I Still Love You

di

Cristina Morello


Cristina Morello - I Still Love You
Collana "Le Schegge d'Oro" - I libri dei Premi - Narrativa
15x21 - pp. 128 - Euro 12,00
ISBN 88-8356-566-5

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Prefazione

Cristina Morello è scrittrice appassionata e la sua attività letteraria vanta già numerosi racconti e romanzi soprattutto di fantascienza nonché poesie e racconti inseriti su svariate riviste ed antologie letterarie. Questa nuova raccolta “I Still Love You” è dedicata col cuore a Freddie Mercury ed è una sorta di omaggio all’uomo e all’artista, indubbiamente unico ed irripetibile, che per molti anni ha regalato con la sua voce, limpida e trascinante, canzoni famose in tutto il mondo. Questa ardente passione dell’Autrice non deve stupire perché è socia del fan club ufficiale italiano dei mitici Queen e dalle pagine del libro traspare chiaramente l’amore per la musica e per questo complesso rock che con la sua storia ne ha segnato numerose pagine. Posizione dominante, e non poteva essere altrimenti, assume la figura di Freddie Mercury: proverbiale la sua energia, la sua forza da “animale da palcoscenico”, leggendaria la sua voce ed esemplare il suo coraggio nel rimanere sempre fedele a sé stesso fino all’ultimo momento della vita. Nei racconti e nelle poesie la figura o meglio l’icona di Freddie Mercury viene inserita in diverse situazioni create dalla fantasia dell’Autrice quasi a tentar di immaginare che cosa avrebbe fatto il geniale artista in simili frangenti ed in mutate condizioni esistenziali: non v‘è nessuna pretesa di rendere una sua fedele immagine ma solo una genuina e spontanea passione nel cercar di scriverne un proprio ricordo, fare un amorevole quanto personale regalo. Quindi vi ritroviamo un pizzico di fantasia, un oceano d’emozioni ed un universo d’amore per un artista dalla personalità straordinaria. La cosa strana è che Cristina Morello ha conosciuto la musica di Freddie Mercury solo dopo la sua scomparsa nel novembre del 1991. Un paradosso? Assolutamente no. Semplicemente la forza della musica. Ecco allora che rimane impressa nella sua mente l’immagine carismatica, l’eco della sua voce unica: da quel momento è inevitabile ascoltare tutto ciò che ha cantato. Poi subentra la voglia di scrivere e dalle pagine ne emerge un uomo con una invidiabile voglia di vivere, anticonformista, generoso, fedele nell’amicizia, sensibile e leale, sicuramente trasgressivo ma al di fuori di ogni etichetta sociale e difficile da catalogare entro i consueti schemi mentali. Artista indomabile dal carisma indiscusso, precisissimo e perfezionista fino alla maniacalità, instancabile sul palco, narciso ma con una grande dignità anche nel periodo della malattia che tenne nascosta fino all’ultimo.
V‘è un passaggio nel libro dove Brian May, un musicista dei Queen, osserva una fotografia dove sono ritratti lui e Freddie con qualche anno in più: ma la cosa gli appare impossibile perché Freddie era già scomparso e non poteva essere lui. Ma le sorprese non sono finite. La cosa impensabile e misteriosa era che Freddie non era morto ma faceva lo stilista mentre Brian faceva l’astronomo ed il bello era che ogni giorno si assisteva ad un salto da una realtà all’altra: una sorta di “salto tra differenti realtà quantiche, tra le infinite realtà che esistono nel continuum spazio-temporale”. È inutile sottolineare come la fantasia dell’Autrice a questo punto sia libera di galoppare all’infinito e per chi vuole immergersi in questo flusso fantasioso non resta che leggere le interessanti pagine che seguono. Ma v‘è ancora di più. Quasi in un ultimo disperato tentativo allo scopo di salvargli la vita cerca di avvertirlo della malattia imminente: insomma modificare il corso della storia. Non servirà a nulla ma riuscirà a vivere alcuni mesi accanto all’artista, a gustarne le gioie e a patirne i dolori, assaporarne ogni istante in un incredibile fantasioso volo nel tempo, coronamento di un sogno.

Massimo Barile


I Still Love You

Questo libro
è dedicato
a Freddie Mercury,
ovunque sia…


Introduzione

Le opere raccolte in questo libro vedono come protagonista, o comunque hanno come ispirazione, la figura di Freddie Mercury e vogliono essere l’omaggio di una fan a un uomo e un artista straordinario, al suo coraggio, alla sua generosità e voglia di vivere, alla sua splendida voce.
Facendo comparire Freddie Mercury in tali opere non ho inteso offendere in alcun modo né la sua memoria, né la sensibilità delle persone che lo hanno amato o dei suoi ammiratori.
A parte Freddie, alcuni altri personaggi sono persone realmente esistenti, più o meno famose, calate in opere di pura fantasia. Non avendo mai conosciuto queste persone, saranno sicuramente presenti delle imprecisioni al loro riguardo, e probabilmente il carattere e il comportamento che hanno nei racconti non corrisponderanno alla realtà: vanno quindi considerati in linea di massima come personaggi di fantasia. Spero non si offendano di vedersi comparire in questo libro.
Alcune precisazioni: il racconto “In ricordo di Freddie” è la base che ho utilizzato per la poesia che porta lo stesso titolo; in pratica è la storia di come ho conosciuto Freddie e dei sentimenti che mi ha ispirato. La poesia “Il mio micino” non riguarda direttamente Freddie, ma ho deciso di inserirla comunque, visto l’amore di Freddie per i gatti, che condivido.
La motivazione principale che mi ha spinto a scrivere i racconti e le poesie che seguono è stata quella di cercare di conoscere meglio Freddie, visto che non l’ho seguito quando era ancora fra noi. E dal momento che amo molto scrivere, ho inserito la figura di Freddie in ambientazioni di fantasia e ho provato ad immaginare come fosse realmente Freddie, come avrebbe reagito in certe situazioni e le impressioni che destava nelle persone che lo conoscevano.
Non ho idea se le opere che sono scaturite da questi pensieri riflettano la vera natura di Freddie.
Quello che ho scritto è più che altro un modo per ricordare Freddie e per dirgli grazie per la gioia che mi ha regalato con la sua voce unica e la sua personalità straordinaria.
E ho pensato che il modo più bello per ricordare e ringraziare Freddie fosse quello di condividere con quanti lo amano, e con quanti vorrebbero conoscerlo meglio, le emozioni che ha suscitato dentro di me.
Credo che ci sia un po’ di Freddie in ognuna delle persone che lo hanno amato o che in qualche modo sono state toccate dal suo spirito e dalla sua arte. Ed è per questo che Freddie continuerà a vivere.

Cristina Morello


In ricordo di Freddie

Quando eri ancora fra noi non ho mai ascoltato le tue canzoni e a malapena sapevo che esistevi.
Di quel periodo ho un solo ricordo di te: una mattina, mentre sto entrando in classe, vedo il tuo nome scritto a lettere cubitali sullo zaino di una mia compagna di scuola delle superiori.

***

La prima volta che ho preso veramente coscienza della tua esistenza è stata, per un crudele scherzo del destino, una sera di fine novembre del 1991.
Ho appena finito di cenare e il telegiornale annuncia la tua scomparsa a causa della terribile malattia del secolo: l’AIDS.
Nel servizio, da quanto ricordo, oltre a parlare della tua carriera artistica, dicono (o sottintendono) che eri gay, dicono che avevi avuto una relazione con il ballerino russo Rudolf Nureyev (notizia che saprò poi non essere vera), ma non accennano nemmeno a Mary Austin, l’unica donna della tua vita e il tuo più grande amore.
Nel complesso, comunque, non è un servizio offensivo, e anzi ti dipingono quasi come una figura romantica.
Io rimango talmente colpita dalla notizia, forse per la tua voce così potente e unica (non avevo mai ascoltato una voce tanto straordinaria), forse per il tuo aspetto così sensuale, che pochi giorni dopo vado subito ad acquistare un tuo album.
Ascolto e riascolto le tue canzoni e mi rendo conto che, veramente, nessuno ha mai avuto una voce come la tua e che nessuno l’avrà mai.
Negli anni seguenti sei sempre nella mia mente, anche se più che altro ad un livello subconscio.
I pensieri che ho di te in quel periodo sono sostanzialmente questi: che avevi una voce straordinaria; che eri un uomo meravigliosamente bello e sexy; e, soprattutto, che te ne sei andato troppo presto e che il destino è stato assolutamente ingiusto con te.

***

Poi, alla fine del 2002, esce una raccolta di tre compact disc dei Queen e il mio interesse per te riemerge prepotentemente.
Acquisto la raccolta e altro materiale.
Mi informo di più sulla tua vita e così scopro tante cose sul tuo conto: qual era il tuo vero nome e dov’eri nato e cresciuto; che amavi i gatti e che hai dedicato l’album “Mr. Bad Guy” ai tuoi gatti; che la tua gioia più grande era fare regali alle persone; che ti piacevano la vodka, lo champagne, i fiori e le torte; che ti piaceva organizzare feste pazze; che hai saputo di essere malato nel 1987, ma che hai tenuta nascosta la tua malattia fino al giorno prima che te ne andassi…
Leggendo le tue parole e quelle di chi ti ha conosciuto, ed ascoltando le tue canzoni, ho cercato di capire chi eri veramente.
Perché, sfortunatamente, non avevo potuto conoscerti quanto eri fra noi e solo con le testimonianze a posteriori potevo tentare di comprendere la tua personalità.
E non so se le conclusioni a cui sono arrivata sono corrette, ma mi sono creata una certa idea nella mia mente.
E così ti immagino come un uomo pieno di voglia di vivere e divertirsi, trasgressivo e che non si lascia condizionare dalle convenzioni sociali.
Ma anche un uomo generoso, sensibile, gentile e leale con gli amici e le persone che lo circondano, siano esse personaggi famosi o gente comune.
Un artista straordinario e instancabile, che ha avuto in dono una voce da angelo.
Un perfezionista, che lavorava ad una canzone finché non fosse stata perfetta.
Una presenza carismatica, potente, ipnotica sul palco.
Un coraggio e una dignità fuori dal comune nell’affrontare la malattia: non ti sei mai arreso al male, ma hai continuato a cantare e a portare avanti i tuoi progetti; non hai reso noto fino alla fine quello che ti stava succedendo, per proteggere i tuoi fans e gli amici che ti circondavano dal dolore che avrebbero provato.
Eri tutto questo e molto altro.
Amavi i tuoi fans e loro ti amavano e ti ameranno per sempre.
E avrai sempre nuovi ammiratori, che come me ti scopriranno dopo che ci hai lasciati.
E la tua musica non morirà mai, perché prima di te non c‘è mai stata vera musica e mai ci sarà dopo.
Solo la tua è MUSICA e degna di essere chiamata tale.
E tu non morirai mai perché vivrai per sempre nei cuori di coloro che ti amano.
E io so che ti amerò per sempre.
E voglio credere, voglio sperare, che un giorno, non so dove e non so quando e non so in che forma, che un giorno potrò incontrarti e parlare con te e tu mi stringerai fra le tue braccia.
E mi chiedo da dove nascono questi sentimenti così profondi, e l’unica risposta che posso darmi è che avevi veramente qualcosa di speciale.
Forse è per la tua voce, che non sembra di questa terra.
Forse è per il tuo modo di essere: misterioso, contraddittorio; quella mescolanza di sensibilità, gentilezza, generosità, anticonformismo, sfrontatezza, sensualità.
O forse per tutto questo e altro ancora.
E poi mi chiedo perché una fine così ingiusta, dolorosa, prematura.
Forse perché, veramente, non eri di questa terra.
Eri così meravigliosamente unico e diverso da tutti noi.
Non ti meritavamo e così sei tornato lassù, fra le creature angeliche, soprannaturali e divine a cui sei sempre appartenuto.

***

E alla fine l’unica cosa che posso dirti, Freddie, è grazie.
Grazie di essere stato fra noi, anche se per così poco.
Grazie per averci regalato le tue canzoni, che rimarranno eterne.
Grazie per averci fatto conoscere la vera musica.
Grazie per aver colmato le nostre vite con il tuo spirito gioioso e ribelle.
E grazie per il raggio di luce che mi regali ogni giorno.


Vite parallele

I

Brian May fu strappato bruscamente dal mondo dei sogni dal suono della sveglia. La spense irritato, facendola quasi finire a terra. Guardò l’ora, accorgendosi che era l’alba. Eppure non si ricordava di aver puntato la sveglia la sera prima. Si voltò confuso verso la moglie Anita, che si stava stiracchiando.
“Hai messo tu la sveglia?” le chiese con la voce impastata dal sonno.
La donna aprì gli occhi e lo fissò con un’espressione ancora un po’ addormentata.
“Dobbiamo andare in aeroporto, non ricordi?” rispose dopo qualche secondo.
“Aeroporto?” domandò allibito Brian.
“Mi sa che non ti sei ancora completamente svegliato.” commentò Anita sorridendo.
“No, un momento.” protestò lui sollevandosi a sedere “Non avevamo in programma nessun viaggio…”
“Mi stai prendendo in giro?”
“Sono assolutamente serio. Adesso, per favore, vorresti dirmi dove dovremmo andare?”
Anita continuò a sorridere, divertita dalla confusione del marito.
“Ti sei già dimenticato della sfilata di Freddie a Milano?”
Brian, senza sapere nemmeno il perché, ebbe un tuffo al cuore.
Freddie. Ogni volta che sentiva quel nome pensava al suo collega e amico scomparso ormai da più di dieci anni. E ogni volta, assieme ai ricordi dei momenti più o meno felici passati insieme, era come se calasse su di lui un velo di tristezza e rimpianto.
Ma, ovviamente, Anita non stava parlando di “quel” Freddie.
Probabilmente, aveva programmato il viaggio per andare a trovare un qualche stilista di sua conoscenza e poi si era dimenticata di dirglielo, anche se ora sembrava convinta del contrario.
Brian si alzò, con l’intenzione di recarsi in bagno.
Si fermò però di botto, fissando le due valige posate sulle sedie, già piene per metà di vestiti.
Non si ricordava che la sera prima Anita le avesse preparate.
“Brian, va tutto bene?” gli domandò la donna.
“Certo, sto solo invecchiando…” si giustificò cercando di dissimulare la sua sorpresa.
Mentre si lavava e si faceva la barba, Brian rifletté sul fatto che era tutto molto strano.
Innanzitutto, non era da Anita progettare un viaggio senza dirgli niente. O meglio, secondo quando diceva lei, Brian doveva esserne al corrente. Possibile che la moglie gliene avesse parlato e lui, per qualche motivo, non fosse stato ad ascoltarla? No, non gli sembrava molto probabile.
E poi come poteva essere stato tanto distratto da non accorgersi che Anita, il giorno prima, aveva iniziato a preparare le valige?
Tornato in camera da letto, vide che la moglie aveva finito di fare i bagagli.
“Io inizio a portare giù le valige.” si propose Brian, rimandando ad un secondo momento la soluzione di quei piccoli misteri.
“D’accordo. Finisco di prepararmi e poi andiamo.” assentì Anita.
“Preparo la colazione?”
“No, non vorrei fare tardi. Prenderemo qualcosa in aeroporto.”
Brian scese nella grande sala con veranda e posò a terra i bagagli. Si avvicinò a una delle finestre, ammirando il paesaggio circostante: il sole era appena sorto e illuminava le colline verdissime, che iniziavano a ricoprirsi di fiori primaverili.
Dopo qualche minuto pensò che, tutto sommato, aveva il tempo di prepararsi un caffè e si diresse verso la cucina.
Si bloccò di colpo, rendendosi conto che nella stanza c’era qualcosa di sbagliato.
Si guardò intorno, avvertendo un brivido lungo la spina dorsale.
E poi il suo sguardo si fermò su una parete. Una parete occupata per metà da una libreria. Una libreria che non doveva esserci.
La parete avrebbe dovuto essere ricoperta interamente da una serie di amplificatori per chitarra.
E invece non ce n’era traccia.
Come non c’era traccia, si rese conto con orrore, della Red Special, la chitarra che aveva costruito con suo padre da ragazzo, e che il pomeriggio precedente aveva lasciato lì.
E Brian avvertì all’improvviso una strana sensazione, come una sorta di premonizione: che, se anche avesse rovistato la casa da cima a fondo, la chitarra non sarebbe saltata fuori.
Si guardò ancora intorno, mentre iniziavano a tremargli le gambe. Il vecchio telescopio, anche questo costruito con il padre, era nel suo solito angolo. Ma di fianco a questo faceva bella mostra di sé un telescopio molto più grande. Telescopio che Brian non ricordava di aver acquistato.
Che cosa diavolo stava succedendo?
Si trattava forse di uno scherzo ben elaborato?
Qualcuno, nel cuore della notte, aveva rivoluzionato la sua casa?
No, né Anita, né nessun altro che conosceva avrebbe mai fatto una cosa simile.
Nemmeno Freddie lo avrebbe mai fatto.
Freddie. Brian avvertì di nuovo quella specie di premonizione di poco prima. Sentiva che Freddie c’entrava in qualche modo. Ma era del tutto assurdo…
E poi Brian si avvicinò alla libreria e la vide.
Era una fotografia incorniciata che ritraeva lui e Freddie.
La prese in mano, osservandola meglio.
E si rese conto che quella fotografia non poteva esistere, perché non era mai stata scattata. Non avrebbe potuto essere scattata perché ritraeva Brian come era in quel periodo, un uomo di mezza età che aveva superato da qualche anno la cinquantina, con al suo fianco… Eppure, anche se non poteva essere lui, non c’erano dubbi sulla sua identità: corti capelli brizzolati, senza baffi, con qualche ruga in più. Era Freddie. Freddie Mercury.
Brian appoggiò la fotografia con mano tremante, accorgendosi di avere gli occhi che gli bruciavano per le lacrime.
In quel momento non riusciva a pensare.
Non riusciva a realizzare quello che stava succedendo. Se era lui ad avere le allucinazioni o se era veramente l’ambiente circostante ad essere cambiato.
La voce di Anita lo riscosse da quello stato di torpore.
“Andiamo, Brian?”

***

Non disse quasi niente fino in aeroporto, tanto che Anita gli chiese se si sentisse bene e se non volesse annullare il viaggio.
Brian la rassicurò che si trattava solo di stanchezza e si sforzò di mangiare qualcosa per non preoccuparla.
“Dovresti cercare di dormire un po’, Brian.” gli suggerì la moglie non appena furono saliti in aereo.
“Penso sia una buona idea.” annuì lui sorridendole “Quando arriveremo a Milano sarò come nuovo!”
Anita gli sorrise a sua volta, mentre apriva uno spesso volume che si era portata dietro.
Brian chiuse gli occhi e appoggiò la testa al sedile, ma non aveva nessuna intenzione di dormire.
Doveva cercare di capire che cosa stava succedendo.
Ripercorse, istante per istante, tutti gli eventi succedutisi da quando si era svegliato.
Perché era da quel momento che aveva iniziato a notare i mutamenti.
La sera prima era tutto assolutamente normale e il mattino dopo tante cose, piccole e grandi, erano cambiate.
La sveglia che non avrebbe dovuto suonare.
Il viaggio a Milano che non era stato programmato.
Gli amplificatori per chitarra e la sua Red Special scomparsi e sostituiti da una libreria.
Il nuovo telescopio di fianco al vecchio.
E poi, quello che sembrava essere il cambiamento maggiore: Freddie Mercury che non era morto e che apparentemente faceva lo stilista.
Era tutto così assurdo…
Ma, se si escludeva lo scherzo, quale poteva essere la spiegazione per quanto gli stava succedendo?
Perché era una cosa che stava succedendo solo a lui: Anita trovava tutto perfettamente normale.
Forse c’era una spiegazione scientifica, anche solo a livello teorico.
Se era così, Brian avrebbe dovuto essere in grado di trovarla: dopo tutto era laureato in Matematica e Fisica e aveva portato avanti per quattro anni una tesi di dottorato, anche se non completata, sui moti delle polveri interplanetarie.
Sì, forse era proprio nel campo della fisica teorica che poteva trovare la soluzione.
Ragionando in quella direzione, la supposizione più plausibile era che lui si trovasse in un universo parallelo: sembrava che avesse preso il posto del Brian May di quell’universo, che ora si trovava chissà dove, magari nel suo universo, al suo posto…
Certo, questa spiegazione era molto più assurda dello scherzo, ma al momento non gli venivano altre idee.
Brian sospirò. Era meglio se smetteva di lambiccarsi il cervello e seguiva il suggerimento di Anita, cercando di riposare un po’.
Dopo tutto, quella fotografia poteva anche essere un fotomontaggio.
Non avrebbe creduto che Freddie era vivo fino a quando non lo avesse incontrato di persona.
E poi, perché mai Freddie avrebbe dovuto fare lo stilista?
E il Brian May di quell’universo, si domandò mentre scivolava nel sonno, che cosa faceva se non era un chitarrista?

***

Quando venne svegliato dal dolce tocco di Anita, Brian credette di aver sognato, ma appena aprì gli occhi si rese conto che erano ancora sull’aereo.
Man mano che passava il tempo, però, mentre atterravano e si dirigevano poi verso Milano, scoprì con stupore che gli dispiaceva sempre meno che non si fosse trattato di un sogno.
E quando lo stilista venne presentato come Freddie Bulsara, Brian iniziò a credere veramente che potesse essere la stessa persona. Lo stesso Freddie Mercury con cui aveva condiviso anni di lavoro e amicizia.
In fondo, il vero nome di Freddie era Farookh Bulsara, e non poteva trattarsi di una coincidenza.
Inoltre, Freddie aveva conseguito una laurea in Disegno e Arte Grafica, e per un certo periodo Freddie e Roger erano stati proprietari di una bancarella al Kensington Market, dove avevano iniziato a vendere prima quadri e disegni, comprese alcune opere di Freddie stesso, e poi anche vestiti.
Dunque non era impossibile che Freddie, se non si fosse messo a cantare e comporre canzoni, sarebbe diventato uno stilista di successo.
E quando poi, alla fine della sfilata, Freddie uscì sulla passerella, Brian non ebbe più dubbi.
Era veramente lui.
Tranne che per un particolare: quando Freddie sorrise, Brian si accorse che si era fatto raddrizzare i denti.
Allora forse si spiegava perché il Freddie di questo universo non fosse una rock star: Freddie non aveva mai voluto farsi raddrizzare i denti perché temeva che la sua voce avrebbe potuto risentirne.
Anita si rivolse a Brian.
“Vieni, andiamo a salutare Freddie.”
Brian e Anita si avvicinarono allo stilista, che nel frattempo era sceso dalla passerella e si stava incamminando verso di loro.
Man mano che Freddie si faceva più vicino, Brian diventava più nervoso. Non avrebbe mai immaginato di vivere un momento simile.
Conoscere Freddie come avrebbe potuto essere se non fosse morto.
Anche se, naturalmente, non era lo stesso Freddie del suo universo…
“Brian, Anita. Che piacere vedervi…” li salutò Freddie abbracciandoli.
“I tuoi modelli sono sempre magnifici, Freddie.” si complimentò Anita.
“E tu, cara, diventi sempre un giorno più bella. Brian, vecchio mio, che mi dici?”
Brian non rispose subito, temendo che la voce lo tradisse. L’emozione di incontrare Freddie, parlare con lui, di nuovo, era troppo grande.
“Come va il lavoro all’osservatorio?” continuò a domandare Freddie.
“Osservatorio?” ribatté Brian stupito.
“Hai presente Jodrell Bank, nel Cheshire, vicino a Manchester?” fece Freddie in tono scherzoso “Ha sede un osservatorio radioastronomico dove lavora un mio caro amico…”
Dunque il Brian May di quell’universo non faceva il chitarrista ma l’astronomo. In fondo era perfettamente credibile: dopo che si era laureato, uno dei suoi professori, il famoso astronomo Sir Bernard Lovell, gli aveva proposto di partecipare a un progetto di ricerca astronomica presso l’osservatorio di Jodrell Bank.
“Brian, caro, ti senti bene?” gli domandò Freddie guardandolo preoccupato.
“Non farci caso, Freddie.” intervenne Anita “È da quando si è alzato questa mattina che ha la testa fra le nuvole.”
“Sì, capitano anche a me giornate simili.” annuì Freddie “Ma adesso vi porto a cena, così potremo raccontarci tutto.”
Durante la cena era stato indescrivibile, per Brian, poter parlare con Freddie, ascoltarlo e osservarlo.
Certo, non era il Freddie che aveva conosciuto lui e quindi non poteva dire di aver ritrovato il suo amico perduto. Ma era stata comunque una grandissima emozione.
Dopo essersi salutati, Brian e Anita si diressero in hotel. Brian aveva infatti scoperto che il mattino dopo sarebbero partiti in treno per Venezia, dove si sarebbero fermati per qualche giorno.
Prima di addormentarsi, Brian cercò di immaginare a quanto sarebbe stato bello passeggiare per Venezia, mano nella mano con Anita, o fare un giro in gondola, come normalissimi turisti. E nei giorni successivi ne avrebbero avuto la possibilità, visto che Brian in quel luogo, dovunque si trovasse, non era un personaggio famoso.
Avrebbero così potuto rifarsi per la luna di miele, funestata dai paparazzi inglesi che li avevano inseguiti per tutta la città lagunare.

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