L’ordine delle cose

di

Claudio Prili


Claudio Prili - L’ordine delle cose
Collana "Le Schegge d'Oro" - I libri dei Premi - Poesia
15x21 - pp. 68 - Euro 8,00
ISBN 978-88-6587-1027

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In copertina: fotografia di Claudio Prili


Prefazione

La silloge di poesie “L’ordine delle cose” di Claudio Prili è un esempio lampante di visione poetica che scende nel profondo delle molteplici vibrazioni dell’animo.
Si assiste alla rivisitazione delle esperienze emozionali della propria vita ed ecco allora che, davanti ai nostri occhi, si attua l’incessante “danza della vita”: attraverso il recupero memoriale può capitare di ritrovarsi a fissare il cielo come a ricercare le ricordate “vibrazioni dell’animo”; i pensieri “scorrono senza soluzione”; i ricordi vengono consegnati ai “luoghi dell’anima” ed il poeta si sofferma e constata “amo il silenzio della notte” come a ricercare una condizione di quiete interiore che permetta di alimentare il sentimento lirico.
La poesia di Claudio Prili riesce infatti ad esaltare anche le più labili sensazioni, le infinite percezioni dell’esistere, e lo fa con un linguaggio originale e profondamente avvertito sulla propria pelle: la sua Parola è vissuta intensamente, si fa scia luminosa che aiuta a disegnare il percorso, prima esistenziale, e poi, lirico.
Fin dalla prima poesia, si intuisce subito lo spessore della partecipazione lirica di Claudio Prili alla visione dell’Uomo, posizionato nell’Ordine di questo Universo ed il mondo sensibile viene immesso nel lento fluire del Tempo; e, nella chiusa della poesia, Claudio Prili scrive: “L’ordine immutabile delle cose/è una grinza scura/nell’ora celeste delle fate”.
Il “seme” lirico di Claudio Prili incontra la “terra fertile”, la “follia del vento”, le “guglie dei templi”, il “tempo silente”, il “profumo di timo e lavanda”, le “sciabole di fuoco” d’un tramonto che rivela le meraviglie del mondo e, al contempo, i “dolci inganni” della vita: e, tra una poesia e l’altra, si avverte l’ardore dell’amore che vuole essere appagato e diventa esortazione, pulsione incontrollabile che si rivela chiaramente con le parole “amami adesso”.
I pensieri si insinuano nei labirinti della mente, i ricordi ed il peso della coscienza si miscelano al pudore del suo silenzio: le notti insonni creano così parole nuove che, a volte, si sedimentano nel deposito emozionale, nella pazienza del silenzio come a “masticare i dolori/che sanguinano di nascosto”, come a constatare la propria “debole vanità”, come a “stringere impaurito la vita” dopo aver affermato “ingoio queste ore lentamente/dopo un mare di tempeste”.
Nel viaggio tra la memoria che occulta i segreti, seguendo le orme del tempo che “ferisce il cuore/come spina” ed i “granelli di sabbia” che scandiscono inesorabilmente il tempo del possibile “ritorno”, pur sapendo molto bene che “ogni ritorno è una falsa partenza”, si manifesta la visione lirica di Claudio Prili, attraverso una poesia di rapimenti estatici, sommessi ricordi e recuperi esistenziali che diventano “liquido vitale”.
Come a studiare le alchimie dell’esistere, Claudio Prili apre la porta a “luoghi”, sovente, difficilmente accessibili ed il suo sguardo scende nelle zone più profonde, più segrete: e mentre “un altro giorno/cade dal muro del tempo/sulla mensa dell’oblio”, il silenzio si fa religioso, i “luoghi” sono invasi dalla saggezza che il tempo regala, le parole sono come “sospese nell’aria”, in attesa di essere collegate dal sottile filo che unisce spiragli di luce vitali e il desiderio di “respirare il mistero”.
Nella febbre lirica tutto si incendia: “Dolce è il malessere… segretamente sigillato il cuore/che non riesce a sciogliere/la solitudine di questo cielo solenne/frusta crudele dei miei occhi” scrive Claudio Prili quasi a voler sottolineare che la sua Parola “cela il sangue di una ferita” e, simbolicamente, tutto riconduce al dominio del colore rosso nella sua poesia: cuore d’un poeta e sangue vitale che infiamma la continua volontà di espansione del proprio essere fino a penetrar le “nuvole della coscienza”.

Massimo Barile


L’ordine delle cose

L’ordine delle cose

Quando è tempo bisogna seminare.

Lo dicono i vecchi che sanno
e non fanno fatica a ricordare
le stagioni scritte sull’erba.

L’ordine immutabile delle cose
è una grinza scura
nell’ora celeste delle fate.


Per follia di vento

Per follia di vento
la tua veste rossa
potrebbe alzarsi
sui vaghi nastri rosa dei cirri,
erranti pianure d’aria
a dissetare il seme.

Ricadere d’improvviso
sulle guglie dei templi
in lucido argento d’oriente
e naufragare nelle narici di Roma
che tutto copre e dimentica
del mondo.

Per follia di vento
la tua veste rossa
potrebbe alzarsi
e volerti ora accarezzare
sarebbe ardita esperienza,
se già ti vedo ondeggiare
verso un altro mare.


Amami adesso

Vigila sui nostri corpi distesi,
sul manto di pulsioni abbandonate
come braci di fuochi spenti.

La stanza è in ordine
e sembra non accorgersi di noi
che indugiamo all’amore
senza bottoni sul petto che batte.

Ti alzi d’improvviso
e le spalle bianche sembrano il sipario
di questo momento che sta finendo
senza chiederne il permesso.

Amami adesso, dolce paradigma
di parole pronunciate e dimenticate,
adesso che già scorgo scivolare
le ore contigue tra remoti pensieri,
adesso che ho fame.


Voglio essere estate

Gli storni di sera
sembrano onde migranti
sulle cattedrali di marmo
che si artigliano al cielo.

La notte già abbruna
tra le opache bugie
e le mie piccole viltà
che sanno di timo e lavanda,
sanno di pulito.

Voglio essere estate
in un tiepido rondò di vento,
quando il sole tornerà a cantare
sulle gemme del grano e dell’alloro
come lucida sciabola di fuoco .

Di nuovo giullare d’amore,
si inchinerà a lusingare la terra
per bruciarne la veste che danza
e nel tempo lieve di un mattino
l’innocenza se ne andrà.


Gioco di bambola

Per ogni istante
pensato con amore,
quando anche i limoni
diventano rossi nelle giare
ed il re dei ragni
lo copre di ricami
per nascondere i vuoti
di un angolo felice.

Per ogni casa di pietra densa
intorno ai tuoi occhi di uva spina
che ogni sera raccolgono
il sussurro del silenzio
e non calmano la sete
ferma nei cerchi del pozzo.

Per quando ti vedrò volare
tra le corde di un’altalena
ed il vento spingerà la schiena
verso un ladro senza luna
che ti spettinerà i capelli
e sarà dolce l’inganno.


Come quando fissavo il cielo

Amo il silenzio di questa notte,
come quando fissavo il cielo
tra le tue ginocchia
e poi ti addormentavi
al di là del giardino
per farti ricordare.

Il suono delle promesse
era scritto sulla tua seta viva,
sopra la cenere e la terra
del mio cuore contadino.

Come cambia i colori
la luce della luna
in questo largo sagrato
di pietra nera
da regalare a una sposa.

Dammi la penna per scriverti
e disegnerò le strade dove andare,
potrei ancora avere cose da dire
con le labbra sul cuore.

Si aprisse adesso il paradiso,
vorrei che fosse qui
e se solo tornassero
a sfiorarmi le tue dita,
a tutte le finestre lo direi,
stanotte.


Confessioni di un mentecatto

Della vita sono un ospite sgradito
e nel cortile la luce è molesta,
scendono i miei pensieri senza soluzione
nei gomitoli della mente
ed i ricordi ho già consegnato
ad un luogo che un tempo tenevo per mano.

Sono io il peso delle coscienze
che non leggono l’altra realtà
sulle mie dita senza unghie,
sul pudore del mio silenzio.

Distrattamente invento la musica
che non riesco a cantare,
corolla di mille note morte
che si spengono in gola.

Notti insonni di parole nuove
che nubi nere poi occultano al sole
e cercarle ora fa male
nel magazzino degli oggetti smarriti.


Dune

Mare rosso da battezzare
con un cuore assassino
tra le braccia segrete
dell’estate.

Sulle dune della memoria,
la lunga strada di aranci e limoni
di un nome ad occhi chiusi
scritto nell’album di orme trascorse.

Corro a spolverare
i granelli di sabbia dai seni
alla spiaggia delle balene bianche
che soffiano vento e conchiglie
di acque lontane.

Dolce giorno di luglio
che non potrai sciogliere
nemmeno con un ritorno.


Quando vedrò le anatre tornare

Di quel giorno annuserai
l’accenno dell’alba,
poi come velo sottile
la tua mano solleverà
mantelli di sabbia, una spina,
forse una piuma.

Pioverà,
di una pioggia obliqua
che oscurerà passaggi d’anatre,
senza un destino che vende più
carte e numeri
se ogni ritorno è una falsa partenza.

Ora quel rosso seduto sul cielo
potrà per un attimo eludere
la tua tagliente assenza
di macchie scure sulla pelle,
per ogni sera che sonnambula
ti ascolterò sulla ringhiera.

Della stessa radice divideremo il frutto,
assieme spezzeremo il pane
in un bicchiere di vino.

E se gli occhi vorrai addormentare,
io ritornerò da solo a succhiare
il mio piccolo chicco di sale.


Stessa acqua

Vorrei mescolarmi con te
nella stessa acqua
fino a confondere i nostri nomi
e berti e bermi da un calice
soffiato a Venezia.

Amore disperso in ogni guerra
e che da ogni guerra ritorna,
così ebbro di promesse
che forse non sarà di parola.

Amore che non chiede ai treni
quando finirà il binario
o se le nostre lettere
arriveranno per Natale.

Incontrato su silenziose cadenze di neve
per perderci senza voglia di tornare
e morire e rinascere in un passero
che cade e riprende a volare.


Il testamento dell’estate

Nel canale verde e limaccioso
naviga morbida l’erba grassa,
il quieto languore del sole
brucia il frinire sonnolento
delle cicale.

Fiori morti galleggiano sull’acqua
uniti alla debole resistenza
di un desiderio,
minuzie di frasi sospese nell’aria
si affacciano di nuovo
eppur lontane,
lontane mille lune
dai luoghi della saggezza.

Raccolgo sassi colorati
con un gesto antico e fatale,
alla ricerca di quel filo rosso e liso
che lega il presente
al tempo per sempre assente.

Negli sbadigli di una sera
tiepida e manchevole,
sfioro con le dita
il confuso nebbieggiare
che s’alza pallido
sul religioso silenzio
di quest’orto.


Storie disabitate

Aghi di freddo insolito
sulla schiena dell’estate,
meditazione di un amore
vissuto in silenzio
sotto la pelle.

Pantaloni da ripiegare con cura
nell’armadio ordinato
di un giorno qualunque,
ricami di promesse
tra i mozziconi spenti
di storie disabitate.

Cerchi perfetti e neri
di caffè sul comodino,
abitudine agli scricchiolii
di una stanza
che non riesce a riposare.

E aspetto il giorno in cui
una pioggia sottile e dispettosa
scioglierà la terra arida
che ora fa tossire il mio cuore.


Occhi di foglia

Fatica lo sguardo
sugli oggetti senza odore
e ne studia le accurate alchimie,
vaga con nuda lentezza
verso l’immerso candore
di un’alba barcollante.

Denso rifugio
tra le nebbie delle tue mani,
sospeso sui volti inghiottiti
dalla vernice di uno specchio.

La sete di ciliegi
s’insinua nelle ombre dell’iride
come fuoco di astri
che inseguono le notti di metallo.

Ora tace assorto
e resta intatto il richiamo
oltre la marea che sale irrequieta
nei tuoi occhi di foglia.


Insegnami ad aspettarti

E quando arrivi
non fare mai rumore,
svelto come il topo
appendi il tuo cappello
sulle spalle del dolore

hai il volto pallido
e la punta delle dita gelate,
ma se la vipera soffia
vuol dire che è estate

quanto tempo
il giardiniere al campo
attese di coprire
le tue scarpe nuove,
ma tu le donasti
una mattina chiara al cielo

e da allora fioriscono ogni anno
margherite ignare
su un ceppo di legno
a cui manca il cuore.


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