STORIA DI DONNA
Mi sto apprestando a raccontare quella che, per molti, avrebbe dovuto essere una “storia d’amore” oppure, come amo definirla io, “storia di masochismo travestita da relazione amorosa”.
In ogni caso quello che penso è, che avendo vissuto tutto quello che seguirà sulla mia pelle, ritengo di essere stata fortunata ad esserne uscita.
Lacerata, ferita, provata, è vero! In ogni caso uscita e salvata da quella che doveva essere la mia storia d’amore ed invece con il passare del tempo, mi sono resa conto, avrebbe potuto essere la mia fine!
Tutto accade nel “lontano” 1991 in un paese, Codroipo, in provincia di Udine nel verdeggiante e piovoso Friuli Venezia Giulia.
Qui la gente ama denominarla la “metropoli”; in effetti è un bel centro, ben servito, con più di 15.000 anime.
Le sue migliori attrazioni sono: “Villa Manin” e “Le Frecce Tricolore”, che hanno sede rispettivamente in due frazioni, Passariano e Rivolto.
Ero riuscita a sopravvivere alle superiori, avevo frequentato la ragioneria “Jacopo Linussio”, in paese. Ricordo ancora la rabbia quando alla fine delle medie, mi ritrovai iscritta a quella scuola.
Regalino dei miei genitori, che per facilitarmi nella scelta mi piazzarono in un paese nuovo, in una regione nuova dove non conoscevo anima viva, in una scuola che assolutamente non volevo frequentare. Con l’andar del tempo arrivò la rassegnazione, proseguendo gli studi nell’attesa finissero!
Il mio carattere fortunatamente mi ha sempre permesso d’ambientarmi un po’ dappertutto, così fu per questo paesino, per la sua gente e il clima.
Arrivò nuovamente dicembre! Avevo un nuovo lavoro che non mi convinceva ancora molto, vicino casa.
Svegliandomi, aprii la finestra; l’aria era frizzante e pizzicava un po’, come se dovesse nevicare; in fin dei conti era una bella giornata.
“È mattina! Che giornata strana oggi!” Pensai mentre sentivo l’aria fresca soffiare, facendo muovere dolcemente le cime degli alberi, che si stagliavano verso il cielo, davanti casa. Sembrava quasi che il vento parlasse, mi stesse avvisando che qualcosa era in arrivo.
Un pensiero distolse la mia attenzione… “Giornata magica questa, domani è Natale!”
Avevo ventun anni!
Era un giorno come tanti, “non sono proprio al meglio oggi, ho la febbre, ma non rinuncerei mai alla festa preparata da Cristina per la vigilia.”
Un’aspirina prima di uscire e via!
Stavamo preparando le ultime cose; ognuna di noi aveva cucinato qualcosa per cena, ormai quasi pronta, mancava ancora Anita. Suonarono!
Mi precipitai giù dalle scale per aprire la porta, sapendo di trovare l’ultima invitata.
Non era sola! Un ragazzo le stava di fianco, entrando lo presentò a tutti, era Riccardo suo fratello gemello. Poiché non stava bene era rimasto a casa solo, così Anita pensò di portarlo alla festa.
Quel ragazzo dal viso familiare mi colpì.
Il suo sguardo sembrava triste, risaltavano i grandi occhi castani sfumati color terra arsa.
Indossava un montgomery blu che accentuava le spalle larghe; accennò un sorriso ed entrò chiedendo permesso. Sorrisi facendo loro strada fino alla sala da pranzo!
“Come mi diverto, è troppo bello, posso essere più felice?” Mi chiedevo osservando con il sorriso sulle labbra tutti gli amici. “Può essere! Ma sono contenta così adesso!”
Le ore volavano, le risate riecheggiavano per tutta casa, la febbre sembrava scomparsa!
Era piacevole, divertente, stavo bene, anche se gli occhi di Riccardo, con il suo pacchetto di marlboro rosse in una mano e il bicchiere di vino nell’altra, a volte sembravano penetrarmi la carne.
“Forse è solo una sensazione, in fondo non ci conosce molto, è appena arrivato!
Mi sto divertendo e non sarà un ragazzo che preferisce bere e fumare a distrarre l’attenzione dalla mia felicità!”
Pensavo, mentre cercavo di coinvolgerlo nei nostri discorsi strampalati ed allegri.
Sono passati molti giorni da quella sera. Noi, sempre più uniti, ci ritrovavamo spesso ad un bar del centro, il “Miani” dove i proprietari erano nostri amici, passavamo ore a parlare e ridere, organizzavamo gite in montagna, cene in paninoteca o al ristorante cinese.
Senza pensieri e problemi, solo noi e le nostre risate!
Una sera decidemmo di trascorrere una giornata a Sappada, un paesino in provincia di Belluno, sulla neve. Il ritrovo era stato stabilito nella piazza del paese alle sei e mezzo, una volta radunati e separati nelle auto partimmo.
Arrivammo verso le nove; il panorama era veramente bello, quasi magico.
Osservavo le persone, che superavamo, fuori dal finestrino, tutte intente a scaricare gli sci dal portabagagli o impegnati ad infilarsi gli scarponi; tutti bardati nelle loro salopette imbottite, dai mille colori.
Se avessi avuto la possibilità di sorvolare quel luogo, sarebbe apparso come un enorme foglio bianco su cui, un pittore distratto, accidentalmente, aveva fatto cadere gocce di pittura.
Scesi dalle macchine ci dividemmo, Cristina ed io, poiché non sapevamo sciare, giocammo con il bob che avevamo noleggiato sul posto. Ci raggiunsero anche gli altri a metà giornata, così ingaggiammo una battaglia a palle di neve. Sembravamo dei bambini un po’ troppo cresciuti.
Era Fantastico! Alle sedici riprendemmo la via di casa, ormai il sole stava tramontando e la temperatura scendeva sempre più.
La sera ci ritrovammo al bar “Centrale”, perché essendo giovedì il nostro ritrovo preferito era chiuso per turno di riposo.
Verso le ventidue entrarono Anita e Riccardo, arrivavano dal cinema, avevano visto il film “Robin Hood” con Kevin Costner.
Decidemmo di farli unire a noi. Anita, approfittando dell’occasione, ci avvisò che a giorni sarebbe stato il suo compleanno, nonché quello di Riccardo, essendo gemelli. Invitandoci alla festa che avevano organizzato.
Era il 31 gennaio! “Oggi è sabato, magari dopo cena si va a ballare.” Ci incontrammo tutti a casa loro prima di partire alla volta del ristorante “da Bepi”, distante pochi chilometri da lì.
La tavolata era grandissima! La serata scorreva serena, le risate non mancavano, ci stavamo divertendo. Riccardo era seduto a capo tavola, in fondo alla sala, Anita era di fronte a me! A fine cena ci fu uno scambio di posti per riuscire a far conoscenza con gli altri invitati.
Riccardo ed io cominciammo a tirare palline di pane avanzato, gli altri ci seguirono a ruota, dopo pochi minuti volava di tutto sopra la tavola!
Mi soffermai un attimo ad osservare gli occhi di Riccardo. Il suo sguardo era cambiato, meno crudele e triste. Notai anche che quella sera non aveva fumato e bevuto molto! Un pensiero si fece strada nella mia mente, sempre in movimento: “È diverso, più simpatico, mi ha riempito di complimenti e di attenzioni! Forse alla vigilia era solo timido e spaventato.”
Abbandonato il ristorante raggiungemmo il nostro amato bar, dove cominciai a disegnare e scrivere sulle grandi e belle mani di Riccardo che contraccambiò. Parlammo, approfondendo la nostra conoscenza, mentre l’ascoltavo mi resi conto che non era come l’avevo classificato all’inizio.
“È un ragazzo davvero dolce, sensibile ed intelligente. Un buon amico!”
Alla chiusura del bar andammo in discoteca, al “Tropicana”. Mi sentivo in imbarazzo, perché Riccardo e i suoi amici volevano intrufolarsi senza pagare; ero impaurita dal fatto che avrebbero potuto scoprirci, ma riuscimmo ad entrare senza problemi.
Mentre sorseggiavamo un Ginlemon, Riccardo disse una frase che ancora oggi resta indelebile in me…
– Simona, sei una ragazza da mettere in cornice, un quadro di valore, sei unica, dovresti essere curata con tutte le attenzioni!... –
Sul momento pensai fosse ubriaco, per allentare la tensione sorrisi.
Alle tre del mattino, decidemmo d’andarcene. Eravamo rimasti noi due e Paola, che aveva dimenticato le chiavi di casa e non poteva rientrare poiché a quell’ora stavano sicuramente dormendo tutti.
Decidemmo così di andare a veder albeggiare in riva al mare.
Stavamo per salire in macchina quando due ragazzi di colore ci chiesero a che ora sarebbe passata la corriera per Udine.
Sicuramente a quell’ora non ne avrebbero trovata nessuna, così li accompagnammo noi.
Alle quattro eravamo a Lignano; c’era un locale aperto, entrammo a bere qualcosa di caldo.
Alle sei arrivammo davanti al cancello di casa mia, li salutai e corsi nel letto.
Anita si era messa in testa che ero la ragazza giusta per suo fratello, lo diceva in continuazione a tutte le nostre amiche, mi telefonava per supplicarmi di chiamarlo, per invitarlo ad unirsi alle nostre solite uscite. Affermava che era timido e soffriva di solitudine.
D’altro canto non me la sentivo di lasciarlo a casa solo, così lo chiamavo! Non era difficile, bastavano poche parole e lui accettava.
Era agosto ormai, finalmente il caldo, il mare. Adoro le onde, giocare fra i flutti è divertente!
Ma cosa stava succedendo?
Il cuore batteva diversamente e Riccardo mi stava vicino!
Eravamo seduti su una panchina, alla festa della birra di “Majano”, un paese che si trova nella zona collinare, in provincia di Udine.
Le sue parole sembravano sempre più dolci.
Mi lasciai trasportare dal turbinio delle emozioni!
Non ne avevo mai provate di così forti, forse era davvero la persona giusta, quello da amare!
Arrivò anche mio cugino Alessio da Roma, per le vacanze. Io, lui, Cristina e Riccardo uscivamo in pratica tutte le sere, d’abitudine ci recavamo sulla spiaggia di Lignano.
Seduti sui lettini vicino alla riva, osservavamo le stelle, ci bagnavamo i piedi nella fresca acqua del mare, le piccole onde ci sfioravano le dita solleticandole. Qualche sera, Riccardo ed Alessio si gettavano a fare il bagno di mezzanotte.
Una sera diversa dalle altre si unirono a noi Simona, Paola e Tiziana. Andammo alla “Villa Verde”, un bar molto elegante (che adesso, dopo vari cambi di gestione, è diventato un ristorante cinese) per bere qualcosa insieme.
Rimasti in cinque e non avendo sonno, decidemmo di fare un giro a Trieste. Salimmo sulla “uno bianca” di Paola…destinazione molo!
Prima d’arrivare ci fermammo in autogrill a comprare due bottiglie di vino, poi ripartimmo senza ulteriori soste.
Ero seduta dietro, in mezzo fra Riccardo, alla mia sinistra e Alessio.
Avevo bevuto un bicchiere di vino rosso, ma essendo astemia, la testa cominciò a girare tremendamente.
Arrivati a Trieste, scendemmo dall’auto, pensavo che con un po’ d’aria fresca mi sarei ripresa, ma non fu così!
Riccardo mi arrivò vicino e mise il suo braccio intorno alla mia vita, sostenendomi mentre passeggiavamo sul molo.
La brezza marina mi accarezzava il viso, ero stordita, la salsedine bucava le narici ed inebriava i sensi più del vino.
Tornammo verso l’auto gli altri ci aspettavano.
La mia testa appoggiata, sembrava incollata alla spalla di Riccardo, sempre più pesante. Non era più il vino a farmi quell’effetto, nemmeno io sapevo cosa fosse.
Improvvisamente sentii il respiro di Riccardo più vicino… fu il primo bacio!
Le nostre bocche vicine, fuse in un unico respiro. Assaporammo ognuno l’essenza dell’altro, era magico! I brividi scorrevano lungo tutto corpo, persi la cognizione del tempo, sembrò così breve il tragitto fino a casa!
Credo di non avere mai respirato tanta felicità tutta insieme, non mi sarei mai aspettata di innamorarmi così; pensavo d’avere tutto, invece mancava lui!
Erano passate solo poche ore dal nostro primo bacio e già sentivo che Riccardo era entrato dalla porta principale del mio cuore, chiudendola a chiave dopo averla richiusa alle sue spalle.
I giorni passavano e ogni bacio sembrava più bello dell’altro, le carezze si facevano sempre più audaci.
Per me era una cosa nuova, fino allora non avevo permesso a nessuno di toccarmi così.
Ancora però non mi sentivo pronta a fondere il mio corpo completamente con il suo.
Era tutto incredibilmente fantastico! Sembrava che tutto sparisse intorno quando stavamo insieme, in quei momenti era sempre estate, lui era il mio sole, il mio mare con le onde ed ero felice.
Pochi giorni dopo dovetti partire, destinazione Roma, dove mi aspettavano i miei genitori. Era la prima volta che allontanarmi da Codroipo faceva soffrire, mentre il pensiero di tornare metteva una felicità inaspettata nel cuore.
A settembre per festeggiare il nostro primo mese d’amore, decidemmo di andare a Gardaland. Non ci fu istante che non ponesse l’accento sul nostro amore; durante le code d’attesa per salire su una giostra, ci baciavamo, abbracciavamo e la gente ci guardava sorridendo.
Passarono molti mesi, era nuovamente inverno. I miei genitori avevano accettato Riccardo. Lui adorava sciare, aveva anche provato ad insegnarmelo, senza esito positivo. Decidemmo di tornare in montagna, a Sappada dove la neve era caduta abbondante.
Dopo aver riprovato ad indossare gli scarponi da sci, essere capitombolata per l’ennesima volta, entrambi arrivammo alla conclusione che non era sport per me.
Così lui proseguì con le sue discese ed io andai a giocare con il bob insieme alla mia famiglia.
Riccardo ci raggiunse dopo poco; stavo riprendendo con la telecamera gli altri che scendevano dalla collina; lo vidi, mi fece cenno di allargare le gambe perché voleva fare il ponte e passarci sotto.
Senza pensarci, sempre seguitando a filmare, lo feci…
Pochi istanti e mi ritrovai senza conoscenza a terra. Subito accorsero i miei genitori e sorelle, sentii voci di gente sconosciuta, dicevano di chiamare l’ambulanza. Mi ripresi, vidi il viso molto preoccupato di Riccardo, gli sorrisi per tranquillizzarlo mentre il dolore s’irradiava al cervello.
Mi alzai a fatica, i brividi invadevano il corpo. Mi portarono fino al bar, bevvi un po’ di “vin brulé” per scaldarmi. Di seguito decidemmo di partire e tornare a casa.
Mentre ero in auto con Riccardo, cominciai a tremare, i dolori si facevano più forti, così decise di farmi salire sulla macchina dei miei genitori.
Il giorno dopo l’incidente andai in pronto soccorso, avevo un ginocchio e il bacino lividi e gonfi, i legamenti del collo fuori posto; due ricette e via a casa.
La sera il mio “tesoro” venne a trovarmi, ero sotto l’effetto di quaranta gocce di Novalgina per lenire i dolori, mi salutò e uscì a cena con i suoi compagni delle superiori, promettendomi che sarebbe tornato presto per stare un po’ con me.
Erano le due, non era ancora arrivato; il male si faceva sempre più forte, così decisi di andare a dormire.
L’indomani, ricordo era un mercoledì, decisi di chiamarlo, non troppo presto per paura di svegliarlo; rispose sua nonna.
– Riccardo non c‘è. È andato a sciare con i suoi amici, è partito presto stamattina, richiama stasera! –
La sensazione che provai in quel momento era paragonabile ad un enorme macigno o addirittura al mondo, che cadendo pesantemente colpiva proprio la mia testa.
Mi sentii schiacciare da quelle poche parole pronunciate con gentilezza da sua nonna.
Non sapevo cosa pensare o meglio, pensavo troppe cose tutte insieme per riuscire a capire fino in fondo la situazione.
“Ma come? Non mi ha nemmeno avvisato! Aveva detto che sarebbe stato con me oggi! Forse lo hanno obbligato!...”
Aveva fatto una cosa schifosa e cosa facevo?
Lo giustificavo!
Quel pomeriggio Marinella, una mia cara amica, mi accompagnò da un signore, famoso per la sua arte di sistemare legamenti fuori posto. Bastarono poche mosse e il mio collo tornò come nuovo.
Il primo pensiero era rivolto a Riccardo; quella sera lo avrei affrontato, gli avrei detto cosa pensavo del comportamento che aveva tenuto nei miei confronti in quei due giorni.
Andai a casa sua; per discrezione decidemmo di uscire a parlare.
Salimmo sulla sua “panda bianca”, andammo sotto “l’albero della strega”, poco lontano da lì.
Ero arrabbiata, delusa da ciò che aveva fatto. Come un fiume in piena, le parole uscivano senza tregua. Lui non parlava, fissava il vetro del parabrezza.
Alla fine del discorso disse:
– Che cosa vuoi fare Simona? Mi vuoi lasciare anche tu? Perché fate così giusto? Prima dite di amarmi e poi mi lasciate!... –
Quelle parole dette con tono mesto, triste, colpirono nel segno.
Cominciai a piangere e lo rassicurai.
– No Riccardo! Io non ti lascerò mai, non sono come le altre! Volevo solo farti capire che avevi sbagliato nei miei confronti. –
– Ci abbracciammo, ma una sensazione mi invase il corpo, come se avesse vinto, fosse felice…avesse raggiunto un suo scopo…
Passarono i mesi, periodi pieni di stranezze, tutte sempre da me giustificate.
Mi riempiva di regali, di poesie e disegni meravigliosi.
Ci amavamo, sembrava più di prima, le notti passate sotto lo sguardo della luna a scambiarci effusioni d’amore erano magiche.
La sensazione che mi attanagliò ad un certo punto fu stranissima.
Mentre mi divertivo e rinfrescavo, nuotando in un mare calmo in cui mi rilassavo, ad un tratto la corrente aumentò!
Improvvisamente mi colse alla sprovvista e cominciò a spostarmi nella direzione opposta a quella da me prestabilita …
Riccardo era diventato parte costante nella mia vita, anche se molto sarcastico nei miei confronti. Le battute si susseguivano, a volte, per ore anche davanti ad amici e parenti.
Io sorridevo per sdrammatizzare, infondo lui scherzava!
Ripeteva più volte le stesse frasi, i discorsi fra noi erano quasi a senso unico ormai.
– Simona sai, dopo gli esami di maturità, dovrò partire per il servizio militare! –
– Certo che lo so! Non vorrei, ma devi! Magari mia madre, con le sue conoscenze, riesce a farti mandare vicino così potremmo vederci di più! –
– Certo che se tu dovessi restare incinta potrei saltarlo e restare a casa! – A questa frase seguiva una risata, io sorridevo.