Opere di

Carmela Tuccari


BIANCO E NERO

Tutte le mattine, da lunedì a venerdì, alle sette in punto la strada si animava come per incanto. Fin dalle prime ore del giorno si vedevano figure informi dirigersi frettolose verso il capolinea degli autobus, ma a quell’ora la vita riprendeva, sempre uguale da anni, per tutti gli abitanti del quartiere.
Le voci dei venditori ambulanti rimanevano sospese, impigliate forse al leggero velo di smog, qua e là si formavano dei capannelli di gente, mentre gli ultimi pendolari si affannavano lungo i marciapiedi sconnessi, dove alberi scheletrici sembravano far la guardia alle case alte e grigie, senza fisionomia.
Case tutte uguali d’un anonimo quartiere di periferia.
Le due ragazze, sbucate fuori da uno dei casermoni in fondo alla via, si dirigevano, camminando lentamente mano nella mano o sottobraccio, verso lo spiazzo circolare, dove avrebbero preso un mezzo che le portasse in centro. Erano due belle ragazze, alte e ben fatte.
I vecchi, che già a quell’ora stazionavano davanti al bar e le massaie che, tra una faccenda e l’altra, sostavano al balcone, le guardavano passare con un misto di benevolenza e di ammirazione.
L’una, Argenta, bionda ed esile come una betulla, era nata in quel quartiere. Figlia d’una coppia emigrata tanti anni prima dal sud e che aveva tre maschi ormai grandicelli, era stata accolta come un dono prezioso, una promessa per il futuro.
La madre, dinanzi al miracolo d’un batuffolino roseo dal capino coperto di leggera peluria biondo platino, aveva voluto darle quel nome tanto strano quanto diverso da quelli che la tradizione della sua famiglia e le regole della sua terra d’origine le imponevano.
Né il marito né i parenti avevano potuto distoglierla, lei donna timida ligia al dovere e sottomessa al maschio, l’aveva spuntata su tutti.
Così Argenta era cresciuta con una madre debole in perpetua adorazione di quella figlia, principessa lunare e lunatica, ed un padre che, precocemente invecchiato da una vita di stenti e sacrifici, quando questi erano già un ricordo, tornava a casa la sera impregnato di alcool e di fumo e senza dire una parola, dopo una cena veloce, si buttava pesantemente sul letto pronto a russare fino al mattino. I fratelli avevano lasciato presto la casa con la scusa del lavoro e la ragazza, frivola e superficiale, era rimasta padroncina dispotica e incontrastata al cui volere la madre si piegava volentieri.
L’altra invece era comparsa qualche anno più tardi, quando Argenta andava già a scuola, pallidina e minuta con due codini d’oro pallido trattenuti da nastri ora rosa ora azzurri, sempre linda e inappuntabile.
Cinzia era nera e scontrosa, aveva gambette magre e la pelle quasi rugosa. L’avevano adottata i proprietari dell’unico negozio-bazar del rione, dopo un’attesa di anni e risme di carta bollata.
Il loro grande affetto, nell’arco di un anno, aveva mutato quell’esserino spaurito e denutrito nella bimba più felice e serena della zona; le sue guance avevano il colore dell’ebano tirato a lucido e i capelli fitti e ricciuti erano morbidi e cangianti come seta. Aveva imparato a parlare e non si nascondeva più, all’arrivo dei clienti, dietro gli scatoloni o fra gli abiti dozzinali, anzi era allegra e gentile con tutti.
Alta per la sua età (le avevano dato otto anni) fu iscritta alla seconda classe e, dietro suggerimento della madre adottiva, fatta sedere accanto ad Argenta. A niente valsero i capricci di lei e le rimostranze della madre, poiché Cinzia ammirava quella bambina vivacissima e chiara ed era talmente felice di starle vicina che non si curava neppure delle smorfie, dei calci e dei pizzicotti dell’altra. Era iniziata così una guerra fatta di scortesie e soprusi, da una parte, e di delicate attenzioni dall’altra; una guerra impari che si sarebbe protratta nel tempo.
Argenta non aveva potuto soffrire “la negretta” fin dal primo istante, ma ancor più la sua antipatia era cresciuta con gli anni, quando aveva scoperto in lei una temibile rivale: a scuola, negli sports, con i ragazzi … Cinzia primeggiava sempre.
Sarebbe stato facile ignorarla se si fosse trattato di un’altra ragazza e soprattutto di un’altra famiglia; ma Cinzia le stava attaccata alle costole come una ventosa, con quella sua aria disarmante e i regali, i forti sconti, le gentili attenzioni della proprietaria del negozio facevano proprio comodo ad Argenta. Però non sopportava alcuna ingerenza nella sua vita sentimentale, alquanto frizzante e turbolenta.
Così, quando una sera, all’uscita da una discoteca, l’amica l’aveva scongiurata a lasciar perdere quel ragazzo, nuovo della zona e già con una pessima fama, di cui sembrava essersi invaghita perdutamente, Argenta, dopo averla insultata in malo modo, era salita con sfrontata spavalderia sulla potente moto di lui, che era partito, facendo stridere le ruote sull’asfalto bagnato. La “negra impicciona” (era l’appellativo più gentile fra quelli urlati poco prima alla sua direzione) era tornata a casa da sola; aveva il cuore stretto e le lacrime trattenute a stento sembravano gocce di rugiada fra le ciglia lunghissime. Entrata senza far rumore per non svegliare gli apprensivi “genitori”, si era subito messa a letto, ma il sonno non veniva.
La scenata, più furiosa di tante altre, l’aveva lasciata vuota e amareggiata. Per la prima volta pensò di non rivedere più quella che considerava, oltre che amica, una sorella.
Un grido lacerante la scosse dai suoi pensieri, a quello ne seguirono altri, poi un vocio confuso, dei rumori … Si alzò spinta più dalla paura che dalla curiosità. Sulla porta si scontrò con la madre pallidissima e tremante.
Dalla finestra aperta del soggiorno entrava il ronzio delle voci, più nitido ora, come uno sciame d’api impazzite. Volle affacciarsi, scansando i genitori che tentavano di trattenerla, ma già “sapeva” quel che poteva essere accaduto; la realtà era andata oltre il suo presagio di sfortuna. Nella strada, la madre di Argenta urlava, tempestandosi di pugni; fu spinta a forza dentro un’automobile che si diresse a velocità verso l’ospedale.
La corsa notturna verso la libertà si era interrotta appena fuori città; l’ippogrifo d’acciaio aveva preso la mano all’imprudente cavaliere, si era impennato per un po’ di ghiaia sotto le ruote ed aveva scaraventato lontano uno dall’altro i corpi dei due ragazzi; quello di lui fu trovato senza vita e, per lei, si temette che non potesse sopravvivere.
Dopo giorni d’angoscia fu dichiarata fuori pericolo dai medici, ma nei suoi occhi era sceso il velo della cecità.
Era tornata a casa otto settimane più tardi, nell’ora buia della sera, buia per tutti i mortali, e si era chiusa in camera con la sua disperazione.
A nessuno degli amici e dei vicini che le avevano dimostrato simpatia, seppure non accettassero quel suo caratterino, fu dato di vederla. Né Cinzia fece eccezione. Ma, affettuosamente ostinata, la ragazza non si era lasciata condizionare dal rifiuto e tutte le sere saliva fino al settimo piano, sedeva in cucina con la madre di Argenta, lasciando che la povera donna, quasi inebetita, si sfogasse delle “sue” disgrazie, della sua solitudine.
I giorni, i mesi passavano uguali, monotoni e Argenta si muoveva ormai con sicurezza per le stanze.
Una sera, si avvicinava il secondo Natale dopo l’incidente, entrò silenziosamente in cucina;
Cinzia stentò a riconoscere in quella figuretta diafana la compagna che aveva tanto ammirato e lente lacrime le rigarono la pelle ambrata delle guance.
Argenta le si avvicinò, le mani leggermente protese a “vedere” gli ostacoli, poi sussurrò pianissimo “perdonami” ed aprì le braccia, sicura dell’amicizia dell’altra. La madre in un angolo taceva.
Le due ragazze rimasero di fronte per pochi secondi, ma la forza di quel difficile legame che le aveva unite da piccole le spinse l’una verso l’altra.
Ritrovarono i dispetti e le risate di un tempo; la frivola, superficiale Argenta dalla turbolenta vita sentimentale e la pacata, saggia Cinzia prodiga di buoni consigli, ritrovarono i loro anni migliori e la gioia di dividere segreti ed esperienze e le loro lacrime si confusero e si mescolarono sulle guance accostate.
Alla tenue luce della lampada di cucina l’epidermide scura e la pelle bianchissima avevano uguali bagliori.
Da quel momento la ragazza capricciosa e frizzante, provata da un doloroso destino, non fu più la stessa, ma tornò a guardare il mondo con i grandi occhi della ragazza dalla pelle nera.



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