Quando i larici si coprono d’oro

di

Domenico Livoti


Domenico Livoti - Quando i larici si coprono d’oro
Collana "Le Schegge d'Oro" - I libri dei Premi - Narrativa
14x20,5 - pp. 64 - Euro 6,80
ISBN 978-88-6037-7463

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In copertina fotografia di Alice Giampedraglia


Pubblicazione realizzata con il contributo de IL CLUB degli autori in quanto l’autore è 1° classificato nel concorso letterario La Montagna Valle Spluga 2008


Prologo

Le cose succedono e noi ci siamo dentro con l’anima e col corpo.
E capita anche che scopriamo di essere a volte ricoperti d’oro, come i larici in autunno, per quel magnifico dono che è la vita
Poi, al primo soffio di vento, quella polvere d’oro viene portata via e ci si ritrova spogli e nudi davanti allo scorrere del tempo.
Non resta allora che aspettare una nuova Primavera.


Quei graffi d’oro
che splendono tra gli abeti
sono un avvertimento per un cuore
che teme l’inverno dei pensieri.
Artigliano l’immaginazione
tra le fragili follie dei colori autunnali
e creano l’angoscia del distacco.

Quando cadrà la foglia rinsecchita
portata via dal vento dei ricordi?


Quando i larici si coprono d’oro

Affrettati!
Se no, non vedrai
brillare al sole
l’oro antico dei larici
negli ultimi sussulti di Novembre!

Affrettati!
Già si fonde nel fulgore della neve
la gialla patina
di nobiltà antica
di un bosco che si annullerà
sotto il bianco manto dell’inverno.

Affrettati!
Sono queste le cose buone del mondo!
Le ricchezze che si accumulano sul cuore
per render lieve lo Spirito immortale!


Autostop

C’era una volta un pollice sollevato, al bordo delle strade del mondo.
E la distanza veniva annullata da una complessa rete di complicità gioiosa che ammantava gli anni Sessanta e in parte i Settanta.
Era un modo di vivere “on the road”!
Il mondo era giovane allora e le auto si fermavano per portarti a Capo Nord o a Bombay.
L’entusiasmo era contagioso e i giovani erano fiori incoscienti che stavano scoprendo se stessi e purtroppo poi anche le storture, le ingiustizie e le esagerazioni.
Il ricordo della guerra era ancora troppo vivo e si aveva voglia di regalare un’opportunità, senza diffidenze e pregiudizi.
Così era bello viaggiare con uno zaino e una chitarra.
Negli anni Ottanta, come dice una canzone di Lucio Dalla, si è perduto tutto!
Svanirono le belle prospettive e gli entusiasmi.
I maniaci uscirono allo scoperto e la libertà personale divenne una difficile conquista.
Non ci si fermò più per ascoltare le risate e le canzoni dei giovani, scorridori delle vie del pianeta.
Si guardò con diffidenza a tutti coloro che alzavano il pollice.
Sarà un drogato? Un maniaco? Un ladro? Un violentatore? Un terrorista?
Si cercano i loro occhi sul limitare delle strade e non si coglie più la luce dell’innocenza.
La bella favola era finita.

Perché dico questo?
Perché nel giugno del 2000, tornando da Colico, sul lago di Como, stavo proprio rimuginando questi pensieri.
Chiavenna era sotto shock per quello che era successo, e per arrivare alla verità erano intervenuti persino i RIS di Parma.
Addirittura, correvano voci che sarebbero state visionate le fotografie del satellite su quella maledetta sera ai crotti Poiatengo.
Era il tempo delle chiacchiere e la gente continuava a intrecciare sensazioni, notizie sussurrate a mezza bocca, scenari improbabili e ipotesi surreali.

Ed ecco sulla strada due belle ragazze con i pollici sollevati.
Non credo ai miei occhi, sprazzi di ricordi nostalgici mi lampeggiano nella testa e mi viene spontaneo fermarmi.
– Va a Chiavenna? Può darci un passaggio? –
– Certo! Salite pure! –
Due belle ragazze si prendono volentieri a bordo.
– C’è stato un tempo in cui era possibile viaggiare per il mondo con il pollice in alto! – mi sento spinto a dire – Lo sapevate? Poi è arrivata la paura e il mondo intero ha perso l’opportunità di essere traversato dai rivoli interminabili, curiosi, e spesso avidi, formati dai giovani con lo zaino in spalla! –
Sto parlando difficile?
Osservo i volti delle ragazze nello specchietto retrovisore.
Lo so, si guardano e non dicono niente.
– Erano i mitici anni Sessanta! Quando si poteva girare il mondo con solo un sogno nelle tasche! –
Mi è facile instaurare un simpatico rapporto con la gente, la parola scorre fluida e cerco sempre di sdrammatizzare ogni situazione.
– Ragazze, potete fidarvi di me! Non sono un maniaco, che imbarca fanciulle dalle strade per violentarle e gettarle poi in un fosso! Non vi preoccupate! –
Cos’era quello sguardo complice?
– Non si preoccupi lei! Non abbiamo paura! Altrimenti non chiedevamo un passaggio! E poi siamo capaci di difenderci!
Con i tempi che corrono! –
Non so più cosa dire.
Penso che veramente non si può tornare indietro.
Le atmosfere cambiano, l’epoca è diversa e i ricordi sono solo foto e chiacchiere da esibire.
C’era una volta e basta.
È un po’ triste, ma è così.

Il viaggio verso Chiavenna continua in un silenzio strano.
Le ragazze non parlano.
Le ragazze non hanno più la chitarra.
Le ragazze non hanno più fiori tra i capelli.
Le ragazze conoscono le arti marziali.
L’autostop non è più un’avventura romantica.
È un servizio gratuito, quando si ha voglia di farlo.
Mi fermo in piazza e loro due scendono.
– Grazie! Arrivederci! –
– Di niente! Arrivederci! –
Come facevo a sapere che insieme a una loro amica, nella notte del 6/6 avevano accoltellato a morte con 6-6-6 pugnalate, per un rito satanico, una povera e fiduciosa suora?
Quando lessi sul giornale la notizia e vidi le foto, un brivido mi corse giù lungo la schiena.
È proprio vero: ormai impera solo l’imprevedibilità e l’anarchia!
Le fiabe son finite.
Non c’è più “C’era una volta!”


Lo specchio

C’era una volta una ragazza che amava gli specchi alla follia.
Era capace di stare ore e ore davanti allo specchio del bagno per ritoccare il suo colorito e la linea delle sopracciglia, per accentuare il profilo delle labbra o per allungare ad arte le ciglia col mascara. Poi strizzava un occhio a quella lastra trasparente e volava via come un uccellino che aveva finalmente trovato aperta la porticina della gabbia.
Ma non era solo il maquillage del viso a trattenerla davanti agli specchi.
C’erano le camicette, le magliette, gli strappi sui jeans foderati con pezzi di calze variopinte.
E c’erano le stringhe che erano il suo paradiso. Stringone sgargianti che seppellivano le scarpe. Dai bordi strappati dei pantaloni dovevano emergere solo loro, per dare un tocco di eccentricità a quelle estremità che troppo spesso cercavano una posizione angolata un po’ cascante e mascolina.
C’erano poi le sciarpe, di seta, di cotone, di lana, tessute in Cina, in Giappone o a pochi chilometri di distanza da casa sua e che andavano a finire in tutti gli angoli del mondo.
Insomma lì davanti allo specchio lei si aggiustava tutte le sue piume e poi rivolava via.
Tra gli specchi di casa sua ce n’era però uno che era il suo preferito: si trovava nell’entrata, proprio poco prima della porta di casa, per l’ultima ritoccatina, per l’ultimo volante controllo.
Di “lui” si fidava, perché aveva un’aria allo stesso tempo seria, elegante e civettuola.
E poi doveva conoscere le esigenze delle ragazze della sua età.
Suo padre lo aveva ricavato da un vecchio comò della Belle Epoque e lo aveva fatto incorniciare con una sobria cornice argentata che faceva risaltare quei ghirigori floreali stile Liberty.
Inoltre era lievemente fumè, e l’immagine era più calda, più rilassata e più profonda.
Era riposante specchiarsi là dentro.
Gli specchi non sono tutti uguali.
Quelli dei negozi di abbigliamento, bombardati dalla luce sfacciata dei neon, trovavano sempre qualcosa che non andava nella tua immagine. Quelli delle cabine di prova erano invece più discreti, le luci erano più soffuse, e i vestiti sembravano perfetti.
Mentre sorseggiavi un caffè in un bar, un ritocco era sempre possibile sugli specchi dei locali e un sorriso di apprezzamento potevi anche concedertelo.
Lei odiava gli specchi dei FAST FOOD per il troppo di tutto: luce, gente, fretta, confusione, cibo. Era come se quel tutto venisse frullato in un grande meccanismo e gettato in pasto al popolo bue. Anche l’immagine veniva risucchiata da quegli ingranaggi mostruosi e non sapevi più chi eri, dov’eri, perché eri lì.
Gli specchi dei saloni di bellezza o delle parrucchiere erano più invitanti. Si avvicinavano al concetto della perfezione, perché potevi illuderti di vederti così come veramente eri.
Erano però anche specchi petulanti, pettegoli e forse neanche di essi ci si poteva fidare.
Il suo specchio Belle Epoque era tutta un’altra cosa.
Nell’atmosfera natalizia, agghindato con nastri e campanellini, era un’oasi di pace e di serenità.
Lei si arricciava i capelli come tante ondine capricciose di un mare sempre in fermento o se li lisciava in spessi spaghetti neri alle seppie.
Ah, gli specchi! Cosa sarebbe la vita senza di loro!
Quando passeggiava per via Dolzino a farsi, come si dice a Chiavenna, una “vasca”, era tutta una sbirciatina nei vetri dei negozi e dei bar che incontrava.
Ognuno di essi riceveva da lei una silenziosa e volante valutazione.
“I vetri dell’Edicola Paiarola? Sì, più che sufficienti! Tra un titolo e l’altro di un libro, posso dire di intravedere una figurina piacente e filante.
Al bar Centrale mi piacerebbe specchiarmi, però c’è sempre troppa gente seduta ai tavolini fuori che rischia di scambiare i miei sguardi per strizzatine di occhi, e allora faccio finta di niente e volo via: senza classificazione.
In quelli dello studio fotografico riesco a darmi una sistematina: il mio passo si era fatto pesante e poco elegante. I pantaloni stavano cascando un po’ troppo sotto l’ombelico. Ecco, così va bene! Sette.
Alla Merceria di Rachele sì che riesco con più calma a darmi una lunga ripassata, e so così come mi vedono gli altri. Otto.
Al bar Dolzino riesco di più a specchiarmi glissando sugli sguardi curiosi o di apprezzamento dei soliti affezionati. Passabile.
I vetri della Banca sono impossibili con quelle sbarre mostruose di ferro. Non si riesce a cogliere nessun particolare, e allora via.
Le vetrine del Faggio e dei Tedoldi Casalinghi riescono a ridarmi ancora una dimensione più realistica di me. Anzi, magari ne approfitto per guardare qualcosa con più interesse.
Le vetrine della gioielleria potrebbero regalarmi un fascio di luce tra tutti quegli ori e quegli argenti. Ma c’è sempre troppa gente affamata di gioielli e così sfuma la mia lunga voglia di osservarmi ancora.
Non so se l’avete capito, ma il desiderio di entrare nei negozi e comprare qualcosa dipende dalle loro vetrine, anzi dai loro specchi sulla strada.
Io sono fatta così!”
E poi quando tornava a casa non poteva non soffermarsi davanti al suo ammiratore segreto, il suo specchio del cuore, quello che le aveva fatto scoprire la piccola piega che talvolta compariva sul sopracciglio sinistro.
Quando era stanca o un poco stressata la piega risaltava netta e precisa come un avvertimento.
Quando invece era rilassata e felice scompariva e lei faceva fatica a trovare il punto preciso sopra l’occhio. Non c’era più, si era eclissata nel suo inconscio, pronta a scattare come un allarme quando lei ne aveva bisogno.
Ormai la “pieghina” era diventata la sua lettura preferita, il suo oroscopo giornaliero, il monitoraggio del suo stato psicofisico, il relais che faceva accendere le lampadine giuste dentro di lei, sia quando usciva di casa al mattino per andare a scuola, ma anche alla sera quando rientrava dalle sue feste e dai suoi appuntamenti.
C’era, non c’era! Allora bilancio della giornata!
Osservando così da vicino quello specchio, poteva giurare che dentro c’era un’anima.
Platone diceva che nel momento in cui si riesce a scrutare qualcuno nella pupilla allora si è capaci di leggerne anche l’anima.
Suo padre la prendeva in giro e continuava a dirle:
– Prima o poi sarà lo specchio a rubarti l’anima! Attenta, gli abissi osservano. Ma non hanno tanta pazienza. Prima o poi si stancano e ribaltano la situazione! –
Cosa voleva dire?
“E quel Pirandello del professore cosa diceva? Che non saremo mai capaci di vederci come veramente siamo? Dobbiamo sempre fidarci di surrogati di sguardi? No! Che sciocchezze! Gli altri forse, non io, che ho il mio specchio preferito e so che la mia immagine è proprio così.”
E dava un buffetto amoroso allo specchio che le rispondeva con un subitaneo raggio di luce, che forse era solo un riflesso dalla finestra che dava sul giardino…
Un giorno, mentre frugava sulla sua pelle alla ricerca della sua “pieghina” preferita, la fronte sfiorò la superficie dello specchio e la sentì calda e morbida. Le parve di cogliere una grande pupilla luminescente, si sentì attratta da essa e dalle favolose promesse che le baluginavano nella mente scoppiettando come bollicine di spumante.
Poi improvvisamente scomparve in una fluida massa argentata.
Un battito di ciglia, e poi lo specchio ritornò lucido e imperturbabile come prima.
Il citofono tornò a squillare. Sulla strada la sua amica si stava spazientendo. Forse avrebbe suonato ancora e poi sarebbe andata via delusa…
Delusa?
Lei!


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