Racconto premiato di Francesca Romana Bonzanin


Con questo racconto è risultata 1^ classificata nella X Edizione del Premio di Scrittura Creativa Lella Razza 2014 – Sezione narrativa


La forza del vetro

Il vetro è la materia che trasporta i miei sogni.
Conduce pensieri, esperienze, emozioni, speranze, fallimenti e conquiste, cattura la luce e la trasforma, la rende più bella, trasforma il colore in bagliore, lo sfuma, lo fonde con l’occhio e avvolge ogni cosa.
È la sostanza di cui sono fatta, trasparente.
Ha forza il vetro, è tagliente, pericoloso ma anche tanto effimero: si incrina, si scheggia, si adombra. È così facile ridurlo in mille pezzi. Basta una sbadataggine, un urto involontario, uno scontro, basta che ti scivoli dalle mani. Basta un piccolo gesto indifferente.
Mi espone questa essenza difficile, sembra di portare un’etichetta attaccata all’esistenza: FRAGILE, monito che ammalia e attira, riflette e respinge, incanta e impaurisce. La mia anima in bilico è da MANEGGIARE CON CAUTELA. La mia flebile lastra interiore, che non sopporta sguardi e impronte, tocca ogni cosa di lontano, rifrange luce tutt’intorno e sta ferma a pensare.

Tutti gli uomini che ho conosciuto avevano un non so che di strano, nell’alito, nello sguardo, nel profondo. Ripensandoci, mi sembra di ricordare l’odore amaro dei pensieri che mi circondava, quando osavo respirare in loro presenza, un brivido inconscio che si annidava nell’anima di chi percepisce, ma non vuole essere. Si rifiuta di essere, immersa nella paura torbida, opalina, soffiata ad arte dall’insicurezza appiccicosa, liquida della vita, dritta nelle narici e fino ai pensieri e poi giù nei polmoni, avvolta ai timori ancestrali e alla fragilità umana, all’incertezza che segue la caducità.
Tutti gli uomini che mi hanno amata mi guardavano con occhi terribili, iridi che riflettevano immagini di una donna inesistente, personificazione di tutte le insicurezze, modello perfetto, irraggiungibile, idealizzato, che mi ostinavo a voler raggiungere, a cui desideravo assomigliare con tutte le mie forze. E più cercavo di dimenticare quella donna di vetro, più mescolavo la mia anima frangibile con liquide molecole vuote, più mi irrigidivo in ciò che ogni uomo cercava in me, più correvo dietro all’illusione, tanto più mi perdevo negli abissi della personalità, non mi trovavo, mi confondevo. Mi dimenticavo di me.
Di tutti gli uomini che mi hanno avuta, non uno ha amato me. Nessuno mi conosceva, nessuno mi amava. Sentirsi persa in un labirinto siliceo di timori infondati, sussurri trasparenti, riflessi distorti ostruisce le narici, i sensi, l’istinto. Compiacere, uniformarsi, annullarsi, vivere nell’attesa di una carezza, di un complimento, di un bacio. Non vivere. Avere paura, paura dell’abbandono, è come vedere attraverso una lente contorta che distorce ogni prospettiva.

Finché ho sposato te.
Mi hai scelta, mi abbracciavi, mi tenevi stretta a te, mi proteggevi dallo sguardo del mondo. Finalmente l’uomo giusto con cui dividere la vita, un futuro senza bordi affilati, sbeccati, senza incisioni o lesioni, un avvenire senza scalfitture. Una speranza.
E invece ho passato ore in attesa, ore e ore, bramando e temendo il tuo ritorno a casa. Giorni in attesa, settimane in attesa, mesi in attesa, anni sospesa. Sospesa nel panico cristallino del silenzio, scandito dal vuoto ticchettio del tempo: tra schiaffi o pugni, schiaffi e pugni, calci e insulti, contusioni e improperi, insulti o fratture, calci o parole laceranti; tra schiaffi pugni calci insulti contusioni improperi e ancora insulti fratture calci parole laceranti; e ancora, e ancora, e ancora.
Urla senza eco. Non è permesso piangere, gridare, confidare, cercare aiuto, farsi curare, scappare. E morire?
Di una palude vitrea si abbevera ogni respiro, sprofonda nella trasparenza immobile della violenza. Tanto trasparente da sembrare vuota, tanto trasparente da non essere vista, da cancellare suono e tempo, spazio e materia.
La bottiglia che mi contiene è ancora sigillata da un tappo di timore, che mi schiaccia, mi imprigiona, mi tiene sotto vuoto, mi toglie all’aria.
Bella, buona, perfetta casalinga, madre e moglie esemplare, altruista, generosa, sincera, mite, colta, brillante, umile, modesta, attraente, sofisticata, sempre un passo dietro al marito, in ombra, al centro della scena solo per farlo invidiare. Un trofeo di caccia di cui pavoneggiarsi, da esporre in vetrina.
Sotto alla vitrea superficie sono ben diversa: imperfetta. Sbagliata, arrabbiata, furente, insoddisfatta, indignata, simulatrice, mai sincera, sempre in silenzio, urlante, aggressiva, sola, impaurita, terrorizzata. Umiliata. Usata.
E il rifiuto basta a ricacciare tutto dentro, bastano due lettere dirompenti, capaci di occultare sangue e fasciature, sensi di colpa e infiniti silenzi sotto a una maschera opalescente di normalità.
Certi giorni, con i lividi nascosti sotto al maglione, riesco a sorridere solo a te. Lo specchio sembra rifiutare la mia immagine, il mondo sembra essersi dimenticato di me e vago senza meta per la prigione che è sempre stata la nostra casa. Dolore e umiliazione sono niente di fronte al mancato riflesso di me stessa, al cospetto dell’olezzo vetrigno che mi circonda, rinchiusa in una teca da cui non oso più uscire, di cui non ho mai posseduto la chiave.
Ossessione per il tuo ritorno, terrore che tu possa interessarti ad altro nel mondo, meglio di me, sicuramente meglio, più di me, oltre: io non sento niente senza te, non desidero esistere fuori di te.
Non sono mai stata la tua donna ideale, quella da cercare, da tenersi stretta al fianco, da esporre senza ritegno, che brilla nella tua luce, che sa stare in silenzio e sorridere.
Ti deludo. Ti costringo a darmi una lezione, mi devi riportare all’ordine. Mi devi ricordare chi è che comanda.
Senza te non sarei niente, non varrei niente, non avrei neanche il diritto di respirare, di mangiare. Non me lo sono guadagnato, sono un’incapace, non sono in grado di realizzare neanche il tuo più piccolo desiderio. Non dico mai una frase giusta, non sistemo mai le camicie come tu desideri, compro le banane troppo mature o acerbe, sbaglio a sorridere al postino o a non civettare con il tuo capo.
Che moglie sono? Cosa faccio tutto il giorno mentre tu ti spacchi la schiena?
Le cicatrici le merito tutte, il tuo disprezzo anche.

Alla fine, ti sei dovuto rendere conto anche tu che sono inerte, non valgo niente. Hai aperto gli occhi e mi hai vista per quella che sono: una donna. Emotiva, spaurita, fragile, una donna di vetro incrinato. Una donna qualunque.
Non sono io la donna giusta per te, il tuo amore per me è sprecato, non sai neppure come hai fatto a perdere tanto tempo con me, con una nullità. Amorfa.
Non sono stata in grado neanche di darti un figlio, sterile, vuota, arida, meschina, inetta. Non vuoi avere più niente a che fare con me, non hai più intenzione di vedermi, di parlarmi, di baciarmi.
Di picchiarmi.
Ce ne sono milioni meglio di me, aspettano solo te. Non ti importa più se sono viva o morta.
Mi hai abbandonata sul ciglio della strada. Prima mi hai rotto il naso però.
Le mie cose le butterai tutte. Nessuno le vorrebbe, nessuno vorrebbe me. Uno scarto.
Sopra le tue urla il rombo del motore, un nuovo odore, il mio riflesso ondeggia nel finestrino, il mio profumo. Sei già lontano, il tuo non soffoca più.
Temprata dalla corrosione acida della violenza, sei volte più resistente di prima, capace, viva, splendente: è la forza del vetro. Di essere fragile dubito: sanguino, ma respiro ancora. Non sono io, il rifiuto sei tu.
E te ne sei andato per sempre.
GRAZIE.



Torna alla homepage dell'autore

Il Club degli Autori - Concorsi Letterari - Montedit - Consigli Editoriali - Il Club dei Poeti
Chi siamo
La Rivista
La voce degli Autori
Tutti i nostri Autori
Per iscriversi
ClubNews
Il notiziario gratuito
Ultimi inserimenti
Homepage
Avvenimenti
Novità & Dintorni
i Concorsi
Letterari
del Club degli autori
Le Antologie
dei Concorsi
del Club degli autori
Contatti