UN CAMPO DI FRUMENTO
Questa mattina, ho guardato dalla finestra della mia camera la campagna.
Il campo di grano era dorato, tutto rosso in cima alle spighe, di fiori di papavero.
L’aria fresca e leggera, faceva dondolare le spighe, e i fiori rossi.
Poco tempo dopo, all’improvviso si alzò un forte vento: chiusi la finestra, la casa era tutta un tremore e rumorosa, scossa da quella furia.
Guardai preoccupata il campo di grano, le spighe con il temporale si piegavano, esse erano sbattute di qua e di là, e i papaveri all’improvviso non c’erano più.
Il vento, com’era venuto, se ne andò. Lasciando il campo tutto scompigliato.
Guardai in alto, la sorpresa fu grande! I petali dei papaveri, formavano un cielo tutto rosso e tutti stettero con il naso all’insù per lo spettacolo inconsueto e strano.
Come per incanto le piantine si rialzarono, senza il vento i petali scendendo si posarono delicatamente sulle spighe dorate.
Tutto tornò normale.
Però che spettacolo!!
Non lo dimenticherò facilmente.
IL TOPOLINO MICHELINO
C’era una volta un topolino birichino, ogni mattina entrava in cucina, si sentiva un cri-cri, aprivo il cassettino “lui, era lì!”. Mi guardava con degli occhietti neri vivacissimi, le orecchiette a sventola dritte, il nasino all’insù. Teneva il musetto appoggiato al sacchetto del pane, tutto spaurito.
In un batter d’occhio spariva, lasciando delle briciole sul fondo del cassetto.
Una bella mattina, feci una cosa nuova. Misi dei sassetti al posto del pane, e aspettai. Lui arrivò puntualmente, ma il rumore che fece era diverso, fece “cro-cro-cro”.
Appena sparito, guardai curiosa: al posto delle briciole, trovai i suoi “dentini”.
Ci rimasi molto male, mi ripromisi di non farlo mai più!
Però, lui per vendetta non si fece più vedere! Avevo fatto male a un esserino indifeso e tanto carino.
IL PESCIOLINO ROSSO
In una vaschetta con tanta acqua, con al centro una bella statuina di marmo bianco, una fanciulla teneva tra le mani l’acqua, la quale usciva poi dalle cinque dita, in tanti zampilli d’argento. Dentro la vaschetta, c’erano molti pesciolini azzurri, e uno solo rosso.
Saltellavano, contenti da mattina a sera dentro l’acqua cristallina.
Il pesciolino rosso era sempre il più intraprendente, il più spiritoso e inventava sempre nuovi giochi.
Facevano le gare, volevano arrivare più in alto, e arrivare specialmente dalla bella statuina.
Nella vaschetta c’era serenità e allegria, erano felici e regnava l’armonia.
Un giorno, però un pesciolino azzurro provò un odio profondo per il pesciolino diverso, allegro e inventivo.
Lo volle sfidare, dopo essersi allenato a lungo di nascosto, arrivando quasi fino alle dita della mano della statuina.
Un giorno disse al piccolo pesciolino che lassù l’acqua era dolcissima, come il miele e di mille profumi.
Così un bel giorno il pesciolino rosso accettò la sfida e la gara incominciò. Il pesciolino rosso fu tanto spronato da tutti che, a forza di slanci, fece salti sempre più alti e ci riuscì!
Si trovò tra le dita della bella creaturina, dopo un gran tonfo!
La bella manina della statuina lo teneva stretto stretto. Sentiva il suo cuoricino battere forte forte, all’impazzata. All’improvviso l’acqua cessò.
Dalla mano, senza più acqua, cadde giù il pesciolino senza vita. Con il suo corpo aveva otturato lo sbocco dell’acqua, elemento essenziale per lui, per poter vivere.
Persero così il loro amico, compagno, di ore liete.
CACCIA ALLA VOLPE
Lassù in montagna, nel folto del bosco, viveva una volpe furba e astuta.
Aveva gli occhietti scuri molto vivaci e intelligenti, un pelo rosso, la coda alta con tanta peluria, le zampette saltellanti. Era sempre a caccia di cibo. Una vita allegra, spesso a cercar prede, dentro al suo caro bosco.
Un giorno nel finire dell’estate, il villaggio vicino, fu scosso da gran rumore: per le strade un forte abbaiare di cani da caccia, con molti cavalli e cavalieri.
C’era un clima di euforia e di competizione. I cacciatori si inoltrarono nel bosco, cominciò la grande caccia! I cani annusavano dappertutto, tra l’erba, dentro le grotte, sotto i grossi sassi, dentro le crepe degli alberi. Spostavano nidi, calpestavano il sottobosco, rovistavano dentro a ogni buco sospetto.
Per la povera volpe non era facile, salvarsi!
“Come fare per non cadere in trappola?”
I cani sentivano il suo odore sempre più vicino. Allora si ricordò che, se fosse andata dove ci fosse stata l’acqua, si sarebbe salvata.
Si ricordò, di un rigagnolo, che scendeva tra le rocce e che conosceva solo lei.
Lo cercò, andò dentro all’acqua, poi si nascose in una grotta e aspettò.
Ad un certo momento, gli zoccoli dei cavalli e l’abbaiare dei cani andò diminuendo, e pian piano scomparve del tutto.
Alla fine poté uscire dal suo nascondiglio e la sera guardare il cielo pieno di stelle.
LA FONTANA
Si era d’estate, nella campagna il grano era maturo, dorato, pronto per essere raccolto. Nel giardino la fontana zampillava allegramente, faceva caldo e Pierino volle fare un bagno.
Si buttò dentro alla vasca dei pesciolini rossi, non sapendo che la fontana era fatata.
Dentro era un gioia sguazzarci, fare scappare da tutte le parti i pesciolini, spaventati.
Dopo un po’ si accorse che i pesci erano tutti giganti e lui piccolino. Erano diventati aggressivi, volevano prenderlo e farne un pranzetto. Il povero bambino, si dovette nascondere in tutta fretta dentro una piega del marmo.
Là osservò meglio i pesci: erano cattivi, immensi, brutti. Non li riusciva più a riconoscere, cercò di capire, che cosa era capitato, lui piccolo, loro grandi, “Deve esserci un sortilegio?!” pensò. “Ma quale?”
Si fece coraggio, appena, poté fece un balzo fuori dalla fontana, e come per magia si ritrovò come era prima, guardò dentro all’acqua, loro erano piccoli e indifesi.
Per capire ciò che gli era successo, ci volle del tempo. Arrivò ad una conclusione:
In natura c‘è equilibrio, tutto è al suo posto. Nel mare, i pesci grandi mangiano i piccoli, se noi fossimo piccoli e loro grandi, saremmo noi il loro pasto, e non viceversa. È una legge della natura e un giusto equilibrio.
FESTA DI PAESE
Tutti gli anni la stessa storia: tanti giochi e i venditori con tanti dolciumi, con giocattoli e tante giostre: quelle con macchine veloci. I saltimbanchi, gli autoscontri, il circo che non mancava mai e i palloncini colorati, deliziosi.
La mamma portava la bambina alla sagra e la faceva salire sul cavallino, immancabilmente.
Lei si impauriva, ma doveva subire quella tortura, la mamma non capiva che non le piaceva affatto salire su quella giostra così odiosa. Quella era stata la causa per non amare i cavalli, assolutamente!
Così per lungo tempo. Passarono gli anni. Un giorno in campagna vide un cavallino che era appena nato, non riusciva a stare in piedi, cadeva ogni volta, aveva il manto bianco e due occhietti pieni di lacrime.
All’improvviso si commosse, corse da quel piccolo esserino, lo aiutò ad alzarsi, lo condusse piano piano dalla mamma
Il cavallino si mise a succhiare il latte prezioso per la sua sopravvivenza. Poi corse da lei e strofinò il suo musetto contento tra le manine della bambina. Da quel giorno appena poteva andava dal cavallino, lo vedeva crescere, fare progressi.
Le permisero di chiamarlo come lei: Robertino fu tanto felice di quell’amico sincero che poi poté cavalcare fare assieme molte corse. Non ebbe più paura e il suo papà glielo regalò! Il fatto era che il cavallino era vivo, non di plastica.
GIORGINO E IL CERBIATTO
Come tutte le mattine, nei giorni di vacanza, Giorgino e il suo cagnolino, di nome Fido, uscivano per una passeggiata, in paese o lungo il sentiero del bosco. Quella mattina si allontanarono dal paese e si inoltrarono nel folto bosco. La montagna era maestosa e inaccessibile, molto misteriosa.
In mezzo al bosco, il cagnolino correva, si allontanava, poi lo aspettava.
Quando c’erano animaletti strani abbaiava. Quel giorno il bosco era veramente splendido: era già autunno e i colori facevano incantare. Tutti gli alberi avevano un nuovo vestito, i larici erano gialli, i castagni rossicci, gli aceri verdi con sfumature ruggini e una luce filtrava a illuminare questa meraviglia. Un pittore anche bravo non sarebbe in grado di fare uguale. Ad un certo punto, tra l’erba videro un cerbiatto, se ne stava tutto spaurito, disorientato, Giorgino si nascose e fece cenno al cagnolino di stare zitto.
Il piccolo cervo si tranquillizzò andò a pascolare tra l’erbetta, mangiando molti prodotti degli alberi amici: castagne, pinoli, semi e anche funghi. Giorgino teneva in tasca delle caramelle, che spesso la mamma gli regalava e pensò di buttarle al cerbiatto.
Con gran meraviglia del bambino le succhiò e se ne andò.
Così il bambino, appena gli era possibile, con il suo Fido andava nel bosco con caramelle e ogni tipo di semi, erano ormai amici inseparabili, spesso tutti e tre correvano e facevano lunghe passeggiate, fino a tardi.
Purtroppo l’inverno arrivò con tanto freddo e neve, così le passeggiate si interruppero.
Non potendo più uscire il bambino sognava le scampagnate, le belle ore serene passate.
Era triste perché non vedeva più il suo caro amico, che sembrava sparito.
Lui però lo cercò, anche calpestando la neve, e scivolando sul ghiaccio, nel bosco gli alberi erano tutti spogli e tristi. Metteva le caramelle sulla neve, a cui rinunciava volentieri, nella speranza che il cervo arrivasse, ma niente! Sconsolato si disse che forse al suo amico era accaduto qualcosa di brutto o si era ammalato.
Però cercò, ancora, ancora! Ogni volta che poteva, dopo aver fatto i compiti, in modo che nessuno lo potesse fermare.
Si addentrava sempre di più in montagna, sempre più in alto, dove le cime sembrano toccare il cielo. Un giorno lassù tra le rocce, qualcosa si mosse, guardò meglio, vide due occhi grandi e neri, che lo fissavano da lontano.
La gioia fu tanta, non poteva raggiungerlo, perché c’era troppa distanza, era troppo pericoloso, si poteva scivolare, in un burrone. Si salutarono da lontano e tornò a casa contento, sapeva che il suo amico era lassù.
Con la bella stagione si sarebbero ritrovati tutti e tre, lui, il cagnolino e il cerbiatto.
STORIELLA DI STEFANO E L’ASINELLO
Nella stalla di nonno Antonio c’erano un asinello e due mucche che erano tranquille, non facevano paura. Stefano le accarezzava e le accompagnava tra i campi, quando dovevano arare, o teneva lo spago che il nonno gli porgeva, perché non scappassero.
Anche l’asinello andava spesso in campagna con il nonno, tirava un carrettino, che loro riempivano di ortaggi e di frutta. Stefano si divertiva molto, seduto alla guida, teneva le redini e l’animaletto andava tranquillo per il sentiero, fino alla stalla.
Il giorno stabilito si andava al mercato, cercando di vendere tutto. A sera, quando erano a tavola, contavano i soldini e lui prendeva la mancia. Era una piccola paghetta, che a quei tempi veniva detta ricompensa. Stefano i giorni di festa, dopo la messa in compagnia degli amici di scuola, si comperava i dolciumi; il gelato era il suo preferito.
Aveva un fratello più grande, che studiava alle superiori; era una gran cosa per quei tempi, ed era pure molto bravo, ci metteva impegno. La sua famiglia non aveva però molte agiatezze.
Vivevano di tutto quel che dava il campetto, l’orto e la stalla. Il nonno per aiutare il nipote vendette l’asinello! Il carrettino rimase così abbandonato sotto il portico e Stefano capì quel giorno cosa significa perdere un amico.
Il nonno per farlo contento, alla fine dell’anno scolastico gli regalò una bicicletta, bianca e azzurra. Si sforzò tanto per riuscire a stare in equilibrio sulla bicicletta che un bel giorno riuscì a correre. Andò dovunque gli sembrava di sentire un nitrito, tornava a casa esausto, ma non cedette, visitò tutte le fattorie intorno, e finalmente lo trovò. Si guardarono, buttò la bici, andò ad abbracciare il suo caro asinello.
Per fortuna era abbastanza vicina la fattoria e i padroni erano loro amici.
Così appena poteva correva da lui e insieme andavano felici per i campi e le vigne!