Canti di San Grato

di

Giovanni Galli


Giovanni Galli - Canti di San Grato
Collana "I Gigli" - I libri di Poesia
15x21 - pp. 88 - Euro 10,00
ISBN 978-88-6587-0792

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In copertina: «Cappella di San Grato (1721)» Regione Collarea di Savigliano (fotografia di Francesca Cerutti)


«C’è un amore profondo, smisurato per la sua terra e per la sua gente. Nei versi di questa raccolta il poeta saviglianese canta continue lodi a tutto ciò che riconosce come cose che gli appartengono: dalla parlata alle montagne remote, dai paesaggi agresti alla luna, fino all’epopea delle masche e ai saggi proverbi popolari.
È una poesia copiosa, straordinariamente ricca di immagini, rispettosa di un angolo di Piemonte reso sacro da storie millenarie di uomini.»

«C’è un amore profondo, smisurato per la sua terra e per la sua gente. Nei versi di questa raccolta il poeta saviglianese canta continue lodi a tutto ciò che riconosce come cose che gli appartengono: dalla parlata alle montagne remote, dai paesaggi agresti alla luna, fino all’epopea delle masche e ai saggi proverbi popolari.
È una poesia copiosa, straordinariamente ricca di immagini, rispettosa di un angolo di Piemonte reso sacro da storie millenarie di uomini.»

Giuria del XX Premio Letterario “Città di Pinerolo”


Introduzione

Benché nativo di Savigliano, non ero mai andato oltre la dismessa scuola elementare e la prospiciente cappella di San Giacomo. Avevo supinamente dato per scontato che il ciglio erboso m’avrebbe consegnato a una delle tante aie che ieri come oggi costellavano, polverose o fangose a seconda degli umori del cielo, le nostre campagne. I fili ad alta tensione, che la vicina centrale dell’Enel lanciava verso invisibili orizzonti, tracciavano e custodivano gli aeriformi confini del lecito incedere. Il passo s’arrestava al viottolo sassoso dei Marengo, ché Luciano, alunno d’un anno precoce, m’era compagno di studi e, talora, di gioco lungo la riva boscosa del Maira o nel paterno frutteto.
Nonostante qualche fugace e infantile assaggio di vita contadina, concessomi nel cuore di troppo remote estati dalle magne bon-e (cioè dalle sorelle del nonno materno) Lucia e Maria, nonché dal loro mite fratello Domenico (vale a dire barba Mini), io ero uno di quei di città.
Lo intuivo proprio dall’effimera sicurezza carpita all’asfalto della strada che, a partire dai primi anni sessanta, aveva iniziato a scorrere veloce, nel fruscìo inebriante della pedalata, o interminabile e tedioso sotto le più lente suole, sino a confluire nell’abbrivio di un’improvvisa (e forse labirintica) rete di sterrate poderali in frazione San Giacomo. Al cospetto di tortuose carrarecce (puramente immaginate come più ostili e diserte dei sinusoidali affanni di bisce), per anni ho tentennato e – non di rado – mi sono ritratto, sconfitto e intimamente umiliato, prima ancora di accettare l’impari duello con gl’inesplicabili misteri del contado.
Fu soltanto sul finire degli anni novanta dell’appena terminato secolo che, fervidamente assecondato dai miei familiari, avvertii viva e urgente l’esigenza di abbandonare la dimensione condominiale (fisicamente e moralmente angusta e, talvolta, persino avvilente) a cui (pur riservato nel parlare e nelle amicizie) non mi ero assolutamente assuefatto, benché chiamatovi, prima, per nascita e, poi, per matrimonio.
Scovare un casale (che non fosse, come si suol dire, in capo al mondo e non ascrivesse eccessivi danni all’assedio strenuo del tempo) parve, inizialmente, improba impresa. Se non mi diedi per vinto, il merito fu, congiuntamente, di Francesca (anch’ella desiderosa di recuperare, nel compassato e più manifesto succedersi delle stagioni, una davvero equilibrata chiave di lettura della quotidianità) e di Rex di Casa Dani, stupendo pastore tedesco discendente, in linea materna, del blasonato Dax vom Klosterbogen, già campione italiano di bellezza (per nulla pago dell’appartamento che, un po’ a stento, ne aveva scandito i primi mesi di vita).
Un pomeriggio di marzo, quasi senza avvedermene, varcai quelle che, per quarantasette primavere, erano state le mie agresti e già menzionate Colonne d’Ercole. Una campagna aperta e rigogliosa m’inondò gli occhi e il cuore. Fui colto di sorpresa dal nastro d’asfalto che, sotto i pneumatici del robusto fuoristrada, continuò a dipanarsi, liscio e rassicurante come il leggendario filo di Arianna.
Dopo una mezza dozzina di chilometri, allorquando cascinali e poderi (a prima vista tutti uguali) parvero prendersi per mano e girare in tondo al ritmo di misteriose filastrocche, colsi su un’aia, repentinamente sbocciata alla mia destra, un bronzeo contadino sbracciarsi, per farsi notare.
Con l’indice sinistro spinsi in su la levetta direzionale e, imboccata una vena ghiaiosa, dritta ma stretta, lentamente lo raggiunsi. Più che dalle rughe del suo volto il mio sguardo, istintivamente, fu attratto dall’ampia facciata dell’edificio, ch’egli intendeva porre in vendita, paventandovi l’ineffabile sacrilegio di brecce o la subdola ragnatela di fenditure, lunghe e sottili, quasi già m’appartenesse. Solo la sua mano di cuoio, con vigorosa stretta, e il rude benvenuto mi distolsero da quella frettolosa e prematura esplorazione.
L’ombra umida della cucina, carica di stantìo, mi elargì una fredda carezza, ma la loquela di Cesco si fece perfettamente sciolta e inaspettatamente ricca nell’elencare e illustrare, finanche nei minimi dettagli, i pregi di quel focolare, che ben ne aveva riscaldata la morigerata giovinezza. Le gelosie, che da tempo immemorabile più non difendevano donne da indiscreti sguardi, cigolarono sul di lui giuramento che la morte – mai e poi mai – avesse varcato la soglia di quella casa.
Che in quelle stanze fossero risuonati solo rasserenanti vagìti mi lasciò del tutto indifferente. Nei nostri borghi la vita e la morte – dacché mondo è mondo – si sono sempre disputati, senza esclusione di colpi, tanto gli uomini quanto gli animali che, stoicamente, tra loro han condiviso il sudore e s’intendon con gli occhi. Messe in suffragio dei primi – mi riproposi – non ne avrei fatte mancare.
Il sole, con gradevole tepore, irruppe sulle mattonelle in cotto e risalì lungo le pareti. Uno strano torpore mi avvolse e un tenero abbraccio, come di madre che ritrovi un figlio troppo a lungo atteso, mi consolò. Quei muri, quasi ottuagenari, si dissero lì proprio per me. L’elogio, tessuto loro da Cesco, divenne un rito di superfluo imbonimento. In quella cascina, e nei circostanti prati, avevamo ormai scoperto la nostra Terra Promessa.
I lavori di restauro parvero interminabili quanto il biblico peregrinare degli Ebrei, affrancatisi dalla schiavitù d’Egitto sotto la guida di Mosè.
Vi traslocammo l’anno seguente, nell’inconsueto nevischio del Sabato Santo. Complice la spossatezza, che subentra non appena una lunga attesa approda all’agognato epilogo, un silenzio assoluto calò sulla casa e sulle nostre labbra, cancellando l’ancor fresco commiato dei trafelati operai.
Nel lento stillar dei mesi quel silenzio, perfino sacro, misericordiosamente cicatrizzò la ferita infertami, in un temporalesco solstizio d’estate, dal da tempo paventato decesso di mio suocero. Genitore affettuoso e, ancor più, prezioso, dopo che un infarto miocardico, nell’afoso agosto del ’90, già aveva irreparabilmente offeso – saccheggiandolo – il cuore di mio padre.
Per ben sette anni le lacrime, versate per filiale amore, avevano travolto e disperso chissà dove i mormorii (lievi e inesplicabili) con cui le Muse accendono estasi e visioni che l’animo rapito accostano ai caratteri tematico-formali (tesori mai interamente raggiungibili) di quella misteriosa scrittura che, convenzionalmente, tanto la sapiente mediazione della critica ufficiale quanto l’istinto più puro e abissale sogliono denominare Poesia.
La notizia della scorreria (con cui una famelica volpe nottetempo aveva «macchiato di sangue vivace» un vicino pollaio, dopo aver eluso ogni sorveglianza, poiché «han forza e coraggio da vendere i nostri guardiani,/ ma non sanno cunicoli e tane») mi concesse (difficile a dirsi e a credersi) di nuovamente cogliere (insperata resurrezione) i lirici sussurri che – impenetrabili alla comune ragione – fugacemente sgorgano da velate immagini, spaventano, rinfrancano, illudono e alludono all’arcano dell’“esistenza”, oltre gli ordinari argini dello spazio circoscrivibile e del misurabile tempo.
Voci, ora aspre ora delicate, ora stridenti ora armoniose, ora vibranti ora soffocate, furono sparse Da coni di luce. Mi pervasero e coagularono, sul candore della pagina, la manciata di versi che (ignoro come lo intuii) in quell’aurora di febbraio (rigida eppure amica) proprio con quel titolo (vale a dire Da coni di luce) mi s’imposero come felice esordio dei Canti di San Grato.
Nel lento e solenne dipanarsi delle stagioni (avulse dalla talvolta inconcludente, se non perniciosa, frenesia urbana), mi avvidi che «seguitare il soffice ciglio vien bene/ se l’occhio (socchiuso nel sole) l’umile alga asseconda»; mi avvidi che il fiato di robusti cani ci ripete il passo, poiché «son sangue del sangue più nostro/ e da sempre ubbidiscono al volo, gli costasse la morte»; mi avvidi che «i nostri son campi di terra lucente/ (se l’aratro, a piccole onde, li fende)/ e non hanno tumulti di poggi e di vigne/ che scendono al mare»; mi avvidi che «i salici solo piangono all’alba, quando nessuno li vede,/ e ancora non sai se, da est, il sole scavalca il tuo muro»; mi avvidi che «un cenno di mano, da sempre, è il nostro saluto/ ché il fiato e la forza li diamo alle zolle/ e il nome, nel sudore, non conta».
«Noi – da San Grato – le montagne le vediam di lontano/ (se sappiamo sostare e portare agli occhi una mano)/ quando il sole, raggiante, la piana brucia più forte/ e campi immensi riempie luglio di mais e di grano […]», ma, privilegiando l’incisività – a tratti – sanguigna dell’atavica nostra parlata e il far crocchio tra figli, padri e nonni che, nei patronali festeggiamenti, quasi costituiscono un’irrinunciabile appendice alle pur partecipate celebrazioni e devozioni di cappella ove «senza rumore crollano i prepotenti bastioni del tempo/ ed è un farsi docile ostaggio/ (quei di città mai lo diranno)/ di gaudiosi misteri d’amore» e, in cantilenante voce, stridule donne temporaneamente assumono il comando, avvertii che «quei di lassù e noi della piana/ a reggimenti abbiam fatto le guerre./ Senza fiatare, a ranghi serrati, abbiamo servito/ con fedeltà ed onore/ ché la penna nera, la cima gigante,/ l’aquila fiera, lo zaino pesante,/ l’antico cappello, le verdi mostrine e il caduto fratello/ li portiamo nel cuore».
A poco a poco l’immota campagna (una tela di Van Gogh la mandria di Dino e Giovanni, al pascolo) mi suggerì che «lontano, certe ore, è oltre le spighe gialle di Lino,/ ove notti stellate compassi dirigono mùrmuri di vento/ (falangi buie di sogni e di paure)/ e, a terra, punte infiggono d’argento/ magie d’agognate mietiture»; mi suggerì che «lontano, tra fiamme d’ortiche assassine,/ è – su tremuli pioppi – di trasparenti ronzii un velo/ che (di vergine miele rabescato)/ alate regine ha incoronato/ e (se il giorno è più luce) circolari d’api/ danze conduce, certe ore,/ a fonti vive di nèttare e d’amore»; mi suggerì che «lontano, certe ore, è il passo di Renard/ che, terso sommesso il pianto delle paratìe,/ mai doma cercando va (nel brullo gerbido dei secoli)/ un rosso filo che a vigne solatìe/ la conduca (subdola e sgusciante come un topo)/ e (forte) famelico in un niente/ il balzo innalzi (suo finalmente)/ all’odiato grappolo di Esopo»; mi suggerì che (dopo anse di pioggia) «ancora/ è sull’ali di garrule rondini/ la nostra gioia».
Mi è stato dato (non so come o perché) di scorgere emergere dal campo, indurito e imbiancato dai rigori invernali, volti di antenati mai personalmente conosciuti eppure capaci di stabilire (sebbene con pedemontana e, dunque, spiccata circospezione) un indefinito e indefinibile contatto con il mio essere uomo del terzo millennio, poiché la voce del sangue sa varcare le comuni barriere spazio-temporali e non mente mai.
Certe notti, lungo la gola annerita del camino, ho ripreso a captare – tra faville d’oro, volute di fumo lieve, capricci impetuosi di vento e brontolii sordi di masche – anime affettuosamente inquiete tornate (mistero di Dio immenso) a confidare il bisogno dell’agognata sosta e per sincerarsi che io (con Francesca e Matteo) oggi «ancor ami il silenzio e la terra».
Asserire che noi di San Grato siamo figli dei loro figli non basta. Esse provengono (purganti o beate?) da plaghe (non domandatemi se abissali o celestiali) così remote che «il sangue d’uno – alla lunga – è il sangue di tutti». Nell’attuale esuberanza tecnologica noi di San Grato ne conserviamo gelosamente intatto (di ciò quelle anime mi han dato conferma) il volto di terra asciutta e di pietra, vale a dire mai arresosi alla fatica quotidiana e alla pena del vivere. La tenacia, l’indomito coraggio, il senso del dovere, la proverbiale robustezza di spirito e di membra ce li portiamo geneticamente appresso dalla notte dei tempi, pronti a reggere i carichi (talvolta non indifferenti) che il buon Dio affida alle nostre spalle forti e al garrese d’acciaio dei quadrupedi che ci ha posto a fianco, senza tema alcuna d’uscirne tradito o deluso.
Concludo proferendomi – questa volta – certo che a simili ‘rivelazioni’ e ad altri surreali ‘segni’ (che la protervia dell’attimo fuggente non autorizza a porre in maggior luce) abbia inteso alludere l’indimenticabile amico e maestro Giancarlo Borri (a suo tempo raffinato conferenziere, autorevole critico letterario e dinamico segretario generale del torinese Centro culturale “Mario Pannunzio”), allorquando – nell’autunno del 2003 – annoverò le cinque liriche (che, allora, svolsero il delicato compito di dare l’abbrivio al catartico ascolto dei Canti di San Grato) tra gli elaborati vincitori dell’omonimo Premio letterario, stilando e pronunciando la seguente motivazione del conferimento del prezioso “Dioscuro d’argento”:«Questa raccolta si impone per l’ampio respiro lirico-narrativo e per la particolare suggestione dello scenario di fondo.
Il contenuto ci conduce infatti ad ambienti e ad immagini in cui la natura e il paesaggio s’inseriscono nell’osservazione partecipe e commossa di chi si sente – come il poeta – biologicamente collegato con il mondo che lo circonda e che lo contiene, tra presenze reali e sensibili visioni, in una trasposizione continua, di eco in eco.»

L’autore


Canti di San Grato


Da coni di luce

Gli ha macchiato di sangue vivace il pollaio.
Nel buio la volpe è vorace e si sente già in fuga
quando il vento a saccheggiare l’aiuta anche i sogni.
La tagliola (se il lupo affamato ci cade)
all’astuta rossiccia non nuoce
e i denti digrigna d’acciaio alla luna
e alla fredda rugiada.
Ha ruggine antica coi nodosi villani
che ci perdono il sonno, sbarràti.
Allunga il muso nell’ombra
e mai placa la gola vermiglia
(che terribile squarcia ed umilia)
l’arsura furente.

La donna all’alba ne ride
– senza schiuder le labbra ed il cuore –
ché non l’ama da tempo.
Il figlio (più forte di sempre sull’ali del vento)
nel sole pedala accecante
e non pensa alla cova violata
che attizza suo padre.

Il traguardo ha striscioni troppo lontani.

Occorre il ragazzo si stanchi prima che l’erta salita
(sfiancante)
la strada e il respiro sconvolga.
Dietro, degl’inseguitori il colorato gruppo è folto
e, ansante, fiuta la giovane preda sul grigio tornante.

Ha coda anche folta l’orrenda assassina
e a memoria conosce
– in cascina –
di caccia un sentiero brigante.

Alla catena, oltre il pagliaio squadrato,
gl’irsuti cani non vanno
e gli strozza in gola il collare un urlo
(o un verso?)
alla ribalda, in perenne libertà.
Talvolta (Dio si muove a pietà)
accade che l’anello di ferro si spezzi
e il latrato (accecato dall’ira)
nella notte del bosco si perde.

Han forza e coraggio da vendere i nostri guardiani,
ma non sanno cunicoli e tane.

Renard, accarezzata da coni di luce,
scompare nella pena queta del fiume.


Lungo il soffice ciglio

Dei dolci ciliegi ritorna la neve sul fosso d’aprile
(l’acqua fra elastici steli serpeggia)
e sarà fuoco di maggio.

Seguitare il soffice ciglio vien bene
se l’occhio (socchiuso nel sole) l’umile alga asseconda
e il fiato di robusti guardiani ripete il tuo passo.
È pigro questo andare (senza riuscirvi) cercando
rettilinee rotte di motori lontani.

I nostri son campi di terra lucente
(se l’aratro, a piccole onde, li fende)
e non hanno tumulti di poggi e di vigne
che scendono al mare.
Al mare (già bronzei) neanche d’estate scendiamo
ché ci voglion bestie alle stalle e spighe di grano.
Ci vogliono – rugginose – le chiuse
a dirigere l’acque più ghiacce
(le ore preziose sono contate)
e i fidati guardiani (quant’è vero Dio)
li daremmo a nessuno.
Son sangue del sangue più nostro
e da sempre ubbidiscono al volo, gli costasse la morte.
Pelosa e forte la gramigna (tenace) si perde
ché ci fanno, furiosi, la guardia
lungo il campo e alla casa e non dormono mai.
Se ti fermi nell’ombra del salice in pianto
a coda ritta s’arrestano e fiutano il vento.

L’erba folta è più verde lungo il soffice ciglio.

Furtiva ci passa, ogni notte, l’astuta Renard.

Li accarezzi e nel sole
(che fuori già abbaglia)
cogli occhi abbracci tuo figlio.


I salici solo piangono all’alba

I salici solo piangono all’alba, quando nessuno li vede,
e ancora non sai se, da est, il sole scavalca il tuo muro.

Nel granturco l’acqua ristagna che i trattori, al buio,
han lanciato alle chiuse e nei fossi
e l’han tolta alla terra.
I fossi son gole profonde
ove i vecchi han dato di falce e di vanga.
Nell’ombra più folta han visto
la verde natrice gonfiarsi
e, feroce, colpire l’incauto fanciullo
che ne ha teso il collare.

Un cenno di mano, da sempre, è il nostro saluto
ché il fiato e la forza li diamo alle zolle
e il nome, nel sudore, non conta.
Ha brividi anche il motore
(fra gli argentei spruzzi)
e sudore d’olio pesante
ma, inesausto e rombante, saccheggia il gelido pozzo
ove candida luna mai giace e lo perde lontano.

La voce (una sola) bassa la diamo
ai guardiani dalle nari sagaci.
Col pelo, d’estate men folto, ci annusan le mani
e, al trotto, lavoran di coda se andiamo per campi.
Ci tengon da conto, come fossimo figli,
e, ansando, rifiutan la corsa per starci più accanto.

Tra i salici all’alba, quando nessuno ci vede,
spendiamo parole (con le labbra e con gli occhi)
e promesse d’amore.
Acquattàti, sospiri lievi di Rex e di Fama
fan carezze sul cuore.
Passasse lungo il soffice ciglio,
anche faremmo salva la vita alla scaltra Renard
che fra i bracci segreti scompare del Maira,
nell’arsura più mite.

Quando nessuno lo vede, da est, languido un sole
scavalca in foglia la vergine vite.

E son fiotti d’aurora silenti sull’aia che, libera, indora.


Come spose promesse

Come spose promesse
là sempre emergono pie cappelle
dove quei di città tentennano, persi.
Il silenzio (se non gli appartieni) immenso
ha rombi sommersi
e tempie sudate e bivî schiude d’angoscia
nei mari nostri di verde.

Oltre il ciglio,
che il fosso profondo accompagna e tra gelsi disperde,
onde di soia e granturco non hanno mai fine
e non stanno negli occhi e sfogliano stelle.

I più stanchi, ai fianchi di bianche colonne,
polverosi telai affidano e selle
e volti arrossati alle grate, a riprender coraggio.

Gli occhi, se li proteggon le mani,
svelano sangue ed arcani
nel ventre buio (del tutto e del niente)
ove spada d’improvviso fulgore
(per un attimo solo lucente)
ben teso un candido raggio
mai sopìta incide la preghiera del cuore.
Al santo, sul muro ferito, schiere d’angeli
in canto rendono omaggio
nell’ora
(che non cessa e ha mai fine)
del supremo dolore.

Senza rumore crollano i prepotenti bastioni del tempo
ed è un farsi docile ostaggio
(quei di città mai lo diranno)
di gaudiosi misteri d’amore.

Come spose promesse nella notte
li manderanno, in voci cantilenanti/rotte,
stridule donne
(fra lignei grani loro soggiacciono nerboruti villani)
ai piedi del patrono novello dei campi.

Fra i sussurri del Maira più ampi
(già con Francesco lo fece
di Gubbio sconvolta il ‘terrore’)
furtiva rispetterà Renard
la settembrina tregua del Signore.


Una montagna ci vuole

Una montagna ci vuole, non fosse che per supporre
cantando ne scenda l’acqua che nel fosso mi scorre.

Noi – da San Grato – le montagne le vediam di lontano
(se sappiamo sostare e portare agli occhi una mano)
quando il sole, raggiante, la piana brucia più forte
e campi immensi riempie luglio di mais e di grano
e ricolma anche il cuore.

Lassù i giorni eguali e le ore,
fra declivi che non hanno mai fine, se non per burroni,
spighe di pendula segale maturano piano
fra mulinelli capricciosi di vento e rovi gonfi di more.

Una montagna ci vuole, non fosse che per increspare
il limitare (perfetto troppo) a ventaglio
del remoto orizzonte
e sapere che anche la Terra ha avuto sussulti,
come l’uomo che soffre e corruga la fronte,
proprio là, ove attizza ceppi d’albe e tramonti.
Soffron, su balze scolpiti, brandelli vuoti di baite
in un tempo
(i vecchi – pietre fumanti nel sole – eccome lo sanno)
che non ha più stagioni
e sogni di quete marmotte
e sentinelle di fanciulli attente
e fughe argentine a frotte
e aguzzi campanili appesi al cielo
e d’organi diafane canne
e limpide fonti soffocate dal gelo.

Lassù i giorni eguali e le ore,
fra giogaie che non più eterne hanno coltri di neve
(se non dove il sole le tinge d’un rosa più lieve),
fra corsieri agili e fieri
incubi grondano (e morte) di rapaci bracconieri.

Una montagna ci vuole, non fosse che per avvistare
(rapiti) in volo aquile reali, nidi fra rupi scoscese,
sfide accese ai più gagliardi venti, becchi adunchi,
artigli lucenti
e vincere mai stanche
(fra cattedrali di pietra e di silenzi)
sepolcrali candor di valanghe.

Là sotto il diavolo ha sepolto tesori, ingoiato case,
tentato pastori, prosciugato torrenti,
scavato caverne, incatenato innocenti,
inventato masche e seminato furori.

Là sotto Lucifero – orrendo – ha saccheggiato
il ‘Comando’ (libro dal dorso vermiglio)
e con sadico piglio
ha fatto ruggire, tra forre e serre,
fatui fuochi ed epiche guerre.

Quei di lassù e noi della piana
a reggimenti abbiam fatto le guerre.

Senza fiatare, a ranghi serràti, abbiamo servito
con fedeltà ed onore
ché la penna nera, la cima gigante,
l’aquila fiera, lo zaino pesante,
l’antico cappello, le verdi mostrine e il caduto fratello
li portiamo nel cuore.

Una montagna ci vuole, non fosse che per issarvi
(non importa se a dorso di mulo e a forza di braccia
la fatica è più greve)
un’umile croce
ché la copra e la culli
– in abbraccio d’amore –
il nostro canto più lieve.


Certe ore

Certe ore Rex (ansante) ti osserva
e, lungo il grano, passa nessuno.
Nessuno passa, ché il pennino aguzzo del sole
rado il ciglio raschia
e la carta incide (candida) del cuore.

Se dalla cascina dei Franco, certe ore,
sbucasse di botto un trattore
e, con fragori crescenti, in saluto ci alzasse una mano,
morderemmo (pazzi e roventi) grani di polvere,
ma – sorridenti – penseremmo lontano.

Lontano, certe ore, è oltre
l’azzurro pennacchio di scarico
che, silenzio tornato, nel ventre
del nuovo granturco dilegua
e (supìno) più non ha il rimorchio colore o sussulti,
ma fuga di rapida rondine.

Rizza il pelo Fama e (inesausto furore)
esige, ancor latrando, arcane parole d’ordine.

Lontano, certe ore, è oltre le spighe gialle di Lino
ove notti stellate compassi dirigono mùrmuri di vento
(falangi buie di sogni e di paure)
e, a terra, punte infiggono d’argento
magie d’agognate mietiture.
Lontano, certe ore, è bronzeo l’uomo
(o un dèmone iroso)
che, nel fosso melmoso, affonda possente vangata
e l’estrae pesante
e solo sai chi è se indovini
dove la terra (di fresco rullata) fosco ha confine.

Lontano, tra fiamme d’ortiche assassine,
è – su tremuli pioppi – di trasparenti ronzii un velo
che (di vergine miele rabescato)
alate regine ha incoronato
e (se il giorno è più luce) circolari d’api
danze conduce, certe ore,
a fonti vive di nèttare e d’amore.

Lontano, certe ore, è il passo di Renard
che, terso sommesso il pianto delle paratìe,
mai doma cercando va (nel brullo gèrbido dei secoli)
un rosso filo che a vigne solatìe
la conduca (subdola e sgusciante come un topo)
e (forte) famelico in un niente
il balzo innalzi (suo finalmente)
all’odiato grappolo di Esopo.

Certe ore, affilate ardono auree stoppie
e, lungo il campo lontano, passa nessuno.
Nessuno passa lontano, ché il pennino aguzzo del sole
rado il ciglio raschia
e la carta incide (candida) del cuore.


Dopo anse di pioggia

Ancora
è sull’ali di garrule rondini
la nostra gioia.


Radici

Quando la terra più è dura del cuore dei superbi
strade lasciamo al vento e, a flebili sussurri, il campo.
Il campo
(onde di galaverna crestate o d’antico sudore)
volti ha di gente che bussa
– con garbo e a fatica –
alla porta del cuore.

Il cuore,
se callosa una mano lo sfiora e l’invita lontano,
la gola annerita risale pian piano
e, nel buio tepore, attende
e vuole ascoltare chi, a cavallo d’un raggio lunare,
nel comignolo scivola lento
e pianti e rimpianti porge alla fiamma
e (mistero di Dio immenso) vorrebbe infine sostare.

Sostare è ruga profonda
che, ai confini dell’ora solenne, tu scopri vermiglia
e ha scampo (eco preziosa e ribelle)
all’adunca mano del tempo
che urge, divora e scompiglia.
Fuori, nel composto letargo d’erbe e fanghiglia,
lunghe e nostre fremono possenti radici.

Radici son coppi ricurvi
che, dal gomito secco dei Bori,
con teneri occhi all’orizzonte tu cerchi
ché il sangue d’uno – alla lunga – è il sangue di tutti
e un avo materno ci nacque e, oggi, a vedere ci torna
che ancor ami il silenzio e la Terra.

Di terra (asciutta credo) e di pietra ha il volto,
d’umida terra il pensiero
e gli occhi d’acque azzurre fieri
che han mai visto il mare.
Da sempre son le nostre donne il mare,
il glauco mare immenso di silenzi (o d’esili sospiri)
ché, negli abissi, rade chetan burrasche
e, appena, al sole
vagìti tenui l’increspano e biondi figli.

I figli – un giorno – voce metton di terra
(asciutta credo),
di pietra il volto
e cessan di correre (uomini acerbi nella feria d’agosto)
dietro cani fedeli e intensi tigli.

La fatica
(retaggio d’uno che, prima della casa, già era)
di schiena c’è dentro e di braccia
ma ogni sera, curvi e callosi un poco,
a falce seduti la gettiamo nel fuoco.
Il fuoco ha l’ansito pesante e desueto il nome
d’un (lontano ancor) parente che, tenue lucore,
senz’orme aizzando vien (da dove?) i cani aperti,
a mezzo del cammin di fosche ore.

I tartufi, alti nel vento, non colgono odore
e ombra all’uscio nodoso non sosta.

Il campo (onde di buio e d’inviolabili sussurri)
volti ingoia di gente che bussa
– con garbo e a fatica –
alla porta del cuore.


Di paonazzo turgore

Venissero – quell’uve – da Coazzolo, Calosso,
Santo Stefano o Canelli
gracili m’enfiavan le dita di paonazzo turgore
e m’inarcavano timide spalle
ché il cuore (bigoncia colma di sogni)
ancor non sapeva sussulti d’amore
e le vigne solo oscure eran parole e strette di mano,
sotto cieli lontani.

Imboccare ripide scale era calare
(dolevano i denti alle labbra serràti)
nel tepido ventre d’una cantina vorace
e il Rosso sul carro
(più vuoto e più alto nel palmo dell’umida sera)
con foga l’acuminato tridente nella botte affondava
e l’estraeva, di gradi parlando,
lucente di sangue un poco e azzurro di bava.

Nelle gorbe sfrigolante e vischiosa agonia calava
di neri racimoli e tonfi sordi di grappoli,
grossi e magnifici quasi,
ché si staccavan
(capovolte piramidi, pesanti troppo di terra e di sole)
senza cesoie in carezze furtive d’api, di vento
e canti d’uomini e donne,
coevi intatti dei colli e del tempo.
Fra rulli nodosi remissivi acini
(dolci li si sapeva da sempre)
e raspi (riottosi e burberi invano) a reclamare
tralci e pampini larghi di fuoco
e lenzuoli tersi di cielo che, all’orizzonte estremo,
ingannatrici tendevano e, a notte, ricamavan
(d’oscuri poteri ebbre) le masche
che, nella succosa follia d’autunno, coll’uve
(per questo le gorbe sussurravano grevi?)
furenti guadagnavano tini e attizzavano mosti.

«Costi quel che costi,
questa è linfa per uomini
che han groppi saldi alle vene»
– sentenziava solenne mio padre –
«polsi larghi di quercia e mani pesanti
che sanno di terra, di ferro e di calce».

Odorava di forte trinciato
– mio padre –
e, paziente, riprendeva a fongare
e fongava con la calma di chi, nella vita,
già un dì sfiorato aveva la morte e l’aveva fissata
e (sortilegio di masche anche quello?)
l’aveva potuto narrare.

Ansando, colma d’issargli sognavo l’estrema bigoncia
e vischiosa riaverla più lieve
d’un tenero bacio di madre
e darla al Rosso sul carro
(ancora più vuoto e ancora più alto
nel palmo dell’umida notte)
col tridente fermo sul fianco
che, di bianco sudore imperlato, parlava
e parlava di gradi e batteva la botte.

«Più adagio… Giovanni… più adagio!»

Sentori di mammole viole e rose di macchia fragranti
vestivano asciutto il Barbera.

«Barbera dla bota stopa1»
diceva – schietto – mio padre
che aveva groppi saldi alle vene
e polsi larghi di quercia e magli possenti alle mani
e mia madre che annuiva
(senza più forza e sorriso),
vite mansueta in un canto.

Calda di latte e di morbidi fratelli,
Renard (innocente ancora)
latrare udiva i remoti cani degli uomini.


1 Espressione piemontese usata per indicare il vino Barbera “storico”, vale a dire vinificato secondo i sistemi tradizionali. Di sapore secco, ha colore rubino scuro tendente a sfumature granata. Emana un profumo fragrante e progredisce ad un bouquet etereo e penetrante. Le bottiglie, se mantenute coricate al fresco e al buio, possono raggiungere anche i due lustri.


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