La vita oltre la scena

di

Elisa Barone


Elisa Barone - La vita oltre la scena
Collana "Le Schegge d'Oro" - I libri dei Premi - Narrativa
14x20,5 - pp. 230 - Euro 14,00
ISBN 978-88-6587-0778

Clicca qui per acquistare questo libro

Vai alla pagina degli eventi relativi a questo Autore


In copertina: “Vertical old fashioned elegant theater stage” © Katrina Brown – Fotolia.com

all’interno: fotografie dell’autrice


Pubblicazione realizzata con il contributo de IL CLUB degli autori per il conseguimento del 1° premio
nel concorso letterario Il Club degli autori 2007-2008 Trofeo Umberto Montefameglio


Prefazione

“La vita oltre la scena”, opera di Elisa Barone, comprende tre romanzi che, pur con caratteristiche proprie, riproducono l’universo d’emozioni d’una “visione al femminile” relativa alle diverse dinamiche ed esperienze esistenziali delle protagoniste delle storie raccontate e, grazie ad una scrittura ammaliante ed avvolgente, si miscelano ed intersecano in vari momenti narrativi, in numerosi riferimenti alle condizioni e situazioni vissute.
Il teatro di queste storie, che risultano “più vere del vero”, nonostante la creatività letteraria dell’Autrice, è la vita stessa. La vita che è “capace di schiacciarci come una lattina vuota” scriveva Saul Bellow; quella vita che può toglierci tutto dopo aver fatto toccare il cielo, che può regalare gioia immensa dopo aver illuso, che riesce ad annientare la voglia di vivere e, allo stesso tempo, ci tiene attaccati ad essa fino all’ultimo respiro.
La fertilità narrativa di Elisa Barone mette in luce la sua facilità nel riprodurre realtà che sembrano vissute “veramente” pur non trovandoci di fronte ad opere autobiografiche; e l’efficacia delle sue rappresentazioni diventa spettacolo esistenziale al quale assistere, fino a credere, fermamente, di trovarsi davanti al reale dispiegarsi di vicende che penetrano nelle zone più segrete e sensibili dell’animo umano, nelle pieghe dei giorni d’una vita simbolica d’una donna qualunque.
Ecco allora che “il profumo delle rose gialle” incarna lo struggente ricordo legato ad una meravigliosa e, allo stesso tempo, sofferta storia d’amore; poi, il dolore d’una donna per la perdita del figlio che implica il dramma interiore ed il rapporto complesso con la figlia che ritroviamo nel “romanzo che non c’è” con le varie implicazioni che comporta il faticoso cammino che deve essere intrapreso; ed infine, “la camicia a fiori” del terzo romanzo, rappresenta il sogno autentico d’un figlio che risulterà illusorio dopo essere stato soffocato per tutta la vita proprio dalla persona che doveva amarlo di più.
Queste tre condizioni esistenziali vengono plasmate in altrettante visioni letterarie, che diventano, pagina dopo pagina, sostanza stessa della narrazione, primigenia fonte che regala la vita alle opere, al di sopra di ciò che succede, oltre il normale vivere, assurgendo a simboli di vita: il sogno che conduce al desiderio di essere se stessi come succede al povero Filippo, che deve fare i conti per tutta la sua vita con le imposizioni e le costrizioni psicologiche d’una madre possessiva; e, ancor più emblematicamente, come nel caso dell’amore immenso di una donna per la figlia adottiva che si rivelerà davvero malvagia ma ciò non intaccherà l’infinito amore che la madre ha sempre nutrito per lei, fino alla fine dei suoi giorni.
Si può parlare di azioni liberatorie per sfuggire ad un amore opprimente e castrante, di atti salvifici, di gesti d’amore offerti senza chiedere nulla in cambio, fino ad immolarsi per amore nei confronti di una figlia, del proprio uomo o di un sogno.
La forza narrativa di Elisa Barone deflagra in ogni pagina, ne esalta le dinamiche, illumina le vicende, i ricordi, le suggestioni, i sogni infranti e le amare illusioni. Con la sua scrittura intensa e vibrante, fissa, in modo limpido, le caratteristiche dei vari protagonisti, fino a condurre nel cuore pulsante dell’autentico enigma della vita: non vi sono domande né risposte ma semplicemente il “tempo della vita” in questa commedia umana che merita di essere recitata bene.
Elisa Barone accompagna, in modo delicato ed avvolgente, nel susseguirsi degli eventi sempre utilizzando toni pacati ed alimentando le policromie delle osservazioni e delle rappresentazioni come perfetta ideatrice-autrice del viaggio d’ogni essere umano e, nelle narrazioni, riesce a sorprendere, a rendere vivi e pulsanti l’amore ed il dolore, la cruda realtà ed il sogno, la sofferenza ed il desiderio di pace interiore.
L’alchimia narrativa di Elisa Barone precede l’intenzione e la determina, la inserisce in un percorso già studiato e valutato nei minimi dettagli, la innalza a paradigma della figura d’una Donna simbolo che, con le sue fragilità e con i suoi difetti, è comunque sempre al centro della vita, dimostrando, in ogni momento, la forza del suo influsso, l’energia della sua influenza e, al contempo, la necessità vitale d’amore, il bisogno inderogabile di “sentirsi amata” e la volontà di offrire tutto l’amore possibile, disposta anche a soffrire pene indicibili, dolori laceranti, sofferenze ed incomprensioni: eppure, mai dimentica la sua natura, la sua intima essenza, nel bene e nel male.
La vita diventa letteratura, narrazione del proprio sé, indagine nel vortice delle emozioni, condivisione delle innumerevoli manifestazioni del vivere.

Massimo Barile


La vita oltre la scena


Ai miei familiari, anche a quelli che non ci sono più: io li ho amati tutti eppure, talvolta, il vento, quel vento forte ed ostile ha portato via tante parole, tanti momenti, tanto di me, impedendo la vita che avrebbe potuto essere.


IL PROFUMO
DELLE ROSE GIALLE


Racconto primo classificato, sezione speciale narrativa d’autore, al concorso «Ssss, silenzio, parla la voce del cuore», Accademia F. Petrarca, 2009.


Talvolta la vita, a nostra insaputa, scrive pagine che noi potremmo non leggere mai…


CAPITOLO I

Le imposte semichiuse tentavano di sbarrare la calura di quel pomeriggio di fine luglio; Flora guardava la strada deserta, al di là del parco, in attesa della vettura.
Aveva preferito aspettare il taxi stando a casa, anche perché, se lo avesse aspettato avanti al cancello, avrebbe dovuto arginare le domande della vecchia custode della villa, sicuramente incuriosita dal fatto che Flora alle 15 di quel torrido pomeriggio aspettava un taxi.
Intanto l’auto sopraggiunse e Flora in maniera lesta e precisa, afferrò la borsetta e, prima di uscire dalla porta, sistemò l’abito di seta color pervinca e guardò le labbra colorate di rosa chiaro, come sempre.
Non amava più guardare la sua immagine e, in particolare, non amava lo sfondo grigio dell’iride, che, col tempo, sostituiva l’azzurro che prima c’era stato, sbiadendolo.
Del resto non amava più niente come una volta: quando il tempo prima di morire si accorcia di giorno in giorno, sempre più, tutto perde di significato e, anche i sentimenti stentano ad entrare nel cuore che si restringe come il tempo che rimane.
«Vado in via Tasso 18» disse all’autista «Ho un appuntamento alle 15,30, arriveremo?» «Sicuramente» la tranquillizzò l’autista mentre procedeva per le strade vuote e silenziose.
Napoli era bella a tutte le ore, ma nei rari momenti senza traffico, somigliava alla città di tanti e tanti anni prima quando, finita la guerra, nei giovani era ripresa la voglia di sognare, di vivere, di amare.
Sulla via Caracciolo c’erano ancora le rotaie del tram e di lì a poco l’auto sarebbe passata avanti al bar Vittoria, vicino alla fermata di Chiaia e lei avrebbe visto l’immagine di Vinicio seduto al tavolino.
Lo avrebbe rivisto come era il primo giorno, quando lei scese dal tram quel lunedì di maggio.
Ecco il giovane che vestito di bianco in quel pomeriggio di primavera le sorrideva facendosi ammirare mentre la guardava estasiato.

Nei films di quegli anni le storie d’amore erano intense, i protagonisti belli e giovani e la vita non distruggeva mai l’amore vero.
L’incontro con Vinicio non era la scena di un film e non era in bianco e nero; lui esisteva veramente e c’erano tutti i colori, però si amarono subito, al primo sguardo, come nei film di quegli anni.

Il lunedì seguente lei scese dal tram alla stessa ora, lui era ancora a quel tavolo e si alzò per andare verso di lei.
«Mi chiamo Vinicio Di Matteo, mi consente di conoscerla?». Lui disse con fare garbato e rassicurante «Mi chiamo Flora Donati, sto andando a lezione di pittura e sono un po’ in ritardo». Lei rispose subito ostentando quel distacco nei confronti degli uomini imposto dai mille consigli materni. Ma il giovane non ne fu intimidito ed incalzò «In che tipo di pittura si cimenta? Come può essere capitato anche questo? Io insegno all’accademia di belle arti, sono critico d’arte e scrivo su alcune testate nazionali.
Il suo maestro saprà perdonare se passerà qualche ora con me, di fronte a questo mare».
Flora sorrise e la sua meravigliosa storia d’amore iniziava con la dolcezza di quegli occhi scuri in quel tepore di maggio.
Tornò a casa alla solita ora e col solito tram e, quando ne fu scesa, cominciò a correre come se la felicità di quel momento dei suoi vent’anni, fosse un motore che trainava il suo corpo slanciato.
Giunta al cancello, cominciò a scampanellare e i suoi due fratelli più piccoli, Lucio e Sandro, che giocavano a pallone, aprirono e la videro volare dentro casa senza che si fermasse, come al solito, nel roseto dove lei stessa coltivava rose gialle. Disse a gran voce: «Mamma, mamma, Dora, Enrica, dove siete, venite!».
Elena, la madre lasciò il ricamo e le sorelle lasciarono i libri sul tavolo e accorsero: erano allarmate e stupite di fronte al volto sognante ed ilare di Flora.
La madre guardò gli occhi della sua prima figlia e comprese subito che tanta felicità, poteva arrivare solo da un amore appena nato.
Contenne la gioia che pure stava provando, nello schema imposto dal ruolo di madre che deve opporre prudenza e seriosità a quella voglia di volare che ogni donna compresa se stessa, sente prepotente in certi istanti della vita.
Intanto strinse a sé Flora che l’abbracciava mentre saltellava e diceva: «Vuole rivedermi, voglio rivederlo, ci incontreremo domani avanti all’Università, dimmi di sì mammina, dimmi di sì».


CAPITOLO II

L’auto arrivò avanti al cancello n. 18 e si introdusse nel parco fino al portone.
Flora scese avvertendo un sentimento desolato e complesso, fatto di amarezza, tristezza, delusione che, però non scalfiva minimamente la sua determinazione, il suo progetto minuzioso e preciso.
Salì i gradini dell’unico piano della casa, lesse il nome davanti alla porta “Dr. ANTONIO PIRONTI” bussò e girò la maniglia sotto la targhetta con su scritto “AVANTI”;
Si introdusse, salutò la ragazza seduta dietro la scrivania.
La ragazza si alzò, facendola accomodare nella sala d’attesa.
Flora sedette sulla panca di quattro posti, tutti vuoti.
L’anticamera era in penombra, i suoi occhi si abbassarono sulla luce del diamante che per oltre mezzo secolo aveva brillato sull’anulare della sua mano sinistra.
Si sarebbe presto disfatta anche di quello pur di non lasciarlo in eredità.
Ogni cosa si può abbandonare quando si vuole: rimane, però, il ricordo legato alle cose e, a certi istanti lontani.
Flora rivide Vinicio con il piccolo astuccio blu fra le mani, mentre glielo porgeva dicendole: «Amore mio».
Si sposarono nella primavera seguente a quella in cui si erano conosciuti.
Lei aveva lasciato l’Università preferendo credere, alle parole di lui «Sei un’artista Flora devi dipingere perché sai dare forma e colore a tutto ciò che provi».
I primi successi le fecero capire che la sua strada era l’arte pittorica con lui sempre accanto.
A volte aveva paura di tanta felicità di quel sublime appartenersi ed intendersi in un mondo fatto di arte, di artisti, di mostre, di mondanità.
Era bello ritrovarsi dopo i viaggi di Vinicio, era grande la gioia di riabbracciarsi e raccontarsi ogni cosa.
A Flora venne avanti agli occhi l’immagine di loro due a Parigi nel capodanno del Cinquanta quando lei aveva esposto dei quadri in un’importante mostra.
Aveva sempre gelosamente custodito la foto scattata avanti al negozio di Cartier.
Non c’erano i colori su quella foto ma lei ricordava molto bene l’azzurro dei propri occhi, il biondo dei capelli, il bianco della lunga pelliccia che contrastava con il nero paltò di lui; Flora ne ricordava gli occhi scuri ed ardenti che infuocavano il volto deciso eppur dolce.
Era bello Vinicio, era bello l’amore con lui, era bello vivere ed averlo accanto.
Dopo tre anni dalle nozze Flora rimase incinta: nove mesi di attesa furono meravigliosi perché lei conservò a lungo il suo corpo slanciato e sinuoso e non ebbe il benché minimo malessere che le potesse impedire la splendida vita di coppia.
La sera, distesi sul letto, parlavano del bambino, ne immaginavano gli occhi, i capelli, la voce.
Vinicio avrebbe voluto una femmina con gli occhi di sua moglie.
Invece Flora avrebbe preferito un maschio uguale a Vinicio. Intanto aspettavano l’istante più bello nella vita: il primo incontro col proprio bambino, la scoperta del suo volto, dei suoi occhi, delle sue manine.


CAPITOLO III

Vedeva tutto bianco, non capiva dove fosse, non riconosceva nessuno; sì, forse ricordava qualcosa, una specie di ebbrezza che aveva fatto sparire i dolori lancinanti e l’angoscia dilaniante: la maschera con l’etere premuta contro il viso e poi, più niente; ora era lì, in quel letto bianco come tutto il resto.
Pian, piano capiva, ricordava, cominciava a rendersi conto; le figure si delineavano, riconosceva i volti certo, ora capiva, capiva perché era lì: il parto, il bambino, Vinicio accanto al letto e poi sua madre, le sorelle, tutti vicini, tutti intorno.
Il bambino!… Dov’era? Vinicio prese le sue mani, poi le accarezzò il volto; nessuno sorrideva.
Cosa era avvenuto?
Dov’era il bambino?
Aveva sete, voleva solo bere.
La mamma le bagnò le labbra.
Ora sì che si rendeva conto, aveva avuto un intervento con taglio cesareo dopo un lungo e doloroso travaglio.
Dov’era il bambino?
Perché nessuno parlava di lui?
Cominciò a piangere, prima piano, poi forte, poi a urlare.
Vinicio l’abbracciava e la supplicava di non dimenarsi, sua madre piangeva e anche suo padre ed Enrica e Dora.
Non era un bambino, era una bambina, era morta appena nata.
Vinicio, proprio lui, la persona che più amava al mondo, le stava dicendo ciò che di più orribile può capitare ad una madre.
Non sembrava più lui, lui così alto, così forte e rassicurante stava seduto rannicchiato accanto al letto, piangeva come un bambino sperduto mentre aveva fra le sue mani quelle di sua moglie che si svincolava, urlando.


CAPITOLO IV

Il sole indifferente illuminava e scaldava il grande parco che l’auto di Vinicio percorreva all’interno del grande cancello privato.
C’erano mille colori.
Ogni albero conservava i suoi fiori e ogni aiuola, ogni cespuglio era come un meraviglioso acquarello con voli di farfalle e suoni di uccelli.
Dal roseto che Flora curava personalmente, continuando a coltivare solo rose gialle, un odore forte si diffondeva nell’aria tiepida.
La macchina procedeva lenta fino alla casa.
Vinicio aiutò Flora a scendere e lei, racchiusa dentro le braccia di lui che le cingeva le spalle e la vita, varcava la porta della grande villa, teatro di mille scene del suo matrimonio felice fino a dieci giorni prima.
La madre la seguiva col capo chino e Carmela, la domestica, ancora più dietro era carica di mesti bagagli.
Flora si sedette sul letto e Vinicio prese le sue gambe e le distese.
Poi la coprì con dolcezza con il copriletto di piquet rosa.
Negli ultimi giorni in ospedale Flora non aveva più né pianto, né urlato, muta ed attonita non chiedeva più nulla e nulla più voleva.
Portò le mani al seno: la bianca camicetta sbottonata era umida: Flora cominciava a capire, riprese a piangere, prima sommessamente, poi più forte, poi urlò e lanciò gli indumenti intrisi di latte materno contro il pavimento di legno scuro.
Sua madre stringeva le proprie mani come continuando una lunga preghiera inascoltata e Vinicio piangeva incapace di trovare parole consolatorie.
La vita non riprese subito: lei passava a letto, nel buio della sua camera molte ore durante il giorno.
Non usciva mai, non frequentava più amici, non dipingeva più.
Vedeva solo i suoi familiari e soprattutto la mamma si prendeva cura di lei come quando era una bambina.
Vinicio era comunque il suo legame con una vita che aveva imposto una lunga, dolorosa pausa, ma che non voleva finire tanto che le faceva comunque ancora amare Vinicio in maniera forte e totale.
Pian, piano, suo malgrado, Flora ricominciò a vivere, accompagnata passo passo da lui che la teneva stretta per mano senza lasciarla mai.
A un dolore immenso può seguire un malessere che va ad instaurarsi in un punto dell’animo talmente profondo che mai nessuno vi potrà penetrare né mai potrà accorgersi che quel malessere ha bucato l’animo.
Quando Flora riprese a vivere il suo animo era bucato, ma neanche gli occhi di chi l’amava potevano arrivare fin laggiù. Poi, un giorno, Flora decise di riprendere a dipingere: quando finì il primo quadro Vinicio l’abbracciò fortemente e commosso, e vide la tela colorata di verde e di lillà attraverso il velo delle sue lacrime.
Come al solito per lei diventava anche bambino, rimanendo però l’uomo forte a cui Flora aveva consegnato la sua vita.


CAPITOLO V

Passarono gli anni: il ricordo del dramma non impediva a Flora ed a Vinicio di vivere la loro vita privilegiata da un amore meraviglioso e da una passione continua.
C’erano, però, a volte dei lunghi silenzi in cui Flora si rifugiava e che la estraniavano da tutti, anche da Vinicio. Lui scrutava, in quei momenti, lo sguardo assorto e quasi distaccato di Flora provando un senso di impotenza e di struggente rammarico.
Un giorno Vinicio incontrò per caso una sua cara collega dell’Università.
Avvenne mentre andava nel bar di via Caracciolo dove si trovava anni prima quando aveva scorto Flora che scendeva dal tram.
Mercedes Pisani, elegante come sempre, ne usciva frettolosa ed altera, ma quando riconobbe Vinicio non ebbe più fretta e gli sorrise con la simpatia che lui le aveva sempre fatto provare.
Vinicio le sorrise e cominciarono a parlare; fu così che Vinicio venne a sapere che la sua vecchia amica dirigeva un brefotrofio sito sulla collina dei Camaldoli.
Lui le raccontò tutto del suo amore, del suo matrimonio e dei giorni drammatici; proprio a lei confidò che sua moglie aveva anche subito, quando i medici erano intervenuti col taglio cesareo, l’asportazione di un’ovaia e che difficilmente avrebbe potuto avere altri figli.
Fu a quel punto che Mercedes gli disse di passare al brefotrofio a vedere tanti piccoli esseri abbandonati o orfani e di considerare la possibilità di un’adozione.
Vinicio pensò tutta la notte al suo incontro con Mercedes e l’indomani le telefonò perché voleva che Flora, dopo tanti anni, potesse superare fino in fondo il suo dramma stringendo a sé una piccola creatura.
Mercedes riuscì a fornire ogni informazione e ad indirizzarlo presso un legale che avrebbe curato ogni dettaglio per consentire l’adozione.
Solo a quel punto Vinicio iniziò a parlarne a Flora e lei, incredula e rapita, si risvegliò come da un lungo torpore, da un sonno senza respiro, ritornando da un viaggio lungo e buio.
L’azzurro degli occhi non aveva più quel velo grigio che aveva incupito lo sguardo di Flora durante gli ultimi anni, sul volto giovane ricomparve la luce bianca del sorriso e mentre Vinicio stringeva contro il suo cuore il petto di lei, ne sentiva i battiti veloci per l’emozione e la gioia.
Non conoscevano il bambino o la bambina che avrebbero ulteriormente cementato le loro vite l’una all’altra, non avevano visto i tratti del viso né i colori, non avevano sentito la vocina e il pianto, né toccato le manine, eppure già l’amavano e sapevano che i grandi spazi della loro villa sarebbero stati riempiti dal piccolo essere che avrebbe trasformato in gioia tutto il dolore vissuto.
Vinicio e Flora avevano poi fatto visita al brefotrofio: l’idea che una piccola parte di quel doloroso mondo abbandonato sarebbe diventata gioia e amore li emozionò profondamente.
Dopo un anno la notizia: avrebbero avuto una bambina di soli venti giorni.
L’incontro avvenne alle 11 del mattino di un giorno di fine aprile.
C’era il sole.
Flora era colorata con tinte pastello come quelle dei suoi quadri: il giallo dei capelli, l’azzurro degli occhi, il rosa del tailleur Chanel illuminato da catenelle dorate, rendevano radiosa l’immagine già di per sé bellissima.
Nel grande salone Vinicio stringeva la mano di sua moglie.
Mercedes era con loro e sorrideva.
Udirono dei passi leggeri, la porta si aprì, una piccola suora aveva fra le braccia una copertina rosa a quadroni gialli.
La copertina era avvolta e sembrava un piccolo fagotto.

Non si vedeva nulla della bambina mentre la suora entrava; solo quando la suora si avvicinò, Vinicio e Flora scorsero il viso meraviglioso della bimba e le sue manine bianche.
La suora consegnò subito e direttamente a Flora l’involucro rosa a quadri gialli.
Il cuore di Flora batteva forte: lei avvicinò l’esserino avvolto nella copertina al suo petto.
Il caldo del corpicino la invase tutta: fu subito amore, amore, amore.
Rapita guardò la piccola Sara e disse, forse più a se stessa che alla piccola: «Amore mio per sempre».

[continua]


Se sei interessato a leggere l'intera Opera e desideri acquistarla clicca qui

Torna alla homepage dell'Autore

Il Club degli Autori - Concorsi Letterari - Montedit - Consigli Editoriali - Il Club dei Poeti
Chi siamo
La Rivista
La voce degli Autori
Tutti i nostri Autori
Per iscriversi
ClubNews
Il notiziario gratuito
Ultimi inserimenti
Homepage
Per pubblicare
il tuo 
Libro
nel cassetto
Per Acquistare
questo libro
Il Catalogo
Montedit
Pubblicizzare
il tuo Libro
su queste pagine