuola era finita e Trastevere, storico e centralissimo quartiere della nostra cittadina, tornava a vivere tra le grida e i giochi dei Sanpieroli1, in perenne combutta con i ragazzi del rione di S. Lucia.
Alle sfrenate scorribande mancava soltanto la Marieta che, per una brutta polmonite, era da tempo costretta tra letto e poltrona, sempre più sbasìa2 e ridotta ormai a un fagottino pelle e ossa… Passava le giornate a sbirciare avida, dai vetri della finestra, i giochi degli amici e a sorridere se qualcuno alzava lo sguardo su di lei o le faceva un cenno di saluto; di tanto in tanto la coglieva un accesso di “tosse cattiva”; giungeva allora la madre a tastarle la fronte e a rimetterla prontamente a letto… Rosalia, capelli lunghi di un castano indefinito raccolti in chignon, fisico asciutto ma ancora piacente, manteneva nello sguardo il bagliore della risolutezza, mitigato a volte da una velata malinconia, quella che si riflette negli occhi di chi, da sempre, è abituato a soffrire. Toni il marito, richiamato al fronte nonostante la famiglia, l’aveva lasciata vedova dopo qualche mese, per lo scoppio di una granata; il figliolo più grande, Arturo, era partito con l’ARMIR nel 1941; da mesi ormai non riceveva sue notizie ma, si sa, le speranze di una madre non muoiono mai… Anche Marieta lo aspettava; il fratello l’avrebbe certo portata in montagna, a prendere l’aria buona, e lei sarebbe guarita, finalmente! Le traversie famigliari e la malattia della bambina, avevano fatto sì che la povera donna manifestasse, a volte, la sua rabbia con parole dure, aspre, contro tutto e tutti… E allora sbottava a dire, quasi con rancore: “Se no i me lo manda casa, el me Arturo, mi vago a Roma e li copo tuti3...”
Ma quando si trattava di curare la sua Marieta, si rimetteva in sesto prontamente; aveva imparato da una crocerossina come farle le iniezioni e come aiutarla, al bisogno, con l’ossigeno; era davvero brava, la sua toseta: lei le spiegava ogni cosa con somma tenerezza e riusciva a riportare, sul suo visetto affaticato, un sorriso di speranza.
“Te vedarè, seleghéta mia, có Arturo tornarà casa, che feste ch’el te farà![4]”
Qualche mese prima, erano tornati in città i primi reduci, con le divise ridotte ormai a logori stracci, infestati dai pidocchi; qualche alpino apparteneva allo stesso battaglione del suo ragazzo ma nessuno, avevano spiegato a Vittoria, aveva più saputo niente di lui, dopo Nikolajewka… Rosalia però, sorretta dalla fede, ancora sperava.
E la vita della Corte continuava: gli amici della Banda del Fiume erano troppo presi dalla gioia di vivere, per lasciare che la malinconia frenasse la loro esuberanza; tose e tusi5 più grandi si scambiavano qualche tenero bacio e le più dolci confidenze; a sera, le chiacchiere delle donne accendevano l’aria di brusii e maliziose risate, con salaci allusioni agli uomini che, davanti a un gòto de crinto6, battevano il fante dall’oste Batisaldo…
Talvolta Rosalia si lasciava convincere a sedere in corte con loro per far comarègo7 ma, di lì a poco, con la scusa che non voleva lasciar sola la sua Marieta, se ne tornava a casa, presa dalla malinconia.
E in un chiaro giorno d’estate, la storia ebbe una svolta…
Marieta, attenta ad ogni movimento giù in cortile, stava a curiosare dai vetri della cucina; il suo visetto quel giorno pareva ancor più minuto ed emaciato, anche se due bizzarri pomelli rossi le accendevano le guance. Fu lei, ci disse poi Rosalia, a scorgere per prima Emanuele, il postino. Egli giunse da Ponte degli Angeli pedalando di buona lena sulla sua bici di seconda mano, ridipinta di fresco con uno sfacciato verde bandiera; vide la piccola alla finestra e, tenendo con la mano ben in evidenza una grande busta gialla, le sorrise, invitandola con la sua significativa mimica a chiamare la madre.
Ma già ella era uscita sulla porta, asciugandosi le mani nel liso grembiule di canapa blu; afferrò la busta, spiegazzandola per la tensione emotiva e se la pose in seno, pronunciando un timido “Grazie”. Emanuele la guardò con simpatia, poi le chiese: “Rosalia, non vuoi sapere che c’è scritto?!”. Quella assentì, quasi vergognosa, e rispose: “Te ghè rason, seto! Ma mi a no so miga lèsare… Son pròpio na “baùca“… “Silvano – fece, rivolta a un ragazzino che, sopra agli scalini esterni di casa, contava le sue figurine di calciatori – me la lèsito ti, par piasère? Se ghe xe bone notissie, a ve cronpo a tuti la granatina8!”
Silvano, con le orecchie scarlatte per l’imbarazzo, aprì la busta e cominciò la lettura:

dal MINISTERO DELLA DIFESA – ROMA
alla Sig.ra Vittoria S. – Corte dei Roda – V.
A seguito di accurate ricerche da noi condotte con l’ausilio del Ministero degli Affari Esteri, ci spiace comunicarLe che l’Alpino Arturo S., di anni 23, di stanza presso l’ARMIR come Artigliere, inviato al fronte russo l’anno 1941, giorno 18 del mese di novembre, a tutt’oggi risulta disperso”.

Con il volto simile a una grottesca maschera, Rosalia si lasciò cadere a terra, e lì prese a urlare e a singhiozzare come una bestia scannata, mentre il povero postino e il piccolo Silvano, smarriti e impotenti, cercavano di consolarla con impacciate carezze.
Da dietro il vetro, Marieta, che aveva assistito attenta alla scena, capì.
Non pianse, non chiamò la madre: sedette accanto al suo lettino, avvolta nella calda liseuse di lana grigio-azzurra che Rosalia aveva sferruzzato per lei. Attese…
Quando le portava la S. Comunione, Don Carlo le raccontava spesso del cielo, e di come, chi saliva lassù, trovasse finalmente la pace, la salute, la gioia… Arturo era certo arrivato già là, a prendere l’aria buona della montagna e, forse, le stava preparando un’altalena grande grande, tutta colorata con l’oro del sole!

1 Abitanti di San Pietro

2 pallida

3 «Se non me lo mandano a casa, io vado a Roma e li ammazzo tutti»…

4 «Vedrai, scricciolo mio, quando Arturo tornerà a casa che feste ti farà!»

5 ragazze e ragazzi

6 bicchiere di vin clinton

7 per scambiare quattro chiacchiere

8 «Hai ragione, sai! Ma io non so leggere… Sono proprio una stupida»… Silvano – … – me la leggi tu, per piacere? Se ci sono buone notizie, compero a tutti la granatina!»

29 dicembre 2008


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