Opere di

Francesco Passacantilli


TORNANDO A CASA

Tornando a casa.

Il sibilo del vento mi taglia i ricordi,
sembra una lama tagliente.

Mi turba la memoria,
le foglie dolcemente si posano sui ricami del passato.

Guardo la fede nel mio dito
fredde lacrime lo bagnano.
Il passero si posa sulle acque cristalline del lago
sembra danzare come le mie labbra con le tue.

Si schiantano i rami secchi sulla strada di casa
sento ancora il loro fruscio,
sono cordate, come ferite sul mio corpo indifeso.

Il fuoco riscalda la fredda cucina
ove consumavo il pasto serale,
nella penombra del fuoco giace, la mia anima (appenata) contorta.

Tornando a casa.

Melbourne 04/09/2014


PEZZENTI

Sono,
siamo assenti.
Oltre il brilluccichio delle strade bagnate
Pezzenti stancamente a testa bassa camminano.
Si trascinano.
si spezza l’arco del giorno.
Trombe di malinconia suonano
dirompente è il sano fluttuo della marea.
Alberi spennati, mani sudicie rovistano dentro,
andirivieni di lamenti e imprechi ripetitivi e solenni.
Si abbracciano mentre, le loro nascoste lacrime neanche ci scalfiscono.

Lo vedi ammassato tra stracci e strofinacci,
Puzzolenti,
L’Angelo nero lo guarda, lo benedice
Si crea un attimo di fuga
Come una palla che gira, star fermi non può.

Impenetrabili sono gli occhi.
Come l’aquila che affonda gli artigli nella morbida pancia della preda.
Scaltro sgusciare il suo sguardo.
Plana il volatile vicino ad esso,
si ferma il tempo.

Un rivolo di sangue che sgorga dal naso
lascia una scia, gli occhi appesantiti dal fardello del viso.
Senza colore.


INSIEME

Amammo la vita insieme
Cantammo le sue bellezze insieme.
Le luci dei nostri mattini
Le ombre dei nostri tramonti.
Ora che non ho più capitoli da leggere
Il mio libro sto per terminare.
Mi hai portato via gli occhi, angelo mio
Mi abbandonasti quel mattino di una profonda estate.
Calarono dal cielo gli angeli a far coro
Io li udii ma tu li vedesti e ora giaci muta accanto a loro.
E io muto curo i tuoi capelli oramai ingialliti.
Insieme precipitammo nell’abisso della morte.


CHE PECCATO LA GUERRA

Nacque e crebbe in un clima dalle mille occasioni (ma la Guerra rovinò tutto).

Le proiezioni delle sue mille fantasie si dissiparono in un clima perfido di una realtà gonfia di paure e terrore.

La Guerra distrusse non solo gli affetti materiali ma paralizzò ogni forma di progresso intellettivo.

I significati della vita cambiarono direzione arenandosi dentro il clima di tensione appena nato.

La paura di aprire gli occhi
La paura di poter scappare
La paura di poter parlare

E i fiori smisero di fiorire.

Percosso e benedetto il senso della vita naufragò,
nacque la paura di non poter rivedere la bellezza della nuova alba.

Crebbe e morì al naufragar del suo ultimo respiro.


AGONIA

Come scorre lenta questa agonia,

Le infanzie
diventano cariatidi.

Il mio genitore cremato nel giorno della consacrata Pasqua.

Che odono le mie orecchie
sature di ombre funeste.

I morti non hanno più anima.

Le corde,
legate a laccio mortale,
non lasciano scampo.

Chi vive nella perenne attesa.

Scricchiola l’enfasi di un’alba liberatoria.

Non anime libere,
ma sgozzate sotto la falsa incolume virtù dell’essere.

Pie e grate,
sono le orme che lasciano gli angeli nascosti.

Nessuno di loro ode la mia agonia.

E pensieri cattivi si infrangono sugli scogli della viva speranza di vita.



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