Desiderata

di

Grazia Fassio Surace


Grazia Fassio Surace - Desiderata
Collana "Le Schegge d'Oro" - I libri dei Premi - Narrativa
15x21 - pp. 220 - Euro 14,70
ISBN ISBN 88-8356-692-0

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Prefazione

Desiderata è bella, sensibile, intelligente, corteggiatissima.
Nel suo peregrinare alla ricerca dell’amore, colleziona però solo storie deludenti. O forse è lei sbagliata? Se lo domanda, Desiderata, attraversando la sua giovane esistenza con rari spunti consolatori, spietata soprattutto verso sé stessa.
L’Autrice possiede la non comune capacità di coinvolgere il lettore: succede un po’ di tutto alla protagonista, e allora si ride, si piange, e si parteggia per Desiderata.
La storia si snoda tra gli anni sessanta, e va quindi collocata nella mentalità di quel tempo.
Altro non sveliamo: perché sia il lettore a costruirsi, leggendo, il suo finale.


Nota dell’autrice

Contrariamente a quanto può sembrare, la vicenda narrata non è autobiografica: solo alcuni episodi d’infanzia e adolescenza s’avvicinano a mie reminiscenze. Difatti la mia storia non assomiglia affatto a quella di Desiderata: ho un amore da sempre, due figli meravigliosi, due sorelle rompiscatole come me, e i miei genitori non mi hanno mai deluso. A tutti loro – la mia vita – dedico questo libro.
L’uso della prima persona è stata una scelta per immedesimarmi totalmente nella protagonista. Però in qualcosa Desiderata mi è simile: nell’insicurezza, nella sofferenza interiore, nel mettersi continuamente in discussione.
Per questa simbiosi, la amo.


Desiderata



Mi manca nulla, senz’altro sarei felice se ogni notte non la sognassi, quella manina che si tende, che m’invoca, dalla buca profonda, e tutto intorno è fango, e io vorrei aiutare chi la protende, ma sono paralizzata, vorrei muovermi, ma non mi muovo, non posso muovermi: ed ecco che vedo solo più le ditina, e poi niente, è sparita, precipitata nel baratro, e anche a me allora pare di precipitare da un’altezza infinita, e mi manca il fiato come per un tonfo, come se precipitassi davvero, e mi desto sudata, angosciata, e urlo, e mio marito, come sempre, mi deve consolare, ma rassegnato, non domanda più nulla, mi stringe solamente a sé, e ripete le parole ormai logore:
“Non piangere, stella mia, è solo un sogno … ci sono io, vicino a te, e ti amo…”
Confortata dalla sua voce, mi sveglio alla realtà e a poco a poco mi calmo, ma l’angoscia è sempre in me, ed è così quasi ogni notte, non vorrei venisse mai, la notte.
E allora penso: “Dio mio, perché devo soffrire, che cosa ho fatto, perché mi castighi così...”
Ma purtroppo lo so il perché, lo so …


Nacqui di primavera, non sotto il solito cavolo ma, come una regina, in un’aiuola di rose, e non mi punsi nemmeno.
Quando mi raccolsero i miei genitori impazzirono di gioia.
Raccontano che fossi talmente bella da apparire irreale.
Sulla testolina la lanuggine dorata era chiara da sembrare argento, e gli occhi splendevano come stelle azzurre.
Mio padre che mi aveva attesa tanto (ero la prima figlia ed aveva quarant’anni) volle chiamarmi Desiderata.

Appena nata, già si diceva ch’ero stata baciata dalla fortuna.
La casa bianca sulle pendici della collina era un tripudio di fiori e di sole.
La culla di legno, vecchia di generazioni, venne dipinta di rosa e rivestita con tendine di organza ricamate con nodi d’amore.

Mio padre attendeva tutto il giorno il momento di rientrare a casa.
Avevo circa un anno.
La mamma aveva cucito dei legacci ad un grosso cuscino
Lui lo legava sotto il sedere, poi si accovacciava in terra, mi prendeva in braccio e ci trascinavamo sul pavimento imitando il verso del treno.
Io lanciavo piccoli strilli di gioia.

Adoravo mio padre, tanto quanto lui adorava me.
Potevo avere due anni, e già ero esperta nell’arte di mandarlo in visibilio.
“Sei il papà più bello del mondo” tubavo, accarezzandolo.
E guai se qualcuno osava sostenere il contrario!

Questo è quanto mi narrava la mamma quando, ancora bambina, seduta sul suo grembo, le domandavo: “Mamma, ti prego, raccontami di quand’ero piccina piccina…”
E tanto adoravo sentirla favoleggiare sulla minuscola Desiderata raccolta in un’aiuola di rose profumate, che mi facevo ripetere spesso la storia così che, alla fine, a forza di sentirla e di immedesimarmi in essa, mi pareva che tutto fosse frutto di una mia reminiscenza, i primi vagiti tra i fiori, le manine festose protese oltre il bordo di organza della culla rosa, i giochi con papà, quasi che, prodigiosamente, la memoria potesse arrivare fino al momento in cui avevo visto la luce, e neppure mi sfiorava il pensiero che le scene che mi apparivano nitide altro non fossero che il risultato del racconto ripetuto e della mia immaginazione.



Avevo forse quattro anni, ed ecco i primi ricordi reali, sfocati e confusi, perché sorretti soltanto dalla labile memoria infantile, rispetto ai precedenti, perfettamente generati dalla fantasia.
Nella bella stagione il babbo, quand’era libero, mi portava spesso in giro in bicicletta. Mi sedeva su di un seggiolino imbottito che fissava di fronte al manubrio.
Quelle gite erano una festa. Si girovagava per i sentieri di campagna, io raccoglievo un mazzolino di fiori da portare alla mamma, poi andavamo a mangiare il gelato in una baracca allegra con le imposte rosse e verniciata di verde smeraldo.
Ma un giorno, non mi sovviene per quale motivo, cademmo dalla bici, e rimasi con una gambina impigliata tra i raggi.
Papà impiegò parecchio per liberarla, ed era tutta insanguinata.
Eravamo in aperta campagna e non c’era nessuno a soccorrerci.
Poi mi prese in braccio e camminò a lungo.
Rammento il viso spaventato della mamma quando ci vide e finalmente mi distesero nel lettone (il letto dei miei genitori: immenso, caldo, dolce, profumato di loro) e arrivò il dottore a tranquillizzarli: non c’era nulla di rotto.
Fu l’ultima gita in bicicletta.

Un’altra reminiscenza di quel periodo: un’enorme luna arancio in un cielo d’inchiostro.
Eravamo su di un treno merci che arrancava sferragliando asmatico.
Trattenuta per le mani dai miei genitori, mi protendevo attraverso un portellone spalancato sulla notte guardando incantata la tondeggiante luminosità sospesa nel cielo.
Non avevo mai visto una luna così grande!
E pareva avere occhi, naso e bocca!
Tornavamo da una gita avventurosa in Valle d’Aosta.
L’auto aveva fatto i capricci ed avevamo dovuto abbandonarla.
Sembra che il mezzo più veloce che avessimo trovato per ritornare a casa fosse quel treno.
Ma non rammento altro.
Ricordo solo una luna immensa che invadeva il cielo.

Un episodio che s’inserisce a forza, senza che voglia rimembrarlo.
Dovevo avere cinque anni.
Ero seduta su di un muretto a fianco del cancello d’ingresso di casa e pettinavo la bambola.
M’immagino con i lunghi capelli biondi arricciati a “cannelloni” e raccolti da un grosso nastro di seta (le foto di quel periodo mi ritraggono così), il viso chinato teneramente sulla bambola.
Un uomo doveva osservarmi, perché poi lo sentii apostrofarmi: “Vuoi una caramella?”.
Lo guardai.
Nessuno mi aveva insegnato a diffidare degli sconosciuti.
“Sì, grazie.”
“Ma non ce l’ho, qui. Devi venire un momento con me.”
“Dove?”
“Abito vicino. Due minuti.”
Lo seguii con la mia bambola.

Scendevo le scale buie di uno scantinato dietro di lui che ora mi teneva per mano.
“Ma dove andiamo?”
“Sta tranquilla. Siamo arrivati.”
Mi diede la caramella.
Poi mi prese in braccio e mi adagiò su qualcosa di morbido
(forse un vecchio divano o un materasso).
Era buio.
Incominciai ad avere paura.
Piagnucolavo e invocavo la mamma.
Lui mi accarezzava con delicatezza, senza farmi male.
Intuivo che ciò che mi faceva era una brutta cosa, ma non osavo muovermi.
Poi egli rinsavì (forse ebbe pena delle mie lacrime) e mi lasciò andare.

Tornai a casa con la bambola.
Il vestito era stazzonato, gli occhi rossi di pianto.
“Dove sei stata?”.
La mamma era sulla soglia, spaventata.
“Mi sono persa, non trovavo la strada”.
Corsi nella mia cameretta.
Provavo vergogna per quello che era successo, quasi fosse stata una mia colpa.

Non avrei rammentato le fattezze di quell’uomo, né se era giovane o vecchio, ma lo avevo visto? Era come se fosse stato invisibile.
Non ricordavo nemmeno il luogo del misfatto.
Era un episodio da cancellare.


Scivolarono via alcuni anni sereni, senza avvenimenti particolari.
La vita in campagna era tranquilla e lieta, papà doveva spesso assentarsi per lavoro ma, quando tornava, era carico di baci e doni.
Le stagioni si rincorrevano, e ognuna offriva odori, colori, sensazioni nuove, che riscoprivo ogni volta con stupore,
Avevo più o meno otto anni quando ci trasferimmo a Torino.
Durante i fine settimana, ritornavamo però spesso nella casa bianca in cima alla collina.

Ho circa dieci anni.
A scuola hanno riso quando ho detto d’essere nata in un’aiuola di rose.
A casa finalmente la mamma mi ha spiegato come nascono i bambini e che, quella dell’aiuola, era soltanto una favola.
Credeva lo avessi capito.
Ma io sono rimasta sconvolta.
È tanto tempo che le chiedo di “comprarmi” una sorellina.
Ora ho cambiato idea: “Non la voglio, non voglio che tu soffra, mai più!”
E mentre la supplico, sto quasi piangendo.


“Ed ebbe inizio la stagione dell’amore…”
Potrei definire così il periodo in cui mi innamoravo facilmente? Ma è mai terminato? Da allora credo, bene o male, di essere stata sempre innamorata.

Allora credevo di odiarlo, ma ora penso che fu lui, quel ragazzino dai capelli nerissimi e ricciuti e il viso da scugnizzo, il primo maschio ad interessarmi.
Tempo permettendo, scorribandavo con la mia bici rossa lungo i viottoli dei giardini vicini a dove abitavo.
Lui doveva avere la stessa passione, perché lo incontravo sempre.
Interrompeva la mia corsa mettendo di traverso la sua bici, e poi mi faceva ogni sorta di dispetti tanto che ogni volta finiva che ci pestavamo di santa ragione!
Lo odiavo, ma se ci incontravamo senza essere sul sellino, lui era timido, gentile e compunto e io arrossivo fino alla radice dei capelli.

Ho undici anni e sono al mare per le vacanze estive.
Giro, in gruppo, con un ragazzino che ha un anno più di me. Stiamo bene insieme, ma non c‘è mai stato nulla tra di noi, nemmeno un bacio.
Poi, un giorno che giochiamo a “guardia e ladri” e siamo nascosti in costume nel buio di un androne, le nostre spalle si sfiorano.
E provo, per la prima volta, un desiderio indefinibile, che mi lascia turbata.
Lo stesso che si replica nel luccicore dei suoi occhi.
Eppure non osiamo toccarci.
Ci amiamo guardandoci.

È nello stesso periodo che la sensualità latente mi guida la mano.
Mi piace disegnare figure, e invento interminabili storie a fumetti dove c‘è amore, passione e, soprattutto, sesso.
Scrivendo e disegnando amplessi spesso, immedesimandomi, provo la stessa emozione di quel giorno nell’androne.
Poi le nascondo perché non le scopra la mamma.

Il mio terzo amore platonico è il “Lungo”, un ragazzo alto quasi due metri.
Per questo, quando penso a lui, o ne fantastico con le amiche, lo chiamo così, non conoscendone il nome.
Forse del “Lungo” mi affascina appunto l’altezza (difatti non ricorderò tratti particolari del suo viso).
Finché dura la cotta girovago come una cretina per incontrarlo (abita a due isolati di distanza dalla mia casa)
Non mi vede nemmeno.
Ha già una ragazza lunga quasi quanto lui!


A dodici anni ero accanita lettrice di quei libri per adolescenti, rilegati in tela rossa (con un quadrifoglio d’oro impresso nell’angolo in basso a destra della prima di copertina, se ben ricordo) ove le vicende, narrate in modo divertente, si svolgevano spesso in collegio.
Furono forse queste letture edulcorate, e un indefinito desiderio di novità, a insinuarmi il miraggio di una vita in comune con ragazze della mia età.
Quando finalmente, al termine della prima media, osai esternare il mio pensiero con un perentorio: “voglio studiare in collegio”, ero pronta a lottare per ottenere ciò che desideravo. Invece papà e mamma non mi contrastarono.
Intelligentemente compresero il bisogno di evadere da una casa ov’ero l’unica ragazzina e il pericolo, per il mio carattere, che mi chiudessi in me stessa, come già facevo, passando le giornate a fantasticare.
A fine giugno fui così iscritta come interna presso un collegio femminile, gestito dalle suore, distante circa trenta chilometri dalla mia città. Convitto antico e rinomato, medie e liceo erano stati appena trasferiti in un edificio moderno, appena ultimato, con un grande parco a metà collina, affacciato su una graziosa cittadina. Nella vecchia sede, un monastero medioevale arroccato in cima al colle, erano rimaste soltanto le elementari.

Così, un giorno soleggiato sul finire di settembre, approdo in collegio.
Sono un po’ emozionata, non mi sono mai allontanata da casa.
Mentre i miei genitori parlano con le suore guardo da una porta-finestra giù, nel giardino.
Alcune ragazze giocano a pallavolo.
Papà e mamma mi baciano, poi le solite raccomandazioni, e se ne vanno.
Un attimo di tristezza.
Una suora mi prende per un braccio: “Vieni, che ti presento alle tue compagne!”
Scendiamo in cortile.
Il gruppetto mi guarda.
Il gioco si ferma.
Mi sono attorno con simpatia.
“Sei delle commerciali?” mi chiede una ragazza.
“No. Seconda media”.
Delusione: “Non sei con noi. Peccato! Hai una faccia simpatica. Mi dispiace che vai a finire con quelle…”
“Perché?” domando.
Ha capelli color carota. Mi guarda dietro le spessi lenti da miope.
“Vedrai perché... Perché sono stronze!”
È il primo approccio col collegio.




Stralcio da pagina 157-158

... Finché, una sera, accompagnai a cena per la prima volta un cliente tedesco. Era quasi Natale, aveva iniziato a nevischiare da poco, ed un turbinìo soffice e molle s’intravedeva nell’alone chiaro delle luci e dei lampioni. In terra restava però soltanto una poltiglia acquosa. Il tedesco era arrivato con la sua auto, una grossa Mercedes, e, tra le nostre proposte, aveva scelto di cenare in un ristorante della collina, dove c’era anche un po’ di musica. Era un tipo grasso, volgare, di circa cinquant’anni, il viso rubizzo, naturalmente chiazzato di rosa acceso, quando terminammo di cenare era diventato paonazzo per la birra il vino e gli alcolici che aveva trangugiato senza ritegno. Già fin dall’inizio si era comportato in modo troppo spiritoso per i miei gusti, con complimenti spinti, avances per niente velate, che non ero riuscita ad arginare. Ora aveva perso ogni inibizione (se mai ne aveva avute) e dovevo scacciargli le mani che, sotto il tavolo, tentavano di frugarmi, e cercavo di farlo con il sorriso sulle labbra, per non offendere la sensibilità di una persona che doveva trasmetterci un ordine di alcune centinaia di milioni (!) Prevedendo che la serata sarebbe finita male, mi ero anche alzata con una scusa e avevo telefonato al mio capo per chiedere soccorso, ma non lo avevo trovato in casa. Ora dovevo affrontare il viaggio di ritorno, tra i tornanti deserti della collina, sull’auto di quell’energumeno depravato. Mi veniva da piangere perché sapevo ciò che mi aspettava. Appena in macchina, aveva allungo una mano ad afferrarmi un seno, e per una volta ancora mi ero fatta forza per non urlare, e lo avevo respinto senza proferire verbo. Ma mi ero anche preparata ad affrontare il peggio. Avevo un ombrello pieghevole che ora tenevo saldamente ancorato alla mano destra. Non mi avrebbe oltraggiata, giurai a me stessa. Al diavolo il contratto, i milioni (che tanto io non avrei visto), non sarebbe passato sul mio corpo. Vidi che svoltava in un sentiero scuro, ma non mi stupii, era una scena che mi ero aspettata, che nella mente avevo già vissuta. Anche le mie urla, di tornare indietro, facevano parte di quella scena. E lui che non mi ascoltava, andava ancora avanti, e poi fermata l’auto, mi saltava addosso. Ed io che lo colpivo con l’ombrello fino a farlo sanguinare, fino a farlo desistere. E pi scappavo verso la strada, e stavolta ero fortunata, qualcuno subito mi soccorreva. Mentre nevicava sempre più fitto.
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