Preghiera della sera
Allor che l’ombra scende della sera,
a Te, che dal nulla il mondo hai creato,
s’innalza, umile, la mia preghiera,
per ringranziarTi di quanto m’hai dato.
Grato perciò mi affido alle Tue mani,
sperando d’incontrar somma clemenza,
quando, cessata l’ansia del domani,
muto mi prosterò alla Tua presenza.
Tu, che dell’uomo conosci i pensieri,
di certo sai che questa mia preghiera
oggi è fervente molto più di ieri,
perché vicina sento la mia sera.
Ma Tu, mio Signore, non farci caso,
Ti prego, allontana le tentazioni
e leggi nel cuor mio, d’amor pervaso,
più che i peccati, le buone intenzioni.
Lacrime
Da occhi arrossati stillate,
o come fiumi versate,
quante gote, o lacrime,
ogni giorno bagnate!
Lacrime d’amore e di emozioni
sgorgate pure, senza esitazioni!
Lacrime irrefrenabili
di anime contrite
pene e rimorsi, indulgenti, lenite!
Lacrime, che a lungo
e lentamente segnate
volti incalliti da torti e frustrazioni
da sfogo e contorto, vi prego, siate
a solitudine, miserie e delusioni!
Lacrime cocenti, persistenti e amare
di cuori in lutto, feriti e angosciati,
lasciate che il tempo
vi possa asciugare!
Lacrime di sangue e di sudore
non infierite sulle sofferte guance
di chi, in un letto di dolore,
abbandonata, tutto il giorno langue!
Ma non vi trasformate, o lacrime,
in ipocrite ed aride stille,
per dare luogo al pianto,
detto di coccodrillo.
Lacrime innocenti,
sul viso d’un bambino,
gocce di rugiada
su un bocciolo che s’apre alla vita,
suadete il pargolo a fare la nanna
sul seno pregno e caldo della mamma.
A Fabio
(11 maggio 1965)
Ebbe tua madre di gioia un tremito,
libera ormai dalle angosce passate,
quando tu, atteso secondogenito,
gemendo apristi gli occhietti alla luce.
Le rose rosse, al muro abbarbicate,
tra un rigoglio di verde e gerani,
eran fiorite sui nostri balconi,
al dolce tepor del maggio romano,
allor che ti portammo, mamma e io,
in quella casa, di pittura fresca,
nel noto rione di Torrevecchia.
In quella casa, sita in via Rolando,
tu, piccol Fabio, dai riccioli d’oro,
nel tuo cesto disteso e addormentato,
forse ancor scosso dal trauma vissuto,
trovasti i nonni e il fratellino Nando
a darti, con calor, il benvenuto.
Crescesti e progredisti a meraviglia
e, nonostante i tuoi tanti capricci,
gioia ed amore portasti in famiglia
e, soprattutto, una sana allegria,
che ancor ci spinge a ringraziare Dio.
La Casa
Se dai primordi dell’antichità,
un antro, una spelonca o una caverna
hanno ospitato la prima umanità,
da tempo ormai, sino all’era moderna,
la vita umana si fonda e si basa
su quel pilastro, che si chiama casa;
case lussuose, che costan milioni,
villette amene con parco e piscine,
case con grandi verande e balconi
case a più piani e ridenti cascine,
ma anche case, che sono chimera
per chi di possederle invano spera.
Come ogni rondine ha il proprio nido,
così ogni uomo, anche se povero,
dovrebbe disporre d’un proprio lido,
ove trovare pace e ricovero,
perché la casa, per quanto modesta,
di viver la voglia mantiene desta.
Per chi ha del nomade la vocazione
e si accontenta d’un sito precario,
scarsa importanza ha l’abitazione,
ma ne ha tanta per il locatario,
che, pur se paga un canone salato,
potrà, pur sempre, essere sfrattato.
Sarebbe, perciò, giusto che il Paese
desse una mano a chi n’ha più bisogno,
a chi, non sempre, arriva a fine mese,
a chi la casa vede come sogno
e a chi, da anni, sta ad aspettare
una modesta casa popolare.
Ma fare questo, in democrazia,
compete, com‘è noto, ai governanti
e non di certo alla demagogia
di capipopolo e grilli parlanti.
La Pace
C‘è tanta gente, impavida e vivace,
che spesso scende in piazza per la pace
e, inalberando bandiere e striscioni,
scandisce motti ed intona canzoni.
Non v‘è persona, onesta e previdente,
che non si associ a quella brava gente,
perché la pace, come la libertà,
di vita è fonte per l’umanità.
Ma chi la pace invoca, con clamore,
dovrebbe prima averla dentro il cuore
e non lanciare frecce e acuti strali
contro avversari, presunti o reali,
perché qualsiasi tipo d’aggressione
comporta, quasi sempre, una reazione,
che, pur se blanda o non molto mordace,
mal si concilia con la vera pace.
La pace, infatti, più che malizia,
richiede a tutti fede e amicizia
e perché renda ciascuno felice
un unico aggettivo le si addice,
che è quello noto come “universale”,
dato che ogni altro sarebbe banale.
Ma, una pace di tale portata
potrà difficilmente essere attuata,
a meno che la durezza del cuore
non ceda il posto al reciproco amore.
E ciò potrà accadere eventualmente
se un solo intento unirà la gente
e ciascun uomo, con fare dimesso,
il prossimo amerà come se stesso,
così come un giorno chiese di fare
Uno, che il mondo voleva salvare.