L'ombra del drago

di

Cristina Morello


Cristina Morello - L'ombra del drago
Collana "I Salici" - I libri di Narrativa
14x20,5 - pp. 216 - Euro 14,46
ISBN 88-8356-234-8

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Prefazione

Cristina Morello, giovane autrice, si cimenta con “L’ombra del drago” in un romanzo che straborda d’azione, spionaggio, investigazione, crimine e narra le peripezie di agenti segreti che si trovano a dover affrontare un temibile criminale giapponese.
Saranno coinvolti in una continua escalation servizi segreti italiani e americani oltre alla mafia giapponese, cinese, colombiana, italo-americana e per finire vi sarà implicata anche una misteriosa società segreta internazionale.
L’intricata ed accattivante vicenda ha inizio con una squadra di agenti composta da uomini della CIA e dei servizi segreti italiani che indaga su Hiroshi Kimura, presidente della Kimura Corporation, multinazionale con filiali in mezzo mondo e leader nel campo dell’elettronica.
Si pensa che Kimura sia legato ad una potente famiglia della Yakuza e che intrecci affari con organizzazioni criminali di diversi paesi.
Le prove raccolte contro Kimura sono numerose: fotografie che lo ritraggono in compagnia di boss mafiosi, intercettazioni telefoniche ed ambientali, testimonianze di persone vicine allo stesso Kimura, tutte morte in circostanze misteriose prima di arrivare al processo.
In base alle numerose informazioni è evidente che Kimura riveste una posizione fondamentale all’interno della mafia giapponese Yakuza, anzi può essere la mente di numerosi affari criminali.
Le connivenze e le ramificazioni del suo impero sono difficilmente immaginabili e paiono non avere mai fine: traffico di droga e di armi, riciclaggio di denaro sporco, gioco d’azzardo, prostituzione.
Come se tutto questo magma di attività illegali non bastasse si teme che faccia parte anche di una misteriosa società segreta che la CIA ritiene poter essere un vertice planetario del crimine, una sorta di cupola mondiale che raccoglie i boss di primo piano dei diversi crimini organizzati.
Come era facile prevedere la posta in gioco era alta e fortemente rischiosa per tutti coloro che si apprestavano ad indagare su questa società segreta e soprattutto su Hiroshi Kimura, il quale aveva già dimostrato di essere sia un potente uomo d’affari ma soprattutto uno spietato criminale pronto a tutto.
L’“Operazione Shogun” prende il via e si dipana in intricate vicende che portano sulla scena spietati personaggi della mafia, agenti segreti, boss mafiosi di Cosa Nostra e di cartelli colombiani, intrighi internazionali ed una società segreta dal nome alquanto originale: “Il cerchio”.
Tutta la storia è diretta con mano sapiente e creativa da Cristina Morello che dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che si possono leggere romanzi di miglior qualità e contenuto di tante opere, spesso pubblicizzate in ogni ambito, anche se provengono da una giovane autrice.
Sono sicuro che nella stesura della sua storia Cristina Morello si sia divertita e dedicata intensamente anche perchè la vicenda è raccontata in modo deciso ed attento, riuscendo a ritagliare immagini con uno stile ed un approccio direi quasi cinematografico.
Crimine, agenti segreti, infiltrati, allusioni, connivenze, scenari diversi ed imprevedibili, società segrete: tutto è miscelato nelle giuste dosi e con la dovuta attenzione e cautela a non strafare anche se la complessità degli avvenimenti e dei protagonisti, direi quasi la caoticità, rende difficile una lettura superficiale. Ma tutto ciò non inficia assolutamente il valore della scrittura: chiara, limpida e, sottolineo ancora una volta, attenta.
Ne risulta una storia ben congegnata, fitta di meccanismi da comprendere e codificare che si legge con fluidità e scorrevolezza nonostante la voluminosità del libro.
La fantasia prende spunto dalla realtà e la storia densa di congetture, intrighi e colpi di scena è condotta per mano con grande capacità, riuscendo a mantenere sempre l’atmosfera prefissata con un equilibrio narrativo che fotografa le sfumature in modo scaltro, fornendo continuamente prova di abilità nella scelta delle immagini ricche di suggestioni.
Le realtà si dissolvono e misteriosi intrecci e legami ci conducono alla verità o forse ci avvicinano solo ad essa.
Le vicende de “L’ombra del drago” portano inevitabilmente ad una logica finale, quella che forse tutti noi auspichiamo: il trionfo dell’ordine sul disordine, della giustizia sul crimine.

Massimo Barile


L'ombra del drago

I personaggi presenti nel romanzo “L’ombra del drago” sono di pura fantasia, sia per quanto riguarda i nomi, sia per quanto riguarda le caratteristiche fisiche e caratteriali, e non corrispondono a nessuna persona esistente di propria conoscenza.

L’autrice


PROLOGO

Giappone, 1945.
Nella stanza aleggiava un odore acre di fumo di sigaretta e sudore, e a tratti si sentivano delle esplosioni in lontananza, i bombardamenti dei B-29.
Una decina di militari, riuniti intorno ad una enorme carta geografica dispiegata sul tavolo al centro della stanza, discutevano animatamente.
La tensione era palpabile ed era accentuata dall’ambiente ristretto e dall’aria fattasi quasi irrespirabile.
Dopo ore di interminabili discussioni, la carta geografica venne ripiegata e gli uomini, ad uno ad uno, uscirono dalla stanza salutandosi con un inchino: la riunione era finita.
Solo il colonnello Hideyoshi Kimura rimase a passeggiare avanti e indietro, fumando la sua ennesima sigaretta e ripercorrendo con la memoria gli eventi succedutisi in quegli ultimi anni.
Il colonnello si chiese quando esattamente si era reso conto che la guerra era perduta. I primi successi degli americani risalivano ai mesi di maggio e giugno del 1942, quando si erano combattute le battaglie del Mare dei Coralli e di Midway, le quali avevano tagliato fuori il Giappone da due collocazioni essenziali dell’Estremo Oriente: le Indie e l’Australia. Da allora le cose erano andate progressivamente peggiorando: le centinaia di navi giapponesi affondate dai sottomarini americani… L’occupazione da parte dei marines delle isole Marshall, delle Marianne e delle Caroline… La ripresa delle Filippine da parte delle truppe comandate dal generale MacArthur… Fino a qualche settimana prima, quando il nemico era sbarcato su Iwo Jima, impadronendosi così di un’isola piccola ma strategicamente importantissima…
Il punto di svolta sicuramente era stato segnato dalla battaglia di Midway: da quel momento dalla Marina giapponese non erano più partiti attacchi. E pensare che quella battaglia, secondo le previsioni dell’ammiraglio Isoroku Yamamoto, comandante in capo della Flotta giapponese, avrebbe dovuto far uscire allo scoperto fuori da Pearl Harbor la flotta americana del Pacifico, dando loro modo di lanciarsi nell’assalto finale e costringendo così gli americani sconfitti a trattare la pace.
Kimura, nonostante quello che si era ripromesso già una ventina di volte nel corso della giornata, accese un’altra sigaretta, aspirandone nervosamente il fumo.
Le cose non dovevano finire in quel modo.
Ricordava ancora, come se fosse successo solo il giorno prima, l’eccitazione seguita al vittorioso attacco alla flotta americana a Pearl Harbor e poi tutte le gloriose conquiste e vittorie che si erano susseguite: nell’Oceano Indiano, in Birmania, in Indonesia, a Singapore, nelle Filippine…
Aveva quasi la sensazione che, se ci pensava intensamente, il tempo potesse fermarsi e riavvolgersi a ritroso… Gli sembrava quasi di poter toccare quei momenti in cui era una certezza, per lui, il fatto che il Giappone avrebbe imposto la sua supremazia in Asia e poi, chissà, avrebbe raggiunto una posizione di potere sul piano mondiale…
Ma alla fine Kimura ritornava alla realtà, rendendosi conto che quei giorni erano solo un ricordo, e che tutto era perso.
Ormai era solo questione di settimane, di mesi, prima che l’Imperatore dichiarasse la resa del Giappone.
Kimura non faticava ad immaginare quale sarebbe stato il suo destino quando questo fosse avvenuto.
No, non poteva illudersi, come facevano gli altri, che le cose potessero ancora cambiare. Non sopportava più tutte quelle riunioni che non portavano a niente, se non, forse, ad accelerare la disfatta…
Ormai la guerra, per Kimura, era persa.
Doveva accettare la sconfitta e aspettare il momento in cui avrebbe potuto riscattarsi.
Perché sapeva che quel momento sarebbe arrivato.
Kimura decise in fretta: spense la sigaretta quasi del tutto consumata e si precipitò a casa come una furia. Afferrò per un braccio la moglie Yuriko, che stava preparando la cena, e le ordinò di raccogliere tutto quello che riusciva e di caricarlo in automobile.
Sarebbero partiti con il favore delle tenebre.
Erano passati sette anni da quella notte in cui Hideyoshi Kimura aveva preso la decisione di cambiare, e salvare, la propria vita.
L’ex colonnello, ora pescatore in un piccolo villaggio dell’isola di Hokkaido, ci pensava spesso.
È vero, inizialmente i suoi sonni erano stati tormentati dai dubbi: aveva agito troppo affrettatamente? Si era lasciato guidare dal panico?
Ma poi, dopo le bombe atomiche, dopo il messaggio dell’Imperatore trasmesso alla radio che annunciava la fine della guerra e la sconfitta del Giappone, Kimura seppe di aver preso la decisione giusta.
Nei primi tempi il dolore e l’odio verso i nemici che avevano occupato militarmente il paese era stato quasi insopportabile. Ma la cosa che faceva più infuriare Kimura era vedere come i suoi vicini di casa e il resto del Giappone sembrassero addirittura felici di quella condizione. Nemmeno Yuriko ne era indenne: continuava a ripetere che per il loro popolo stava cominciando una nuova epoca.
Erano passati sette anni, ma per lui sembrava che fosse passata una vita intera.
L’occupazione era finita da poco e il Giappone era in piena ricostruzione e ripresa economica. A detta di tutti era grazie all’aiuto degli americani e del generale MacArthur se questo era stato possibile, ma Kimura non lo avrebbe mai ammesso.
Non avrebbe mai dimenticato quei giorni in cui la conquista del mondo intero sembrava un fatto tangibile.
Ma per lui, ormai, era troppo tardi per riscattarsi: sarebbe morto da povero pescatore, come era vissuto negli ultimi anni.
Ma non era troppo tardi per suo figlio. Guardò Hiroshi: aveva due anni e stava sgambettando sulla sabbia, sotto la stretta vigilanza della madre. Kimura sarebbe vissuto per lui: per insegnargli tutto quello che sapeva… Per inculcargli gli ideali che avevano quasi reso possibile il realizzarsi di un sogno che si era poi infranto…
Sarebbe stato suo figlio, Hiroshi, a realizzare quel sogno…

Giappone, 199…
L’uomo, ansimando, si appoggiò al ruvido tronco di un albero, rimanendo in ascolto.
Udiva in lontananza i latrati dei cani che si avvicinavano: non avrebbe potuto riposare a lungo.
La ferita di arma da fuoco al braccio sinistro gli pulsava tremendamente. Cercò nelle tasche, trovando un fazzoletto che legò strettamente intorno alla lesione per fermare il sangue. La fitta di dolore che avvertì gli fece mancare il respiro e strinse i denti per non lasciarsi sfuggire un gemito.
I cani si avvicinavano sempre di più ed ora si sentivano anche le aspre voci degli uomini, che incitavano gli animali a seguire le tracce.
Le sue tracce.
L’uomo era braccato e se non si fosse mosso in fretta lo avrebbero raggiunto.
Riprese a camminare per il bosco, procedendo a tentoni: lì in mezzo la fioca luce delle stelle non penetrava quasi per niente.
Ora, oltre ai latrati dei cani e alle voci degli uomini, poteva udire un altro rumore. Era come un tintinnio di campanelli.
Si diresse verso la fonte del suono, che si faceva via via più intenso. Adesso si rese conto che non erano campanelli, ma il fluire dell’acqua in un ruscello.
Quella scoperta gli diede nuova energia: forse sarebbe riuscito a far perdere le sue tracce.
Senza esitare saltò nel ruscello e prese a seguirne la corrente. L’acqua gli arrivava solo fino alle caviglie e poteva procedere abbastanza speditamente.
Ora i latrati dei cani erano lontani e non si sentivano più le voci degli inseguitori.
L’uomo si concesse un sospiro di sollievo: era salvo.


1.

A Langley, in Virginia, era sera inoltrata e Norman Haynes, il capo dell’ufficio Estremo Oriente, si stava dirigendo a passi sostenuti verso l’ufficio del Direttore della CIA, Cedric Barlow.
Haynes era un abbronzato texano di cinquant’anni, dal fisico imponente e capelli scuri che iniziavano ad ingrigirsi sulle tempie. In genere cercava di evitare di disturbare Barlow, suo superiore ed amico, per cose di poco conto. Negli ultimi mesi però aveva raccolto una serie di indizi preoccupanti, che richiedevano l’attenzione di colui che era a capo del Servizio di sicurezza nazionale, ossia il Direttore della CIA.
Dopo essersi fatto annunciare da Taylor Malone, la giovane segretaria di Cedric, Norman entrò, richiudendosi la porta alle spalle.
“Salve, Norman”. Lo salutò Barlow alzando la testa dai documenti che occupavano interamente la sua scrivania.
“Buongiorno, Direttore”.
Mentre ricambiava il saluto, Norman rifletté come Cedric, completamente canuto e con vistose rughe che gli solcavano il volto stanco, dimostrasse tutti i suoi sessantatré anni, e forse anche qualcuno di più. Ma d’altronde non si poteva certo dire che il suo non fosse un lavoro stressante.
“Vuoi del caffè? Serviti pure”.
“Grazie, Cedric”.
Norman, dopo essersi seduto, si versò una tazza di caffè nero senza zucchero.
“Quando prima mi hai chiamato al telefono, ho avuto l’impressione che volessi parlarmi di qualcosa di importante…”
“È così. So che hai già i tuoi grattacapi, Cedric, ma la situazione che andrò ad esporti potrebbe potenzialmente mettere in pericolo la sicurezza nazionale, interna ed esterna”.
Barlow appoggiò sulla scrivania la tazza di caffè ormai vuota, fissando il suo interlocutore.
“Di che cosa si tratta?”
“Ecco, da un po’ di tempo stiamo tenendo sotto controllo un giapponese, Hiroshi Kimura, Presidente della Kimura Corporation, un gruppo multinazionale che ha filiali in mezzo mondo. Se non che, Kimura non è solo un uomo d’affari ma anche uno spietato criminale: fra le sue attività illegali rientrano, per esempio, il traffico di droga ed armi, il riciclaggio di denaro sporco, il gioco d’azzardo, la prostituzione; inoltre è legato ad una potente famiglia Yakuza”.
“La mafia giapponese…”
“Infatti. Già solo questo lo rende estremamente pericoloso, ma abbiamo raccolto informazioni secondo le quali Kimura farebbe anche parte di una qualche società segreta. Ho buone ragioni per pensare che questa società sia in realtà una sorta di cupola mafiosa internazionale…”
Il Direttore della CIA annuì.
“Non è impossibile: già in passato, in seguito alle rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia, abbiamo preso in considerazione l’esistenza di una cupola mondiale del crimine. Sfortunatamente, però, non siamo mai riusciti ad andare a fondo della questione. Certo”, rifletté Barlow lisciandosi il mento “non sarebbe male se attraverso Kimura riuscissimo a sapere qualcosa di più su questa cupola planetaria. Se poi si rivelasse un’ipotesi infondata, ci libereremmo comunque di un pericoloso criminale. Hai già degli agenti infiltrati nell’organizzazione di Kimura?”
“Il primo uomo che abbiamo cercato di infiltrare, dopo averci passato parecchie importanti informazioni, fra cui la probabile appartenenza di Kimura a questa società segreta, è scomparso senza lasciare traccia. Kimura deve averlo scoperto ed eliminato…”
“Brutta storia”.
“Abbiamo poi affidato le indagini ad uno dei nostri migliori agenti in Estremo Oriente, tenendolo però ad una maggiore distanza da Kimura. Anche in questo caso, però, il giapponese deve aver ugualmente fiutato qualcosa e l’agente è riuscito a venirne fuori per un pelo”.
“Kimura è un uomo veramente pericoloso…”
“Ma è l’unico attraverso il quale possiamo arrivare alla società segreta e scoprire se questa società riunisce veramente i principali boss mafiosi del pianeta”.
“Rischiamo però di perdere altri uomini”.
“Non necessariamente”.
“Spiegati meglio”.
“Ho pensato che, se non possiamo infiltrare dei nostri agenti nell’organizzazione di Kimura, allora possiamo servirci di qualcuno che lavora già per lui, magari in una delle sue Società. Questa persona avrebbe più probabilità di passarci informazioni su Kimura senza venire scoperta ed, eventualmente, potrebbe anche infiltrarsi nella sua organizzazione criminale”.
“Non è una cattiva idea. Hai già in mente qualcuno?”
“In effetti sì. Vedi, la Kimura Corporation ha una filiale anche in Italia, la Kimura Italia S.p.A., e riteniamo che Kimura potrebbe usarla per estendere i suoi traffici criminali anche in quel paese. William Jansen, un nostro agente che opera in Europa Occidentale, ha tenuto sotto controllo, con la collaborazione dei servizi segreti italiani, i dipendenti della Società, individuando una persona che potrebbe fare al caso nostro: il Direttore Generale della Kimura Italia S.p.A.”.
“E credi che possiamo fidarci di lui?”
“Stando alle ricerche approfondite che abbiamo fatto sul suo conto in Giappone, e alla sorveglianza dei servizi segreti italiani, risulta a posto. Oltretutto è anche un esperto di arti marziali”.
“Pensi che accetterà di aiutarci?”
“Io ritengo di sì. Un giovane e brillante uomo d’affari giapponese scopre che il suo capo è in realtà un pericoloso criminale: il senso dell’onore gli imporrà di fare il possibile per smascherare Kimura. Naturalmente sarà affiancato da una squadra di agenti segreti”.
“E a chi affideresti il compito di coordinare sul campo l’intera operazione?”
“Pensavo a Jansen: è un ottimo elemento, e si è già distinto in passato partecipando a diverse missioni molto delicate”.
“Per portare avanti una simile operazione avremmo comunque ancora bisogno del supporto dei servizi segreti italiani”.
“Sì, infatti”. Annuì Norman “Ho accennato la cosa al Direttore del SISDE, con il quale ho tenuto i contatti fin dall’inizio. Il prefetto, che è un mio vecchio amico, ritiene che non dovrebbero esserci problemi e che il CESIS quasi sicuramente accetterà di collaborare con noi”.
Cedric annuì, rimanendo silenzioso per alcuni secondi.
“Non ti nascondo che sono un po’ preoccupato. Da quanto mi hai detto, non sarà una missione delle più facili”.
“È vero, ma la posta in gioco è molto alta: scoprire se la società segreta di cui fa parte Kimura è veramente una cupola mondiale del crimine e, cosa non da poco, togliere dalla circolazione un mafioso come Hiroshi Kimura”.
Il Direttore della CIA rimase in silenzio per un lungo minuto. Norman sapeva che non sarebbe stato facile per Cedric prendere una decisione, ma sapeva anche che sarebbe stata la decisione giusta: Cedric aveva sempre avuto la capacità di formarsi il quadro generale di una situazione partendo da poche informazioni e di prevedere quali sarebbero stati i risultati delle diverse scelte possibili. E da quando Norman lo conosceva, le decisioni di Cedric non si erano mai rivelate sbagliate.
La voce del Direttore della CIA distolse il capo dell’ufficio Estremo Oriente dalle sue riflessioni.
“D’accordo Norman, procedi pure”.
Haynes, sorridendo, porse la mano a Barlow e gliela strinse calorosamente.
“Grazie, Cedric. Non te ne pentirai”.
“Lo spero proprio”. Sorrise il Direttore della CIA.
“Mi metto subito al lavoro, cominciando col chiamare il Direttore del SISDE a Roma”.
“Ed io informerò il Presidente. A proposito, dovremo dare un nome a quest’operazione…”
Norman sorrise.
“Avevo già pensato anche a questo… Che ne dici di “Operazione Shogun”?”
“Mi sembra che suoni bene. Shogun se non sbaglio è una parola giapponese; ma che cosa significa, esattamente?”
“Mi sono documentato un po’ e posso dirti che la traduzione letterale di shogun è “dittatore militare”, “generalissimo”. L’istituzione dello shogunato durò dal 1192 al 1867 e lo shogun era in pratica la più alta carica militare del Giappone, la cui investitura era ricevuta dall’Imperatore; aveva sotto il suo comando i daimyo, i signori dei feudi in cui era diviso l’impero, i quali, a loro volta, per mantenere il potere, si servivano dei samurai. Lo shogun costrinse l’Imperatore ad uno status esclusivamente onorifico per lungo tempo; nell’ultimo periodo però venne visto come un soverchiatore dell’Imperatore e lo shogunato fu abolito”.
“Capisco… Sì, è proprio un nome appropriato per la missione: Hiroshi Kimura assomiglia in effetti un po’ troppo a questi shogun…”
“E noi lo fermeremo, Cedric”.
Norman Haynes uscì soddisfatto dall’ufficio del Direttore della CIA e, dopo aver rivolto un sorriso smagliante alla Signorina Malone, si apprestò a mettere in moto gli ingranaggi di quella che sapeva sarebbe stata una lunga e impegnativa missione.
Norman adorava le sfide, e quella con Hiroshi Kimura si preannunciava davvero interessante…

La seduta del CESIS, il Comitato Esecutivo per i Servizi di Informazione e Sicurezza, ebbe inizio alle ventuno e quaranta.
Vi partecipavano il Vice Presidente del Consiglio dei Ministri, che presiedeva il CESIS su delega del Presidente del Consiglio dei Ministri, il Segretario Generale dottor Stefano Zaccaria, il Direttore del SISDE prefetto Piero Crestani e il Direttore del SISMI ammiraglio Enzo Pagano.
Sbrigate le questioni di minore importanza, il Direttore del SISDE, un brizzolato cinquantacinquenne con gli occhiali dalla montatura in osso, prese la parola per illustrare il punto principale all’ordine del giorno.
“Signori,” esordì il prefetto Crestani “come sapete alcune settimane fa sono stato contattato dal capo dell’ufficio Estremo Oriente della CIA per mettere sotto sorveglianza il Direttore Generale della Kimura Italia S.p.A., un giovane giapponese che risiede da tre anni nel nostro paese, in relazione alle indagini su Hiroshi Kimura, Presidente della Kimura Corporation”.
Crestani fece una pausa, incrociando lo sguardo annoiato del Direttore del SISMI, un uomo ben piantato vicino alla sessantina.
“Sono ora sorti nuovi sviluppi nella vicenda in questione”. Riprese il prefetto “Grazie alla nostra attività di sorveglianza, la CIA ha potuto appurare l’affidabilità del giovane manager e, ritenendo che egli possa fornire un valido aiuto per proseguire le indagini su Kimura, ha deciso di reclutarlo nella missione. La CIA ci chiede a questo punto di scendere sul campo, fornendo la nostra assistenza per il reclutamento in questione e collaborando inoltre alle successive fasi della missione”.
Il Vice Presidente del Consiglio dei Ministri intervenne.
“Mi perdoni, Direttore, ma i servizi segreti italiani che cosa c’entrano in tutto questo? Finché si tratta di sorvegliare un cittadino straniero che risiede in Italia sono d’accordo, ma in quanto ad aiutare la CIA a incastrare un criminale giapponese…”
Al prefetto non sfuggì un sorrisetto ironico dell’ammiraglio Pagano.
“La CIA ritiene, Signor Presidente, che Kimura appartenga ad una sorta di cupola mondiale del crimine; ora, se questa cupola esistesse veramente, non è escluso che ne facciano parte anche boss mafiosi italiani… Inoltre, sempre secondo i servizi segreti americani, Kimura in un prossimo futuro potrebbe estendere le sue attività criminali anche in Italia. Alla luce di questi elementi, mi sembra doveroso fornire alla CIA tutta la nostra collaborazione”.
Il Vice Presidente del Consiglio dei Ministri annuì, lisciandosi i baffi.
“Se le cose stanno così, direi allora di procedere. Ci sono obiezioni?”
Nessuno dei presenti rispose.
“D’accordo, Direttore, il CESIS fornirà alla CIA piena collaborazione. Mi auguro si renda conto che per i nostri agenti potrebbe essere pericoloso scendere in campo contro un criminale come Kimura”.
Nemmeno questa volta al prefetto sfuggì l’occhiata ironica che il Direttore del SISMI gli rivolse. Alla faccia della reciproca collaborazione che SISMI e SISDE devono prestarsi, pensò amareggiato Crestani.
“Di questo non deve preoccuparsi, Signor Presidente: ho intenzione di affidare il comando dei nostri agenti ad un giovane ma capace funzionario del SISDE, che ha dato prova in passato di essere un ottimo elemento e che, tra l’altro, ha partecipato fin da principio all’attività di sorveglianza del Direttore Generale della Kimura Italia S.p.A.. Sono sicuro inoltre” aggiunse Crestani rivolto all’ammiraglio Pagano “che il qui presente Direttore del SISMI sarà lieto di offrire il suo aiuto, nel caso se ne presentasse la necessità”.
Pagano si sistemò sulla sedia e, dopo aver gratificato il prefetto Crestani di uno sguardo di fuoco, annuì amabilmente in direzione del Presidente.
“Molto bene”. Concluse il Vice Presidente del Consiglio dei Ministri “Segua lei tutta la questione con la CIA, Signor prefetto. Mi aspetto di essere informato, nel corso delle prossime sedute, sugli sviluppi dell’operazione”.
Erano le ventitré e venticinque quando la riunione si concluse.
L’ammiraglio Pagano se andò stizzito senza nemmeno salutare il Direttore del SISDE, che fu l’ultimo ad uscire.
Crestani, prima di andare a casa, si mise in contatto con Norman Haynes, capo dell’ufficio Estremo Oriente della CIA, confermandogli che i servizi segreti italiani avrebbero preso parte attiva alla missione.
I due uomini stabilirono di rimanere in costante contatto per coordinare tutte le fasi dell’operazione.

Era quasi mezzogiorno e l’agente della CIA William Jansen, un uomo sui quarant’anni dal volto severo e il fisico atletico, stava aspettando da una decina di minuti di essere ricevuto dal capo dell’ufficio Estremo Oriente della CIA.
William, che era stato convocato a Langley in relazione alle indagini che stava svolgendo su Hiroshi Kimura, si chiese quale sarebbe stato il destino della missione: sapeva solo che Norman ne aveva parlato con il Direttore della CIA pochi giorni prima.
Per quanto lo riguardava, William sarebbe stato ben contento di andare a fondo della questione, scoprendo che cosa fosse in realtà la società segreta a cui apparteneva Kimura e, soprattutto, cercando di fermare un uomo pericoloso come Kimura.
Mentre William era immerso in queste riflessioni, Haynes fece capolino dal suo ufficio.
“Ciao, William. Scusa se ti ho fatto aspettare, ma ero al telefono con un pezzo grosso a Washington”.
“Non preoccuparti, Norman. Come vanno qui le cose?”
“Il solito caos”. Rispose Haynes chiudendo la porta alle spalle di William “Ho però una buona notizia per te”.
“Fammi indovinare: andiamo avanti con la missione”.
“Proprio così: Cedric ci ha autorizzati a dare il via all’“Operazione Shogun” e tu coordinerai le operazioni sul campo”. “È una notizia magnifica, Norman. Saranno dei nostri anche i servizi segreti italiani?”
“Sì, il CESIS ha accettato di collaborare con noi nel reclutamento del Direttore Generale della Kimura Italia S.p.A. e in tutte le successive fasi della missione”.
“Dunque procediamo come avevamo inizialmente programmato?”
“Proprio così, William. Ci sono però ancora alcuni dettagli che volevo definire con te”. Norman diede un’occhiata all’orologio “Che ne dici di discuterne dopo aver mangiato un boccone?”
“Per me va benissimo: a stomaco pieno ragiono meglio”.
I due uomini, al ritorno dal veloce pranzo, si chiusero nell’ufficio di Norman per il resto della giornata, pianificando punto per punto le varie fasi dell’“Operazione Shogun”.

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