Opere di

Francesco Andrea Baffari


Doveva andare così

Era nato per correre. Da piccolo correva per inseguire il suo cane o per essere puntuale a messa al tocco della prima campana. A trent’anni correva con la voglia di vincere ogni forma di male. Ora Daniele è là, immobile in un letto e mi osserva. Mi accenna un sorriso. Poi chiude gli occhi e finge stanchezza. Io esco nel corridoio fra sguardi rossi di un silenzio inquietante. In disparte Giovanna. A lei persa in un rimorso senza fine devo dire qualcosa. Ma cosa? Forse “Non serve imprecare al destino. Va’da lui, Giovanna. Sarete ancora felici insieme.”? Le trovo sterili queste parole ma non mi viene in mente nient’altro. La sua risposta mi fredda: “Sono stata un’idiota, dottore, e ora a pagare è solo Daniele. Devo sparire dalla sua vita. Ormai vedrebbe nel mio sentimento per lui solo pietà, non più amore. È finita per sempre.”
Insisto per riparlarne ma lei non mi concede speranze.
Poi, dieci anni dopo, in un mattino di sole: “Ciao, dottore, si ricorda di me?”
“Oh… Daniele… che sorpresa, come stai?”
Maschera bene le protesi e ne sono contento.
“Sto bene, grazie. Ho moglie e due bambine e vivo a Milano. Sono sceso a Bari per motivi di famiglia e volevo salutarla.”
Nel silenzio di un attimo dopo lo rivedo nel letto senza gambe. Rivivo il terrore dei suoi occhi appena svegli dopo l’intervento, risento le sue urla di dolore, di disperazione, e ancora una volta maledico quell’asfalto bagnato.
“Dimmi, Daniele… hai poi saputo… di Giovanna?”
“Sì. Giovanna sta dedicando la sua vita ai poveri che in Uganda vivono di sola carità cristiana. Doveva andare così… e sono felice per lei. Ora la lascio, dottore. Addio.”
Daniele non cercò mai di Giovanna. Per lui non aveva più senso farlo: “Ormai c’è una barriera tra noi e lei in me leggerebbe solo pietà per il suo rimorso, non più amore.”
Quel giorno, in una curva presa male da Giovanna, si spezzò qualcosa di grande che esisteva fra loro e che poteva solo ingigantirsi nel tempo.


L’uomo che diventò fiaba

“Ogni uomo diventa fiaba se si spoglia di sé e nella sua umiltà scioglie i muri di odio in cattedrali d’amore.”
Lo avevo letto da qualche parte a scuola, O forse in qualche vecchio libro di mia nonna. Non ci avevo creduto allora, a soli dieci anni. Ci credevo ancora meno fino all’altro ieri con qualche anno di più. Un uomo che diventa fiaba: impossibile. Poi ho conosciuto Gabriele. E ho letto i suoi scritti.
Viveva in un casolare fuori del paese con un cane stanco e qualche gallina. D’estate stiracchiati sui prati, d’inverno immobili al caldo del pagliaio accanto al focolare scintillante del loro vecchio padrone.
Ogni tanto scendeva nelle vie del centro. Deriso dai bambini. Allontanato quasi sempre dai grandi, troppo sensibili d’occhi e di naso.
Sorrideva a tutti con l’ingenuità di chi non conosce odio o malizia. Sorrideva a chi gli mostrava freddezza. Ancora di più a chi gli voltava le spalle indignato.
Non aveva nemici. Neppure amici.
Una sera di vento e di gelo bussarono al mio portone con forza: “Vada a visitare Gabriele, dottore.” La voce seccata continuò in tutta fretta. “Passavo e l’ho sentito chiamare. Sta male e mi pregava di avvisare un dottore. La mia buona azione l’ho fatta. Ora tocca a lei, dottore, se può e vuole andarci.”
Dieci di sera. Una lama di freddo tagliava la pelle scoperta. Lasciai la macchina alla fine della strada e mi immersi in un buio di fango da mozzare il respiro.
Il lamento di un cane illuminò il mio cammino e bussai alla sua porta. Era lì per terra. Cianotico. Tremante. Mi sorrise. Mi tese la mano. La toccai. Mi regalò il suo calore di febbre. Ne approfittai riscaldandomi senza pudore. Poi morì prima che riuscissi nel mio compito di medico.
Le galline dormivano. Il cane piangeva fissandomi negli occhi. Non sapevo che fare.
Mi guardai intorno a disagio, Poche cose lì dentro. In un angolo un baule bianco di polvere secca. Alla parete una mattonella: L’uomo che colleziona le fiabe non morirà mai.
Coprii il corpo dell’uomo e cercai di scoprire chi fosse. Da anni era Gabriele per tutti. Solo Gabriele. E per tutti lo scemo del paese.
D’improvviso comparve. Con il vento di un mattino d’autunno. Con il sorriso di una serena tristezza. Mai lamenti o pretese. Gabriele. Soltanto Gabriele. Così era scritto sulla sua porta di casa.
Nel baule quaderni di un tempo lontano. Fogli sgualciti in un elenco di nomi sbiaditi con numeri a più cifre accanto.
Giornali ingialliti. Incidente stradale nella nebbia della campagna torinese. Mamma e figlio di dieci anni deceduti sul colpo.
E sotto, nella pagina accanto:Al maestro Gabriele Angelini le condoglianze del Direttore e colleghi tutti.
Riposi i giornali con cura. Rinverdii il fuoco che allungava le ombre e mi rincuorai le mani strofinandole fra loro.
Tante copertine nere dal sapore antico. Vero. Tante etichette bianche con nomi di un inchiostro confuso. E all’interno, fiabe di alunni di quinta. Ne lessi qualcuna alla luce vacillante del fuoco morente: il passato si riempì d’immagini e l’ingenuità bruciò il freddo della ragione irreale e senza sogni.
Fuori il vento taceva. Dentro il silenzio scoppiettava nello sguardo smarrito del cane. Avvicinai i fogli con i nomi e le cifre al mio cuore e capii. A tanti, a troppi, era sconosciuto il volto del loro benefattore.

Sono passati trent’anni da quell’altro ieri di morte.
Da allora ogni anno i bambini di quinta ricordano in questo giorno Gabriele. E ognuno di loro gli regala una fiaba d’amore.

Al cimitero una lapide:

Si è spento Gabriele:
l’uomo che regalava sorrisi,
l’uomo che vinse il dolore nell’amore per gli altri,
l’uomo fiaba per sempre.


Commento dell’Associazione Culturale Lettura Incrociata

Il racconto, di una semplicità che intenerisce, è molto profondo nel suo significato.
Comincio il mio commento in maniera indiretta, per poi giungere al dunque.
Accanto a noi abita spesso il Male, e quando succedono drammi familiari, quando una persona di punto in bianco stermina la famiglia o commette un crimine, si cade tutti dalle nuvole: chi l’avrebbe mai detto, era così educato, pulito, diceva sempre buon giorno, aveva una bella casa, un buon posto di lavoro, una brava moglie e dei bei figli… Ma chi lo conosceva, in realtà? Nessuno.
Soprattutto al nord e in città, viviamo barricati entro i ristretti limiti del qualunquismo, chiusi in noi stessi, nell’orizzonte domestico e nei nostri problemi…
A pochi interessa guardare al di là del proprio naso.
Difficilmente si approfondiscono le conoscenze, se si eccettuano poche amicizie, tutti gli altri sono rapporti formali: si prende atto delle apparenze altrui, restando in superficie perché fa comodo e non coinvolge interiormente, permette di restare nel proprio guscio.

Questa premessa antitetica solo per arrivare a dire che lo stesso accade al Bene, qui incarnato nella toccante, solitaria e dignitosa figura di Gabriele: se si cela sotto vesti lacere, se non è esibito, “mediatico” – si direbbe oggi – anche il Bene passa inosservato, anzi, respinge i più, quando si cela sotto un cattivo odore o un aspetto trasandato.
Alla “brava persona” che si rivela un criminale corrisponde, dall’altro lato, il benefattore, l’animo nobile che non viene riconosciuto, e che viene emarginato, se si presenta sotto le spoglie di un “barbone”.
Ovvero, nel giudizio “pubblico”, si procede per luoghi comuni, schiavi di preconcetti di cui è difficile liberarsi. Questa la morale del racconto, o, almeno, quella che traggo personalmente, leggendolo con piacere.
Anche se l’autore non si permette di entrare nel merito, non giudica, constata e basta. Con un sorriso dolce-amaro.
La struttura narrativa, ingenua e lineare, scorrevole e di facile lettura, somiglia a quella di una parabola e il linguaggio, adeguato al contenuto, è limpido, corretto sul piano grammaticale, senza fronzoli, senza giri di parole: va dritto al cuore saltando la ragione.
Viene da consigliare all’autore, evidentemente portato per questo genere di narrazione, di utilizzare il racconto (se non l’ha già fatto) come introduzione a un lavoro più ampio (per esempio: una raccolta di fiabe, come se fossero scritte dai bambini di quinta, alternate magari alle storie, sicuramente toccanti, dei beneficiati…): lascia infatti la voglia e la curiosità di leggere altro, ci si aspetta un seguito.
E’ un peccato che la narrazione si esaurisca qui


Il Club degli Autori - Concorsi Letterari - Montedit - Consigli Editoriali - Il Club dei Poeti
Chi siamo
La Rivista
La voce degli Autori
Tutti i nostri Autori
Per iscriversi
ClubNews
Il notiziario gratuito
Ultimi inserimenti
Homepage
Avvenimenti
Novità & Dintorni
i Concorsi
Letterari
Le Antologie
dei Concorsi
Tutti i nostri
Autori
La tua
Homepage
su Club.it