La magia del lago
C’era una volta in un piccolo paese di montagna una famiglia composta da mamma Elisa, papà Roberto ed una bimba di otto anni dagli occhi blu profondo di nome Sara.
Erano molto uniti ma Sara era spesso triste, le mancava qualcosa, che non sapeva cosa potesse essere, poiché possedeva una bella casa, dei genitori che l’amavano e viveva in un paese quasi da favola dove tutti si volevano bene. Riusciva a stare bene e si sentiva serena, solo quando andava vicino al laghetto, poco distante dalla sua abitazione, dove si divertiva a giocare con l’acqua, i pesci e le farfalle. Prima di rincasare, raccoglieva tanti fiori dai mille colori, che crescevano sulle sponde e nei prati circostanti al lago e li portava in dono alla sua amata mamma. Purtroppo però, le gite al laghetto si dovevano bloccare, quando era brutto tempo e quando l’autunno e l’inverno facevano la loro comparsa con vento neve e gelo. In quelle stagioni difatti, il lago era pieno di pericoli, forti correnti, che rendevano pericolosissima la vicinanza alle sue rive. Ma Sara, in una brutta giornata autunnale, sfidò il tempo e si recò a far visita al suo amato lago. Improvvisamente fu travolta da un’onda e si ritrovò sott’acqua, con sua gran meraviglia, però, si accorse che respirava benissimo, così cominciò a nuotare e volteggiare con i suoi amici pesciolini, con cui iniziò a parlare e ridere. Scorse un bellissimo paesino subacqueo, era coloratissimo e sulla cima di una collinetta c’era un grazioso castello dipinto con i colori dell’arcobaleno, la torre più alta era d’oro e riluceva tutt’intorno.
Si avvicinò e girò in lungo e in largo ma quel paesino sembrava disabitato!
Continuando a nuotare, Sara notò da lontano una vecchina seduta davanti all’uscio del bel castello. La bimba si fermò e le andò incontro.
“Buongiorno, io mi chiamo Sara, mi sa dire dove sono tutti gli abitanti di questo paese?”
La vecchia rispose: “Devi sapere piccola che, tanto tempo fa, la strega Alganera, invidiosa dell’armonia che regnava in questo paese, ha fatto un incantesimo. Bandì tutte le persone che vivevano qui, esiliandoli sulla terra ferma.”
“Ma è tremendo! Non c‘è modo di farli tornare?” La vecchina continuò il suo racconto, “L’unica persona che può infrangere l’incantesimo è la piccola principessa, che fu nascosta, ancora in fasce, dal re e dalla regina, prima che la strega finisse di pronunciare le parole magiche, sulla terraferma. Purtroppo per paura che Alganera la trovasse, fecero una promessa, decisero di non raccontarle mai ciò che successe qui e chi fosse in realtà. Quindi mi sono rassegnata a vivere qui da sola, perché lei non verrà mai!”
“Dimmi vecchina, come posso aiutarti? Magari se mi dici come si chiama, appena riemergo, potrei andare a cercarla!”
La vecchina, che fino allora, aveva tenuto la testa china, alzò gli occhi per osservare meglio quella bimba così gentile e buona. Il suo sguardo s’incrociò con quello meravigliosamente profondo di Sara.
“Non ci posso credere, i tuoi occhi non possono tradirmi, sei tu!...” Si alzò dalla sedia e l’abbracciò. Sara capì di essere lei la piccola principessa di cui la vecchia aveva parlato.
“Ora che so di essere l’unica a poter salvare il mio regno, cosa devo fare per spezzare il maleficio della strega?”
“Mia piccola principessa, devi cercare una conchiglia che ha gli stessi colori del castello. Una volta trovata dovrai portarla qui e rimetterla sull’uscio del castello, pronunciando queste parole: TORNA A VIVERE IN ARMONIA CHE L’INCANTESIMO SE NE VADA VIA! Altro non so dirti, non so nemmeno dove potresti trovarla…”
Mentre la vecchina parlava Sara si ricordò di aver gia visto da qualche parte una conchiglia simile a quella della descrizione. Cominciò la sua ricerca, chiese aiuto ai pesci suoi amici, cercò tra le alghe, scrutò negli antri più bui del lago, ma sfortunatamente della conchiglia non c’era alcuna traccia.
Improvvisamente l’immagine di quell’oggetto misterioso le fu chiara. Quando lei era appena un batuffolo di bimba, i suoi genitori le raccontarono, una volta, che suo papà le costruì una culla con le conchiglie più belle, incastonò davanti proprio quella conchiglia che a lungo aveva cercato.
Cercò così di risalire a galla, ma la forte pressione dovuta al cattivo tempo la faceva sempre tornare sul fondale. Ad un tratto un’onda amica la prese e sulla sua cresta trasportò la piccola principessa sulle rive del lago.
Sara corse a casa, aprì velocemente la porta e si precipitò nella sua cameretta, ma non trovò più la sua culla. Notò che la casa appariva abbandonata, provò a chiamare anche i suoi genitori, senza però ricevere risposta. Sara non si dette per vinta e proseguì nella sua ricerca. Finalmente giunta in soffitta vide la sua culla, si avvicinò e, con l’aiuto di un coltello estrasse la conchiglia.
Non appena l’ebbe tra le sue mani, la casa scomparve e come d’incanto si ritrovò sotto le acque profonde del lago, proprio davanti al bel castello. La vecchina appena la vide la chiamò, riconoscendo la conchiglia chiese a Sara di andarla a mettere sull’uscio del castello. Così fece!
Non appena la conchiglia fu rimessa al suo posto, la strega Alganera riapparve proprio davanti alla bambina. Sara scappò, ma il suo fuggire durò poco, la vecchina, in realtà era il guardiano del paese, trasformato nell’inerme signora anziana, dalla strega. Ma spezzato il maleficio, si trasformò in un grosso pesce variopinto e inghiottì la strega in un sol boccone. Poi sparì e per magia tutto il paese si rianimò e gli abitanti tornarono a vivere nelle loro case, da tanto tempo ormai disabitate.
Sara riabbracciò i suoi genitori, in paese si fece una gran festa che durò giorni e giorni ed ancora oggi in quel bel paesino subacqueo si vive felici e contenti.
Zampetta
C’era una volta un coniglietto molto giovane e goloso di carote, che si chiamava Zampetta. Zampetta viveva con i suoi genitori e i numerosi fratellini in una comodissima tana in mezzo a una campagna piena di colori.
L’erba dei prati era a volte di color verde smeraldo, altre di un verde più tenero che faceva ricordare giornate di festa piene di gioia. Le corolle dei fiori riempivano i prati di mille colori sgargianti e di forme infinite.
Le foglie sui rami degli alberi erano più scure, e gli sembravano quasi il tetto di una casa accogliente e rassicurante, di quelle dove vivevano i cuccioli degli uomini, come nei racconti che faceva la sua mamma la sera quando si metteva accanto a lui e ai suoi fratellini e, per farli addormentare, narrava loro cento storie strane e affascinanti.
La pozzanghera dove la famiglia di Zampetta andava a bere e che serviva anche da specchio per assicurarsi che tutti, piccoli e grandi, fossero in ordine prima delle grandi occasioni, era di mille colori che mutavano continuamente durante la giornata. Zampetta era anche un coniglietto molto curioso e audace. Gli piaceva andare ogni giorno un po’ più lontano nelle sue scorribande, sperando sempre di fare qualche scoperta che lo avrebbe riempito di stupore e della quale vantarsi con i suoi fratelli e sorelle.
La mamma lo rimproverava e cercava di metterlo in guardia dai pericoli che poteva incontrare. Lì per lì sentiva le parole della mamma, ma da una parte entravano e dall’altra uscivano. Seguiva la sua curiosità, che era rimasta colpita da un particolare strano. Allora s’infilava dietro ai muretti diroccati, in mezzo agli arbusti intricati, nelle buche più buie e misteriose… fino a quando qualcosa di inaspettato – un fruscio, un’ombra – lo spaventava e all’improvviso capiva il significato delle parole d’avvertimento ascoltate poco prima dalla bocca della mamma. Il suo cuoricino cominciava a battere come un tamburo impazzito.
Allora si girava e con le sue zampette veloci scappava verso casa.
Gli bastava vedere da lontano la figura dei genitori per tranquillizzarsi e tornare ai suoi giochi, a fare scoperte o a dar fastidio ai fratellini raccontando loro le sue avventure, esagerandole e trasformandole finché loro non ci credevano più e cominciavano a far capriole o a giocare a nascondino.
Un giorno si mise a percorrere un attraente viottolo che presentava tante sorprese ad ogni svolta. Erano però sorprese simpatiche e gentili (qualche fiorellino dalla forma mai vista, una bestiola con la sua casetta arrotolata sulla schiena, una bacca di uno strano color azzurro) cosicché per un lungo tratto di strada il coniglietto non provò qualche salutare spavento che gli consigliasse di tornare a rifugiarsi vicino ai genitori.
Quando si accorse che la luce del cielo si stava scurendo, finalmente si guardò indietro e capì di essersi smarrito.
Zampetta era un coniglietto un po’ sventato, però non era sciocco e stavolta si rese conto che le cose non erano tanto semplici. Passati i primi momenti, nei quali il cuoricino gli suonò una sconvolgente sinfonia per tamburi e nacchere, capì che il problema era serio e che poteva contare solo sulla sua iniziativa per uscirne.
Dopo aver rivolto un pensiero accorato ai suoi genitori e ai fratellini che certamente a quell’ora lo stavano cercando preoccupati, cominciò ad esplorare con decisione il nuovo mondo in cui si trovava, fiutando col suo sensibile nasino e cercando di riconoscere i vecchi odori e di imparare i nuovi.
Il viottolo su cui si era avventurato era diventato più largo ed era ricoperto da uno strato di materiale grigio scuro dall’odore strano, mai incontrato prima in campagna. Mentre Zampetta cercava con impegno di capire quell’odore, da dietro gli si avvicinò, ruggendo, un’automobile che lo spaventò a morte e gli strappò qualche pelo della pelliccia. Salì sul marciapiede, dove si sentì per qualche momento al sicuro, ma subito si accorse che anche lì doveva stare attento, perché era pieno di esseri umani che camminavano in fretta, qualche bambino con la bicicletta, qualcuno addirittura accompagnato da un cane, per fortuna legato. Zampetta, confuso e molto spaventato, anche se ben deciso a non farsi prendere dal panico, vide una grande apertura scura, che gli ricordava un po’ le tane che in passato aveva esplorato in campagna, ma molto più grande. Era buio e non si vedeva dove finiva, ma il coniglietto la raggiunse correndo. All’interno non si vedeva quasi nulla, ma era pieno di buoni odori: di grano, di carote, di frutta…
Decise di continuare l’esplorazione, anche perché non sapeva dove altro andare, e cominciò a salire, senza saperlo, le scale di un palazzo. Passò davanti a molte porte chiuse, dalle quali uscivano, soffocati, dei rumori nuovi ma attraenti: tintinnii, mormorii, un singhiozzo, una risata, un tonfo, un ronzio, un colpo…
Capì di trovarsi in un posto pieno di vita, ma era molto differente da quella della campagna che lui conosceva. Ad un certo momento intravide una fessura in una di quelle porte, e ci si affacciò con la punta del nasino prima, poi con cautela, vi entrò.
Lì tutto era tranquillo e silenzioso.
Da una stanza lontana arrivavano molti dei rumori che aveva udito salendo le scale, ma più vicino si aprivano varie porte, e tutte sembravano affacciarsi su stanze disabitate.
Il coniglietto si avvicinò ad una porta da cui usciva una luce debole e soffusa. S’affacciò a quella stanza e…meraviglia, per un momento pensò di essersi svegliato da un brutto sogno. Davanti a lui c’era una collina con un paesaggio che somigliava tanto a quello familiare della sua campagna, pieno di colori e di forme, qua una foglia, là una coccinella, poco lontano due farfalle che si rincorrevano, più sotto un bruco camminava sulla pancia, accanto ai tanti fiori, lontano, nel cielo azzurro, allegre e soffici nuvole bianche.
Si sentì felice e in salvo.
Si avvicinò per annusare gli odori a lui noti, ma, stranamente, non ne riconobbe nemmeno uno. Gli sembrava anzi che ci fosse un unico, leggero odore. Non lo conosceva, ma senza un perché gli faceva venire in mente un cucciolo degli uomini.
Mentre ascoltava il suo cuore aspettando che gli suggerisse la soluzione di quell’enigma, ecco avvicinarsi dei rumori minacciosi: piedi e voci umane. Che fare?
L’istinto, lo spinse a ricorrere alla soluzione dei suoi giochi abituali: si cacciò in un anfratto del terreno, e si ritrovò immerso nella penombra di un paesaggio candido che, però non era neve, anzi era morbido e tiepido. Lì l’odore che aveva sentito poco prima aumentava e diventava più aromatico ed avvolgente, ma il povero Zampetta era tanto spaventato da quello che stava per succedere che pensò solo a rifugiarsi nell’angolo più nascosto e tranquillo… del mio lettino.
Quando io mi infilai sotto le coperte, non mi accorsi di quel nuovo compagno. Mentre davo il bacio della buona notte alla mamma che mi stava rimboccando il piumone stampato a disegni campagnoli, caddi subito addormentata e solo nel cuore della notte, dopo alcune ore, mi sentii svegliare da un leggero solletico fra il collo e l’orecchio.
Girai la testa e vidi subito quel simpatico muso di coniglietto.
Zampetta scattò un po’ all’indietro, ma non sembrava tanto spaventato. Dopo esserci esaminati per un po’, diventammo grandi amici. Mi raccontò tutta questa storia, e io decisi di aiutarlo a ritrovare la sua famiglia. Il giorno seguente inforcai la bicicletta e andai verso la campagna. Poco dopo Zampetta riconobbe i suoi prati e mi chiese di scendere dal cestino. Tempo pochi minuti arrivò insieme a tutta la sua famiglia. Ma la sorpresa più bella fu quando Zampetta comunicò ai suoi genitori di aver trovato una grande amica e che si sarebbe trasferito a vivere da me.
Rimontammo in bici e tornammo a casa…
Adesso tutti pensano che sia un’animale di pezza.
Ogni giorno, quando torno da scuola, gli porto da mangiare tante carote, come piacciono a lui. Quando vado in gita o a passeggio lo porto sempre con me, affinché possa ritrovare i suoi vecchi odori, rivedere i suoi vecchi paesaggi e riabbracciare la sua famiglia.
Zampetta la sera mi racconta cento storie della sua campagna, dei fiori e degli insetti, e di tutto quello che succede nei nascondigli che lui solo conosce. Poi ci addormentiamo abbracciati insieme stretti stretti.
Chi entra nella mia stanza e lo vede, mi dice: “Che bel peluche che hai! Sembra proprio un coniglietto vero”.
Zampetta resta immobile, gira solo gli occhi verso di me e con un sorriso ci facciamo un occhiolino d’intesa.