Opere di Franco Fabiano


POESIE SCELTE – 1997 – 2007


Da “Terzo Millennio” (Libroitaliano, Ragusa, 1997)


Il sole lugubre

Quietamente, velati dormono i miei occhi
nella tenebra, alle soglie del Miracoloso.
Essi paiono provvidi di oblii, sospesi
nell’incredula notte del commiato. Trepida,
al chiaro di luna – la notte memorabile –
come di soprassalto muore, perduta, lontana,
immota, però vermiglia. Intesse un filamento
di voci come impervie, ebbra s’eclissa.
Per sempre l’amor rubato allor si compie,
come dicesti. Null’altro mi rimorde!
Stamani lascia che m’abbagli il sole lugubre.


Di te morente…

Agognata e vorace, in te la libertà germoglia,
diviene eterna, benché ferita dall’artiglio
della morte ingenerosa; essa s’infiamma, t’agguanta,
ti nega il verbo per compiangerti, e implacabile
nasconde agli occhi risoluti l’aspro sentiero
della colpa. Consunta, ottenebrata, vile appare
l’ombra impenitente che stana la parola.
Il cielo sanguina. Di te morente cerco il vespro,
sulla bocca ch’esala l’ultimo respiro…


Sospiri dell’elisio immaginario

V’è pace debolmente, qualcosa (forse un dolore
acuto che mi lacera e mi piega e mi disarma!)
che lascia perpetuarsi in un nonnulla,
elude la brama di quegl’occhi maliziosi
che s’agitano perdutissimi, fino alla logora
fantasia degl’impeti profusi alla memoria.
L’alta fiamma s’è congiunta alacremente
alla candela, la tempesta è udita dalle carni
strette, avvinghiate ai corpi martoriati che,
espandendosi nell’antro immaginario dell’elisio,
soltanto in una stilla si raccolgono,
come lagrime versate troppo a lungo!


Da “Poeti nel mondo” (Libroitaliano, Ragusa, 1998)


Vesperi lunari

Dovunque si scagliò un’arpia tentacolare,
bramando protese poderosi artigli dal serraglio.
Abbacinato dall’impietosa Maschera del Sole
chi morì inulto, qui dove s’odono gemere
nugoli di corpi, talor a ritroso gli echi
replicare? (Fu doglia illacrimata il tempo).
Virgineo, ebbi il cuore rotto dal sentore:
sottese, seppero di vita e di morte le parole
instillate nelle vene come un mero nutrimento.
Nei vesperi lunari, d’ampi balenii pervaso,
fui remoto enimma: visione sfumante trasfigurai…


Il corpo morituro

E repente sento l’appagamento dell’anima
che s’intride. Tremula carne, il mio corpo
più non ha sostanza, oggi ch’è spettrale
il cielo, come un abisso. Ignude ombre anelanti
travedo, di lontano, porgermi tènere mani;
dèsto scorgo nel lucore grandi soli ch’ardono
a suggello. D’un lento stillar di lagrime
chi più rammenta ora? Chi sussurra addii?
Un uomo. La forza del corpo morituro.


Latebre del cuore

Solo vergando le mie carte colgo le memorie
di giovani tristezze perturbate:
nessuno, in volto, ne ravvisa il segreto
per rendermi mercede. Chiaro nome non ha
il silenzio né prezzo né arcane origini:
è forse un’impercettibile parola, estatica,
che reclama plauso. Mi sorprende l’ignoto
dei righi ch’io tratteggio (talvolta scabro
salmeggiando!) in una temperie tumultuosa
di tribolo o speranza. Serbato nelle tacite
latebre del cuore – con l’avversa voce assorta –
ho l’amaro lagno irrevocabile…


Da “I riflessi dell’anima” (Editrice Pagine, Roma, 2001)


Han pause i vènti

Scrutano occhi
un chiaro barlume;
l’ansante respiro
dei vènti tra le felci
spenge la sua eco
sul calar del sole.

D’una luce vermiglia
nella morsa dei vènti
vaghi mormorii s’acquetano;
un rivo d’argento
d’acque sorgive
nel brulichio delle fronde.

Han pause i vènti
verso cieli prodighi;
divina è giunta sera
se non ìrida il sole.
(Fecondo, il silenzio
pervade l’Infinito…).


Tempus fugit

Dove questo fragile cuore
si dona, incommensurabile,
ad un saldo principio
ad un credo universale,
giacché, a cagione,
teme e spètra e più
s’impaura, provato
da mille lotte infauste.

E mi parlano del mondo
genti, spaziando per quel
senso vivo della mente,
volenti il sublime nelle cose,
e poi di limini danteschi
d’una vita mortale,
o d’un ansimo convulso
sortito dal profondo.


Brama di solitudine

D’ombra è la stanza,
crepita un fuoco.
Silente è quest’ora
più greve, più occulta,
se scuote il vènto
fiamme al crepuscolo
schiudendo bianche porte.

La mia brama – voce
errante dall’abisso –
si fa muta preghiera,
un sordo dolore
ebbro del sangue.

D’impeto le mani
tremano d’un sogno:
anima del tempo
anèlo al cielo!


Sussurri d’aprile

Dèsto sono sul sentiero
d’alte chiome, a bramar
la luce della luna
d’un imbrunire rarefatto.
Incantata vedesi aprire
deserta una boscaglia,
alberi imponenti di querce
e di castagni, lunga andana
di fittissimi fogliami,
di verdi ammanti infiorati
nel riverbero del sole.

D’intorno v’è lietezza
d’ombre sommesse
e tenui sussurri aerei,
s’io più silenti voci odo
del mio tiepido aprile
dolce e chiaro a settentrione.


Da “Agenda del poeta” (Editrice Pagine, Roma, 2002)


Non vive che il cuore,
giacché perdura il tuo ricordo,
eterea Madre…

Fiore dell’Infinito

Quando in te serravi le parole,
Madre, suadente una voce
innocenti membra ridestava,
smunte ove mi cadea il respiro.
Soavi, le tue materne mani
e la sublime grazia
di quei silenzi effusi.

L’intriso volto amato
nel tuo nome, d’argentea luce
nimbato, or più non s’inebria,
giacché dolente è il corpo
sull’umile giaciglio,
solingo va serbando un’eco
ch’è tristezza, scoramento.

Creatura d’animo gentile,
Madre, hai vividi occhi
di fanciulla in fiore,
pura come una lagrima
di beatitudine: e divino
è il tuo cuore, e sereno
quanto un fremito d’ali
che nel vento s’ode…


Da “Le pagine del poeta” (Editrice Pagine, Roma, 2006)


Se non la parola, dapprima
s’eternano i versi, o Amore!

Mille volte nacqui nei tuoi occhi

Mille volte nacqui nei tuoi occhi
quando infiammarsi vidi il tuo sorriso,
quando – cercandomi – s’infervoravano
i tuoi occhi. Mille volte nacqui
nei tuoi occhi, mille volte nacqui,
quando lambii con mani carezzevoli
il grembo dell’amore, quando fremente
di giubilo e desiderio, lessi
immaginifiche movenze sul tuo corpo,
come aria tepida di vento,
d’innocenza, di soavità.

Tu da sempre fosti voce sussurrante
nella notte, tu dinanzi a quei
lunghissimi silenzi che mi colsero,
sempre fosti corpo tremante
nella notte di quiete conturbante.
Mille volte nacqui nei tuoi occhi,
mio prediletto Amore…


Da “Le pagine del poeta” (Editrice Pagine, Roma, 2007)


Amor è silente desiderio
che più in me s’accresce…

Infinito

Parole divengono silenzio
non oblio, custodi
di memorie, pensieri,
segreti immateriali
che si disvelano
tra cielo e terra.

E tu, anima fanciulla,
senza più breve indugio
volgimi ognora
quel solerte palpito,
ma fiera e sommessa
al lieve mormorio balugina.

Tutt’intorno s’ammanta
di misteri immacolati,
pur tale clemenza ridonda
oltre l’umano gaudio:
è l’effuso abbraccio
d’un suggello eterno!



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