Le parole il loro silenzio (… e lo sfrigolio che fa prima il pensiero)

di

Francesco Caroli


Francesco Caroli - Le parole il loro silenzio (… e lo sfrigolio che fa prima il pensiero)
Collana "I Gigli" - I libri di Poesia
14x20,5 - pp. 78 - Euro 8,50
ISBN 978-88-6587-7012

eBook: pp. 71 - 4,99 -  ISBN 978-88-6587-748-7

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In copertina: “Shades of fantasy” opera pittorica di Oronzo Domenico Marseglia


Prefazione

La silloge di Francesco Caroli, Le parole il loro silenzio (… e lo sfrigolio che fa prima il pensiero), apre un nuovo scenario nel panorama della poesia pugliese. Proscenio di poesia civile, argomenta la società contemporanea con i limiti e le proprie ritrosie.
I versi bisbigliano in alcuni componimenti; in altri, le parole sono come frecce infuocate. Non conta il dolore, preferendo denunciare ciò che impedisce la possibilità di un uomo a rendersi felice in una società. Canta il profumo degli alberi di limoni, scandisce il tempo attraverso il ticchettio delle sere e delle notti.
Poesie di una vita passata, a creare un ponte con il presente, il ricordo di esserci stato, di dirsi protagonista; evitando, tuttavia, di incensare se stesso, si attornia della natura. I versi come odi sono dedicati alla bellezza, alla donna, al padre, all’amore. Crocevia di immagini nei mari profondi della poesia. Non annaspa però l’anima del poeta, non emerge affannosamente. È presente, come la sua poesia. E nel mentre di una “musica inattesa”, si sorseggia la nostalgia, quella bella, necessaria: «Il pensiero di un uomo è innanzitutto la sua nostalgia», scrive Camus. La nostalgia non è rimpianto o melanconia, ma è ricordo di innocenza e desiderio di unità con il mondo e con gli altri esseri viventi.
E, allora, si legge: «Ti ricordi, quel profumo / dagli alberi di limoni, / sulla strada per Amalfi / che dal mare ci portava / a Sorrento? Ti ricordi, / un bel mattino fuggimmo / tutti e quattro insieme / dalle alghe di Vietri / per il battello / che ci avrebbe portato / alle promesse / dell’isola di Ca­pri e Anacapri».
Le parole il loro silenzio (… e lo sfrigolio che fa prima il pensiero) di Caroli rimbombano come eco perdurante, che fa sentire persino la magnanimità della poesia di Dario Bellezza.
Si tratta, in questa raccolta poetica, di tre anni contenuti, a far sì che il ricordo di un passato permanga, e nel quale le generazioni attuali trovino “l’attracco”: «Siamo come / cielo e mare / distanti, / all’orizzonte / il nostro attracco».
Parla pure dell’amore, Francesco Caroli, dedicando l’essenza dell’essere uomo con un cameo nei confronti della donna: «Beato l’uomo / che in una sola donna / scoprirà le sue essenze. / Fortunato è l’uomo / che una ad una troverà / tutte le sue donne. / Povero quell’uomo / che ogni sua donna / per orgoglio perderà».
Se leggendo la precedente raccolta poetica, Fermare il mondo con un dito, Caroli ci conduce alla ricerca della libertà nel rispetto dell’altro e di se stesso, dove si avverte l’animo di un uomo che come poeta fa scivolare via ogni emozione come un fiume in piena, desideroso di rispetto e di amore per la vita che ci circonda, in un crescendo di emozioni, e a un’esistenza che a volte fa sentire inutili, “gettati nel mondo” con prospettive possibiliste che angosciano, come per Kierkegaard, ma che Francesco Caroli supera trovando rifugio nella poesia e – anzi – indica come possibilità autentica di comunicarsi e comunicare, in quest’ultima silloge – dal cominciamento sino alla sua conclusione – il poeta vive momenti sospesi nel tempo: il passato lo sorregge, il presente lo rende vivo, il futuro gli dona la speranza; sebbene, a volte compaia la malinconia a sfumare la poesia, dandole colori e vita. Eh sì, perché da una situazione dinamica e alternata, dalla mestizia alla gioia nasce il bello, emergono le idee, la creatività ha libero sfogo di fuoriuscire come lava incandescente. Sorgono i versi Le parole il loro silenzio (… e lo sfrigolio che fa prima il pensiero) proprio in tal modo. Risulta chiaro comprendere Nietzsche quando afferma: «Si deve essere pronti ad ardere nella propria fiamma: com’è possibile rinnovarsi senza prima essere divenuti cenere?». Si deve essere pronti a soffrire, ad annullarsi, prima di raggiungere l’apice della vita. Si deve essere pronti ad essere parola, dopo aver vissuto il silenzio, godendo del proprio sé e della propria esperienza di esistenza individuale. Si deve esser pronti a interpretare e condividere le emozioni emanate dalla raccolta poetica Le parole il loro silenzio (… e lo sfrigolio che fa prima il pensiero) di Francesco Caroli.

Alessandra Peluso


Premessa

Le parole il loro silenzio (… e lo sfrigolio che fa prima il pensiero). Un titolo che racchiude credo tutto il lavoro che comporta scrivere poesia ed essere poeti.
Cerco di spiegarmi.
Se, negli anni della mia giovinezza, scrivere poesia poteva significare utilizzare uno strumento buono come un altro per superare patemi e difficoltà derivanti da una non facile adolescenza, com’è un po’ per tutti i giovani, con versi scritti tra i quindici e i ventidue anni, e poi raccolti in anni recenti nella pubblicazione Dimensioni iperboliche (2007); se poi nella mia età adulta e della cosiddetta maturità, il riaccostarmi dopo trentacinque anni a questa particolare forma espressiva è stata legata alla risoluzione di una profonda crisi personale, dove sono stati rimessi in discussione i valori, i risultati e le tappe di un’intera vita, con componimenti raccolti in Fermare il mondo con un dito (2012); in questi ultimi anni ho cercato volutamente di vincere una sorta di scommessa, fatta con me stesso: riuscire a scrivere poesia in qualsiasi forma e con qualsiasi stile. Per dimostrare cosa? Che il poeta rimane poeta in ogni tempo e in qualunque realtà, pur utilizzando diversi metri stilistici nel comporre versi. Andare quindi alla ricerca della poesia perduta e del poeta smarrito, è stato questo il mio intento.
Non sta a me dire se questa mia scommessa sia stata vinta, ma – con i miei limiti e utilizzando le mie intrinseche capacità espressive – posso dire che un poeta può scrivere poesia con diverse modalità se riesce a mantenere inalterata la sua fonte ispiratrice. Cioè se avverte tutto quello che vive e sente con occhio e orecchio da poeta. Altrimenti, se così si può dire, non c’è «verso» che tenga. Anzi, utilizzare e padroneggiare tutta o in parte la tecnica poetica può aiutare a meglio esplicitare quello che si vuol dire in forma di poesia.
Da questa premessa, nasce il mio interesse nello studiare in questi ultimi anni la metrica e i maggiori poeti della letteratura moderna e contemporanea, ma anche quelli con tradizione più antica. Per fare cosa? Per riuscire ad utilizzare diverse modalità e tecniche espressive – in forme più moderne – per meglio rappresentare idee e concetti, oltre che stati e moti dell’animo. In poche parole, per dimostrare che non è il mezzo utilizzato che fa buona o cattiva poesia, ma l’essere poeti ad ogni costo. Così che la forma che si utilizza riesce ad adeguarsi automaticamente allo strumento utilizzato e ai suoi contenuti, a volte migliorandoli. Natu­ralmente non sta a me dire se la mia sia buona o cattiva poesia. Resta il fatto che questa è stata la mia scommessa e, personalmente, penso di averla vinta, con il mio peculiare modo di scrivere che credo immutato nel tempo.

Passare dal verso libero al verso in qualche modo strutturato, e dal verso strutturato di nuovo al verso libero, è stato un percorso che mi ha richiesto un po’ di tempo: è stato come voler cercare una mia propria luce, e al termine di questo processo scoprire di non avere purtroppo almeno per il momento più niente da dire. Non a caso la paura di non riuscire a scrivere un solo verso – com’era accaduto già in passato – si è poi estrinsecata nella precedente mia raccolta in Afasia, che qui ripropongo, a sancire la fine di un percorso, mettendo in evidenza il pericolo che ha ogni poeta di diventare afasico. E quindi, come ultima soluzione, ricorrere nel mio caso a una sorta di grammelot per continuare a esprimermi, rimanendo alla fine sospeso solo un suono onomatopeico che non ha alcun senso, o lo ha proprio nel non aver senso. La perfezione per un poeta sarebbe forse riuscire a esprimersi senza scrivere alcuna parola.

Da Ungaretti a Montale.
È evidente il passaggio da un modello di ispirazione all’altro. Se in molte delle mie poesie giovanili, e in alcune di quelle attuali, il punto di riferimento è stato il primo, il leggere e lo studiare la poetica di Montale (rimanendo affascinato soprattutto da La bufera e altro) mi ha portato naturalmente a usare in alcuni miei componimenti un linguaggio che a qualcuno farà riecheggiare temi e periodare del grande maestro. Lo riconosco, e gli sono grato nell’avermi indirettamente dato la possibilità attraverso lo studio della sua poetica di ampliare concetti e possibilità espressive. Come ad esempio l’aver utilizzato nella poesia che dà il titolo a questa silloge la cosiddetta «struttura ipogeica» (che Montale usa in Ballata scritta in una clinica nella Bufera), con il culmine di cinque scalini speculari e progressivi a specchio invece dei normali sette che usa il poeta ligure. Naturalmente, ogni tecnica di composizione e modello espressivo, ho cercato quanto più possibile di renderli personali e peculiari al mio modo di esprimermi. Cosa che ho fatto, in precedenza, anche con il ricorso in alcune mie poesie al «sonetto» (in quattordici endecasillabi non rimati), delle quali ripropongo pur essendo già stata pubblicata quella che ritengo più «moderna» alla fine di questa silloge. Così come ripropongo altri due componimenti pubblicati e nel frattempo mutati. È il caso di Risveglio, dove a poesia già data alle stampe mi sono reso conto di aver inconsapevolmente usato il verso di una nota canzone. Viviamo in una società mediatica e non sempre ci rendiamo conto di usare frasi e modi di dire da altri usati e che sono diventati patrimonio comune e perciò collettivi.

Francesco Caroli

(26 marzo 2016)


Le parole il loro silenzio (… e lo sfrigolio che fa prima il pensiero)


Poesie nel tempo e nello spazio


Figli del Novecento
(29/12/2012)

Siamo noi i figli incantati da false
promesse d’un nuovo splendido mondo.

I nostri padri scampati alle bombe,
le madri fuggite via ai pater noster.

I padri dei nostri padri segnati
con la croce, mutilati in trincea.

Piccoli, correvamo a nasconderci,
a giocar di fionda e alle campane.

Tutti scolari con l’abbecedario,
tramutati discepoli con Dante.

Siamo noi quei bambini un po’ cresciuti
a spalmate e quasi sempre a rimbrotti.

Con i calzoni corti alle ginocchia,
filavamo veloci come lepri.

Tra banchi, parrocchie, boschi e stradine,
il primo treno fu una littorina.

Fummo prigionieri di vecchi maestri,
con aste, pennini, inchiostro e calamai.

Istruiti con lettere e tabelline
a muri appese; ceci alle lavagne.

Siamo noi quei ragazzi con i capelli
al vento e le camicie tutte a fiori.

Venivamo dai canneti del mare,
d’onde spumose, da fiumi gelati.

Noi, scappati dal fumo di battaglie
cruente nei cinema di periferia.

E cantammo le canzoni del Piave,
sull’Ali dorate e l’Elmo di Scipio.

I nostri eroi furono cow-boy e indiani,
gladiatori e cavalieri in armi.

Siamo i giovani passati alla storia
d’un Sessantotto come anno di gloria.

Noi, i figli dei fiori, della protesta
nelle canzonette e in scuole strette.

Sì, credevamo in un mondo migliore,
pieno d’amore e di sane illusioni.

Ergemmo barricate di cartone
negli anni della contestazione.

E spazzati dal tuono delle bombe
della reazione, andate in onda nei Tg.

Siamo noi i padri non più fatti padri
di figli che vanno in un cielo di smog.

Loro, sono i ragazzi del domani
che vivranno in un mondo più virtuale!

Liberi di volare non più per strade
petrose, ma in neri asfalti di cielo.

Sarà questo il futuro che verrà
di quei giorni nostri, già ripudiati?

Rebus, imbroglio, pasticcio o enigma,
arduo evadere da quel Novecento.


Quel profumo dagli alberi di limoni
(27/8/2012)

Ti ricordi, quel profumo
dagli alberi di limoni,
sulla strada per Amalfi
che dal mare ci portava
a Sorrento? Ti ricordi,
un bel mattino fuggimmo
tutti e quattro insieme
dalle alghe di Vietri
per il battello
che ci avrebbe portato
alle promesse
dell’isola di Capri
e Anacapri.

Stressati ma pur felici,
andavamo di corsa
sulla nostra prima auto
familiare, pagata a rate
con un patito stipendio.
Era quello il tempo
di sorrisi e capricci
dei nostri due piccoli
marmocchi,
e i nostri pensieri
correvano veloci e tranquilli.

Ti ricordi, l’improvviso
rigurgito dell’ultimo nato?
La via fu sospesa
alla ricerca
d’un po’ d’acqua
per lavare
sedili e tappeti.
Il suono allegro
e spezzato
d’uno scampanellio,
ci aprì la speranza
e quel portone in ferro
battuto. Improvvisamente
s’affacciò tutta la riviera
d’un mare lucente
di piccoli barbagli,
anonimamente
solcato da fumi e liquami.

Un viottolo in salita,
ombrato da larghe
e verdi foglie,
ci condusse alla catenella
d’un secchio appeso
sulla fresca acqua
di pozzo. Il profumo,
da quei gialli e aspri limoni,
della citronella curativa,
diventò ancora più colmo
e ci dette bastevole corda
per giungere nel nostro
promesso giardino,
sull’eden di quell’isola
decantata e sognata.

E quel misto di dolce
e acre profumo d’essenze
d’agrumi, dagli alberi di limoni
e mandarini, cedri e bergamotti,
arance ed erba citronella,
ci rincorse sino a sera,
quando pure sopraggiunse
l’ora delle fiabe, bisbigliate
per richiamare il sonno
su occhi innocenti e malandrini.


Fuori dal cono d’ombra
(10/11/2012)

Anche se l’astro nel cielo martella
i suoi dardi roventi sull’intero
globo, fissando tutti noi in pareti
di calce sbiancata, c’è chi si sfianca

per uscire fuori da un cono d’ombra
Così anche tu scalci per un po’
di gloria, raccattata per due soldi:
è il prezzo giusto per la tua ora d’aria?


Nei tuoi occhi non più vermigli
(25/8/2012)

Nei tuoi occhi oramai non più vermigli
tra lo sbattere stanco delle ciglia
ancora si rinnova la mia immagine
in verticale. E anche tu mi abbagli!
Così più non contano quelle foglie
cadute nel tempo, i frutti non colti,
le strade giammai percorse.
Restano semplicemente i boccioli
belli che insieme cogliemmo,
le canzoni con le quali duettammo,
le gocce di pioggia che ci bagnarono,
i raggi di sole che ci scaldarono.


Canzone sospesa nel tempo
(26/10/2012)

È una canzone sospesa nel tempo
come questo tormento
che gira e rigira tra i miei pensieri

No, non so cos’è questo mio dolore
che mi stride nel cuore
e porta le ore nei giorni di ieri

Sono note lente e piene di un’eco

Cavalli ammaestrati non più bizzarri
auto che scivolano
specchi di miraggi non più d’amori

È come sole quando viene sera
fuoco che più non brucia
antico spirito che pur è vita


Le parole il loro silenzio
(10/10/2012)

Sì, amo le parole e il loro silenzio

Perché amo il suono delle frasi dette
e lo sfrigolio che fa prima il pensiero

Amo le parole dei grandi poeti
e il loro mondo che a noi si rivela,
proiettandoci così su altri pianeti

Amo gli scrittori e le loro storie,
cesellate una ad una su pagine
bianche di libri loro immortali,
in scaffali di noce sì dormienti

Amo di una madre pure i suoi affanni
e il capo sospeso di quel ragazzo
silente; amo le grandi speranze
d’un amore non donato e certe estasi
in una fede persa e ritrovata

Amo i colori dell’arcobaleno,
e la tua voce che dire più non può
Amo la notte e il suo cielo stellato;
amo il chiarore del giorno e l’odore
dell’erba, tra un frinire di cicale

Amo come te i fiumi, i mari e i monti
Amo le distese azzurre e i campi
di grano; amo i giardini e l’abbaiare
d’un cane; … amo il profumo del pane

Sì, amo le parole dette e non dette
che ci aiutano ad entrare nei misteri
d’un mondo che è quasi sempre negato

Così, perché amo la vita, e tutto
quello che porta al riso e al pianto

Sì, amo le parole e il loro silenzio


Incompiuta
(29/9/2012)

In quel quid
di raggio
pendente
prima che
si squieti
la sera


Maschere
(13/9/2012)

Cacciato come volpe fuggita,
ancora ascolto
il rimbombo dei tuoi
passi. Torno così
fedele sulle vie
infossate dalle ombre
nostre, tradite dalla luce
cieca del giorno
Pure riascolto quel nostro
moto, nel velo
di un’unica notte
mascherata

[continua]


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