Opere di

Claudio Vastano



Con l’opera «La stanchezza dello sciacallo» è risultato 8° classificato nella XVII Edizione del Premio Letterario Città di Melegnano 2012 – Sezione narrativa


Questa la motivazione della Giuria:

«Lo sciacallo è l’esattore Giuseppe Vannelli, usuraio legalizzato, vivido e bieco personaggio che sembra uscito dallo stuolo di loschi protagonisti del mondo odierno, ma anche dalla penna squisita e mirabile dei romanzieri russi,in particolare da quella geniale e diabolica di Fedor Dostoevskij, che ha spesso amato descrivere la banalità del male con naturalezza e senza compiacimento alcuno, come nella figura di Karamazov. L’avidità priva di scrupoli, totalmente scevra da ogni imperativo morale di Vannelli, porta alla rovina finanziaria e psichica di molte delle sue vittime, ma nessun senso di colpa lo tange, perché la brama istintuale di lucro è in lui superiore a ogni altra motivazione.
Il malessere fisico che lo prostra è da lui attribuito a una banale influenza.
Odiato e anche aggredito dai suoi perseguitati, troverà il lento e inesorabile castigo dal suo stesso medico curante. Il dottore, depredato da Vannelli , gli regalerà un fermacarte radioattivo, che lo porterà lentamente e inesorabilmente a una morte ignobile. Di là dalla complessità della trama, lo scrittore si serve di un linguaggio secco, asciutto e quasi tecnico, che contrasta con la caratterizzazione dei personaggi pieni di sfumature e contraddizioni, compiendo un’elaborazione artistica compiuta e… fatale».

Alessandra Crabbia


La stanchezza dello sciacallo

L’ufficio del signor Vannelli era un luogo ampio, luminoso ed elegante.
Era posto all’ultimo piano di un palazzo assai alto e dalle sue vetrate era possibile scorgere i colli boscosi d’intorno alla città. La scrivania, ingombra di plichi, incartamenti e moduli compilati sembrava sottolineare l’importanza dell’incarico che l’uomo era stato chiamato a svolgere. C’erano solo alcuni dettagli, che al signor Vannelli non andavano proprio a genio. L’attaccapanni, ad esempio, uno sgorbio di metallo laccato di nero posto accanto alla porta. Gli ricordava un omino secco e lungo dopo un incidente automobilistico. Per il suo ufficio avrebbe trovato più adatto un modello in legno. Pazienza, avrebbe provveduto a sostituirlo quando ne avesse avuto il tempo.
E poi c’era il fermacarte, un oggetto di pietra lavorata grande quanto un pugno chiuso che rappresentava chissà quale divinità pagana. Era un ammennicolo a dir poco pacchiano. Il dottor Vellutini glielo aveva riportato da un viaggio in SudAfrica, o almeno così sosteneva lui. Al signor Vannelli pareva invece robaccia da rigattiere di quart’ordine. Un attrezzo raccattato all’ultimo momento come presente di compleanno. Tuttavia, disfarsi di un regalo del suo medico curante sarebbe stato un gesto quantomeno scortese.
Oltretutto, da quando aveva contratto quello strano virus, Giuseppe Vannelli aveva iniziato a provare insofferenza anche verso le altre persone, verso il tempo che non trascorreva alla velocità giusta e verso l’aria condizionata. Quell’aria artificiale che solleticava le narici e puzzava di metallo freddo. Non era difficile concludere che l’influenza che lo aveva contagiato, se poi solo d’influenza si trattava, provenisse proprio dall’impianto dell’aria condizionata. Ne avrebbe parlato con il consiglio amministrativo alla prossima occasione, magari alla plenaria che si sarebbe tenuta di lì ad un mese. Frattanto, però, andavano sbrigate questioni ben più impellenti. La casa del signor Fredianelli, ad esempio. Quel cencioso nullafacente non si sarebbe gettato per strada da solo. Occorreva dargli una spintina. Una spintina decisa. E a poco sarebbero valse le sue rimostranze circa il fatto d’avere famiglia e due bambini piccoli. Le regole del gioco erano chiare; pagare o pagare. Non c’erano altre alternative. Non era un suo problema, in fondo, se il Fredianelli aveva perduto il lavoro a causa della crisi economica. La legge andava rispettata, specialmente quando portava nelle casse della società un sacco di bei soldoni senza aver dato niente in cambio.
Il negozio d’antiquariato in via del Vigneto non era messo meglio, in quanto a regolarità nei pagamenti. L’ultima volta, il titolare aveva abbozzato una scusa risibile «Non è che gli affari non vadano come dovrebbero. Il problema sono le imposte troppo alte! Non riusciamo a far fronte alle spese». A quelle parole, il signor Vannelli aveva sorriso senza darlo a vedere. L’ennesimo esercizio commerciale sprangato entro fine stagione, aveva previsto. E se la merce pignorata non fosse bastata a compensare i debiti, si sarebbe rivalso sulle proprietà del titolare. Il tutto alla luce del sole. La legge lo permetteva. Che bell’invenzione, la legge!
Raccolse le pratiche più urgenti e le depose in un angolo libero del tavolo. Lo sforzo di sollevare quei volumi di carta gli strappò un gemito contratto. Anche i muscoli delle braccia, s’erano fatti deboli, da un po’ di tempo a quella parte. Maledetta influenza. Sollevò una mano alla nuca e passò le dita sulla corta peluria brizzolata. Con contrarietà dovette constatare che la caduta dei capelli non si era affatto fermata.
Stress. Virus. Scadenze da rispettare. Aria condizionata. E non per ultimo, il dover sopportare i piagnistei dei pagatori insolventi. Era un po’ tutto l’insieme a causare i suoi problemi di salute. Così aveva detto il dottor Vellutini, quello del fermacarte in pietra lavorata. Sarà stato anche vero ma accidenti, com’era diventato difficile lavorare in quell’ufficio! Forse, si disse il signor Vannelli, forse si sarebbe dovuto concedere quella vacanza troppo a lungo rimandata. Sicuramente non avrebbe potuto fargli che bene…

Lungo Via Del Prete, il traffico s’era fatto opprimente. Fra semafori sempre rossi, imbranati alle rotonde e camion lenti come lumache, in mezz’ora l’auto del signor Vannelli aveva percorso poco più di dieci chilometri. Fosse andato a piedi avrebbe fatto senz’altro prima. E con ogni probabilità, presto o tardi, avrebbe finito col dar retta ai suggerimenti dettati dalla sua insofferenza. Un po’ di sano esercizio fisico era quello che occorreva per rimettere in moto gli ingranaggi sopiti del suo organismo. Bastava solo lasciar trascorrere i due mesi che lo separavano dalle prime giornate calde di Primavera.
Imboccò via dei Sonnoli, svoltò in un’altra traversa e accostò l’auto al marciapiede. I lampioni erano già accesi da almeno due ore. L’aria era satura di umidità. Scese dalla macchina grugnendo un’imprecazione sottovoce e si diresse verso il marciapiede. Finalmente a casa, si disse. Una doccia calda, una cena tranquilla, un’oretta di televisione e poi a letto. Anzi, forse niente doccia. Se la sua fosse stata una stanchezza di quelle che se ne vanno via con un po’ d’acqua, non ci avrebbe pensato su due volte. Ma i virus sono inquilini capricciosi. Arrivano quando vogliono e se ne vanno quando pare a loro. Spesso, se provi a mandarli via, si offendono e te la fanno pagare. Meglio evitare inutili contese.
Giunse al cancello del condominio, infilò una mano nella tasca del cappotto e strinse le chiavi fra le dita.
«Il signor Vannelli, presumo».
La voce alle sue spalle lo colse di sorpresa. Si voltò di scatto. Un uomo sulla trentina lo fissava dal bordo del marciapiede. Indossava un cappotto blu scuro, pantaloni di jeans e un berretto calato basso sulla fronte.
«Ho detto giusto?».
«Lei chi è, scusi?» domandò il signor Vannelli.
«Baiocchi» rispose l’altro, avanzando di un passo «Mi chiamo Pietro Baiocchi».
«Posso fare qualcosa per lei?».
Il giovane sfilò una mano di tasca e si aggiuntò il berretto.
«Oh, ha già fatto anche troppo, se è per questo».
«Mi scusi, credo di non aver compreso e ho molta fretta. Sto andando in casa. Se…».
«Lei non tiene un registro di tutte le persone che ha rovinato, dico bene?» chiese a quel punto l’uomo vestito di scuro, avanzando di un passo «In quel caso mi avrebbe riconosciuto subito. Oppure no, sono talmente tante, le vittime degli strozzini come lei, che neppure ce la fate a rammentare i loro nomi!».
Troppo tardi il signor Vannelli si rese conto delle intenzioni di quel minaccioso interlocutore. Baiocchi… Baiocchi… In effetti, quello non era un nome completamente nuovo. Ricordava che c’era stato un Baiocchi, quasi un anno prima, a cui un’inondazione aveva raso al suolo la piantagione di garofani. I suoi campi, adesso, appartenevano alla cosa comune. O, per esser più corretti, a chi quella cosa comune la gestisce.
Il signor Vannelli aveva già ricevuta qualche minaccia, in passato. Tutta robetta innocua, perlopiù. Parole uscite dalle bocche di gente che si lasciava momentaneamente trasportare dall’onda dell’emotività. Poi la collera sbolliva e allora restava la razionalità. Razionalità vuol dire seguire le regole. Se le regole dispongono che qualcuno, per chissà quale motivo, può venirti a portar via la casa, era giusto così. Restava solo da metter la coda fra le gambe e andarsene altrove.
Ma Pietro Baiocchi non era lì per minacciare, intimidire o lanciare invettive. Il signor Vannelli se ne rese conto al primo diretto alla mascella. Un colpo poderoso lo tramortì, scaraventandolo con la schiena contro l’inferriata del cancelletto. Baiocchi era un tizio robusto e non lesinò la propria forza fisica. Al secondo pugno al volto, le ginocchia del signor Vannelli si fecero come di gelatina. L’alto esattore sentì svanire la propria coscienza e crollò disteso lungo il marciapiede.

Lo studio medico del dottor Vellutini. Quasi una coreografia dai tre ingredienti; il bianco uniforme di intonaco e mobilio, l’odore di disinfettante, il silenzio esasperante.
Per quasi quaranta minuti, il signor Vannelli aveva dovuto attendere di essere ricevuto dal medico. Quando la giovane assistente chiamò il suo nome in sala d’aspetto, l’uomo era oltremodo spazientito.
Il dottor Vellutini lo fece accomodare sul lettino e ne osservò scrupolosamente le condizioni del viso.
«Quelli del pronto soccorso hanno fatto un bel lavoro» sentenziò con tono beffardo «Tanto valeva che te ne rimanessi a casa. Una bistecca sulle ecchimosi, come insegnano i vecchi rimedi caserecci, avrebbe sortito miglior effetto».
«Non sono andato in ospedale per i lividi» replicò il signor Vannelli.
«Già, lo immagino…».
«Quella carogna… e pensa che se non mi avesse detto come si chiamava non lo avrei neppure riconosciuto! Ma me l’ha detto subito, come si chiamava! Subito! Non appena mi sono voltato verso di lui!».
«Lo conoscevi?».
«Sì. Ma conosco un sacco di gente, come quello lì. Mica posso ricordarmi di tutti!».
«Doveva essere proprio disperato, per fare quel che ha fatto».
«Disperato? Ma per favore! Non venirmi a insegnare la mentalità dei senza lavoro! Quella lì è solo gente che non ha voglia di lavorare. E quando viene il momento di pagare, sono solo capaci di lagnarsi e accampare scuse prive di senso!».
«Fosse un problema di uno o di pochi, potrei darti ragione,» obbiettò il medico «ma negli ultimi anni, sembra che vi sia sempre più gente con problemi simili. Hai mai pensato che potrebbe non dipendere da loro?».
Il signor Vannelli si strinse nelle spalle.
«Ripeto, per me quella gente rappresenta solo lavoro».
L’altro ristette in silenzio.
“ì«Piuttosto, che mi dici riguardo a quest’influenza che non se ne vuole andare?» chiese l’alto esattore. «Sto cominciando seriamente a preoccuparmi, Stefano. Ormai è un mese che quando mi sveglio la mattina, mi ritrovo il cuscino pieno di capelli!».
«Humm… ti capita più di avere quegli eccessi di tosse di cui mi hai parlato l’ultima volta?».
«Certo. Due o tre volte al giorno. Ma è la debolezza a darmi maggiormente fastidio. Ieri sera, quando quel pazzo mi ha assalito, non sono neppure riuscito a difendermi. Perché mica mi ha preso di sorpresa! Oh, no! L’ho visto bene, mentre mi veniva addosso con le mani alzate. Il problema è che le mie braccia non si sono mosse. Ero… hai presente quando ti svegli la mattina e il tuo corpo è tutto intorpidito?».
«Certamente» annuì il medico.
«Ecco, la sensazione era quella lì. Solo che a me, ultimamente, capita dal momento del risveglio fino all’ora di tornare a letto».
«Ho capito».
«E dunque che mi consigli di fare?».
«Beh, potrei dirti le solite cose… meno lavoro, meno stress, qualche passeggiata invece della solita vita sedentaria… insomma, quello che sai già. Il problema è che tu vorresti una terapia d’urto. La pillola magica che faccia sparire di colpo ogni malessere».
«Non posso assentarmi dal mio lavoro. Non in questo periodo».
«Allora dovrai portare ancora un po’ di pazienza. Vent’anni non li hai più, Giuseppe. Alla tua età strapazzarsi come sei abituato a fare è deleterio per la salute. I malanni che prima passavano in due giorni, adesso possono impiegare mesi, prima d’andarsene. È l’età…».
«L’età» sospirò il signor Vannelli, «gran brutta malattia, quella».
«Non così brutta» rispose il medico «mia madre diceva che la vecchiaia è la prova che fin a quel punto ci siamo arrivati. Non tutti possono dire di averlo fatto. Ma se non sei convinto della mia diagnosi, puoi sempre chiedere un secondo parere».
«E gettar via altro tempo?» disse il signor Vannelli «No, grazie, va bene così. Piuttosto, come sta tua madre? È un pezzo che non la vedo. Sempre in gamba come ai bei tempi?».
Il dottor Vellutini allargò le braccia e sorrise.
«Sta come una signora di ottantacinque anni. Da qualche anno a questa parte sembra invecchiata di colpo».
Il signor Vannelli scese dal lettino e indossò la sua giacca.
«Salutamela, quando la vedi».
«Non mancherò. E ricorda di applicare sulle ecchimosi la pomata che ti ho segnato. Spariranno completamente nel giro di tre o quattro giorni…».

Di nuovo nell’ufficio ampio e ben arredato all’ultimo piano.
Giuseppe Vannelli sedette pesantemente sulla poltrona al di là della scrivania e ansimò. Davvero quella non era la sua settimana migliore. Prima il pestaggio, poi l’inefficienza di quei quattro camici bianchi al pronto soccorso. Infine era stata la volta dei carabinieri. Quasi non voleva accettare la sua denuncia, quel maledetto passacarte in divisa!
«In fondo si è limitato a darle un pugno… tenga presente che non ha più un lavoro, non ha più una casa, non sa più come tirare avanti…se potesse chiudere un occhio…».
Chiudere un occhio?! Questa era proprio bella! L’aggredito avrebbe dovuto prendere le parti dell’aggressore! Un autentico paradosso. Che razza di mondo! Tutto al rovescio!
Aveva dovuto alzare la voce, per farsi ascoltare da quel piccolo burocrate nerovestito. E con quella stanchezza che lo faceva sentire floscio come una gomma bucata non era proprio il caso. Comunque l’aveva avuta vinta. Denuncia fatta. L’aggressore sarebbe stato punito secondo quanto stabilito dalla legge. Gli stava proprio bene, a quel folle.
Lanciò un’occhiata al piano della scrivania. Quelle pile di documenti da esaminare, vagliare e riempire… santo cielo, non gli erano mai sembrate così alte! Possibile che si fossero accumulate in quell’unica mezza giornata trascorsa allo studio medico? O forse era la salute cagionevole, a dargli quell’impressione?
Non lo sapeva. Di sicuro, però, le pratiche non si sarebbero sbrigate da sole. Nascosta in quel mucchio c’era la casa del signor Fredianelli. E come dimenticare il negozio di antiquariato in via del Vigneto? Faccende da sbrigare con urgenza. La cosa pubblica non poteva certo attendere i comodi di qualche lavativo.
Prese fiato come un sommozzatore troppo a lungo rimasto in apnea e con uno sforzo non indifferente si rimise a lavoro.

Il dottor Vellutini rincasò ad un’ora piuttosto tarda. Nessun impegno di lavoro lo aveva trattenuto. Semplicemente, non gli andava di stare fra quelle quattro mura ad ascoltare le continue lamentele di sua madre. Era sempre così, da quando la donna si era trasferita a casa sua. E certo, un’altra sistemazione non era neppure ipotizzabile. La villetta in campagna faceva ormai parte della storia. Un bel giorno, un paio di funzionari nel pieno della loro autorità l’avevano presa e consegnata alla cosa comune. O, per meglio dire, a chi quella cosa comune la gestiva. Un brutto colpo, per la donna. Aveva vissuto in quella casa per oltre ottant’anni.
Il dottor Vellutini non era sposato. Niente figli, niente famiglia. Era un solitario e gli andava bene così. Unici interessi, a parte la Medicina, erano le lunghe passeggiate in montagna e le rocce. Già, proprio le rocce. Collezionava minerali, conchiglie fossili e strane pietre provenienti da ogni angolo del mondo. Quando il tempo e le finanze glielo consentivano, partiva per qualche località esotica e tornava con una borsa ingombra di reperti. Cianfrusaglie che per la maggior parte delle persone equivalevano a curiosità prive di valore. Lui le catalogava, le archiviava e le custodiva gelosamente in una piccola stanza adiacente alla camera da letto. Era la sua collezione privata.
Mangiò un boccone, ripose la borsa di pelle con dentro ricettari e stetoscopio, e si andò ad appartare nel suo studio. Quando la madre andò a bussare alla sua porta, il dottor Vellutini sollevò la testa dal raccoglitore sul quale era chino a lavorare.
«Stefano…».
«Sì, mamma».
«Hanno chiamato dalla banca, oggi».
«Ah, bene… che cosa volevano?».
«Per telefono non mi hanno voluto spiegare niente. Però si sono raccomandati di passare in settimana per certi documenti da firmare».
«Humm… vedrò di farci un salto domani mattina».
Silenzio.
«Mamma, va tutto bene?».
«Sì, Stefano… va come può andare…».
Il medico non rispose. Se ne rimase zitto e fermo finché non ebbe la certezza che la madre si fosse allontanata, quindi tornò ai frammenti di pietra sparsi sul tavolo. Alcuni di quei campioni avevano fatto un lungo viaggio, prima di approdare fra gli scaffali della sua collezione. Provenivano dal Sud Africa, poco lontano da dove Stefano Vellutini aveva trovato il pezzo di roccia dal quale era stato ricavato il fermacarte nell’ufficio del signor Vannelli. Con le sue conoscenze di geologia era stato relativamente facile individuare un livello uranifero in uno dei giacimenti dismessi nella regione del Transvaal. Poi era stata solo questione di trovare qualcuno in grado di lavorare quel blocco informe di pietra e consegnarlo all’alto esattore.
Il resto, concluse, il resto lo avrebbero compiuto le radiazioni.



Il Club degli Autori - Concorsi Letterari - Montedit - Consigli Editoriali - Il Club dei Poeti
Chi siamo
La Rivista
La voce degli Autori
Tutti i nostri Autori
Per iscriversi
ClubNews
Il notiziario gratuito
Ultimi inserimenti
Homepage
Avvenimenti
Novità & Dintorni
i Concorsi
Letterari
Le Antologie
dei Concorsi
Tutti i nostri
Autori
La tua
Homepage
su Club.it