Alice e la sua montagna

di

Carla Meneghini


Carla Meneghini - Alice e la sua montagna
Collana "I Salici" - I libri di Narrativa
14X20,5 - pp. 72 - Euro 7,00
ISBN 978-88-6037-8514

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In copertina: riproduzione stilizzata “Tre cime di Lavaredo” di Emanuela Biasizzo


Prefazione

Nel romanzo “Alice e la sua montagna” Carla Meneghini racconta la vicenda di Alice, una donna dolce ed amorevole. Nel fluire della narrazione viene riportata in superficie tutta la sua vita, con un continuo sguardo alla famiglia e alle persone amate, e poi, il periodo dell’infanzia e della scuola, le gite con la famiglia, la passione per la montagna, l’amore da offrire ad un uomo che sia capace di essere un marito e un padre, le gioie ed i dolori, i sogni e le sofferenze. È una commovente storia d’amore che viene affiancata dalle molteplici vicissitudini che la protagonista deve affrontare.
La sua figura, prima di ragazza e poi di donna matura, è limpida: onesta, leale, coscienziosa, responsabile e amorevole. Nel dispiegarsi degli eventi che contrassegnano la sua vita, lei trova linfa vitale nella gioia dell’amore che viene vissuto profondamente e intensamente e, poi, dovrà tentare, con coraggio, di superare il dolore causato da una tragedia che le toglierà l’amato marito e i due adorati figli.
La spontaneità e la semplicità sono le colonne portanti di questo romanzo di Carla Meneghini che, grazie ad una delicata scrittura, riesce a permeare l’intera storia d’una atmosfera romantica seppur deve fare i conti con tragici avvenimenti.
Non mancano i riferimenti alle consuetudini, agli usi e costumi degli anni Sessanta, che fanno riferimento alla regione del Veneto, inserendo, pagina dopo pagina, numerose indicazioni sulla vita quotidiana di quell’ambiente.
Lo sguardo di Carla Meneghini è ammantato da una dolcezza estrema e da una capacità di raccontare le esperienze della protagonista con parole che colpiscono il cuore, rendono palese il suo amore per la vita, l’importanza fondamentale della coscienza di sé, dei propri doveri e di ciò che è giusto fare.
Ne emerge la capacità di una donna di condividere con la propria famiglia e le persone amate, tutto ciò che succede nella vita, positivo o negativo che sia, senza mai perdersi d’animo ma cercando di fare tutto ciò che è possibile: i momenti di smarrimento e d’incertezza si possono sempre presentare, spetta a noi essere così forti da superarli. L’inquietudine e lo sconforto possono attanagliare quando meno ce lo si aspetta, le fragilità renderci vulnerabili ma, se la luce dell’amore ci guida ed illumina, tutto può essere vinto.
Carla Meneghini racconta la storia di Alice e della “sua amata montagna”, tra le Dolomiti, con i paesaggi stupendi che si possono ammirare, le bellezze della natura da gustare anche con una semplice passeggiata. L’amore per la Natura è profondamente radicato dentro la protagonista come la concezione dell’amore “puro”: ed è per questo motivo che rifugge dalle molteplici tentazioni per ricercare l’amore vero, autentico, unico.
Quando riuscirà a coronare il suo sogno dovrà fare i conti con il destino ma, come una donna coraggiosa, cercherà di risollevarsi e riconquistare la voglia di vivere, di ricostruire una nuova vita nell’amore, di tornare ad essere felice ed orgogliosa della sua nuova stupenda famiglia.

Massimiliano Del Duca


Alice e la sua montagna

Prima parte

Alice è una donna bella e snella. Ha ancora i fianchi stretti, senza un filo di grasso, ed è ancora una ragazza sportiva. Partirà tra poco per delle escursioni in Valle D’Aosta, organizzate dal Club Alpino Italiano del posto. È entusiasta perché potrà finalmente vedere da vicino il Gran Paradiso, la maestosa cima del Cervino e quella magnifica valle dai richiami suggestivi.
Seduta davanti alla scrivania dove conserva, dentro una vetrinetta, alcuni album di foto, che da tempo non sfogliava, è presa dalla nostalgia per il suo passato, fissato tutto in quelle immagini. Apre un album che raccoglie le foto di quando era piccola: vicini a lei, la mamma, il papà e i cari nonni. Sono molto sbiadite dal tempo, ed è come se tutto, all’improvviso, ricominciasse: “Oggi voglio mettere in ordine i miei ricordi!” dice tra sé. Ripensa alle sue origini, a quella ricca terra che è la Pianura Padana.

La Pianura Veneta è come un’aiuola fiorita, tra il suo verde si trovano paesi e città moderne, ricche di numerosi commerci e dalla intensa vita culturale. Molte ville sono bellissime e ricordano i fasti della ricca vita veneziana e gli splendori della Repubblica Marinara dei Dogi. Alcune cittadine sono circondate da mura antiche, altre sono note per i castelli con le torri merlate medioevali. In una di queste, viveva, da molte generazioni, la sua famiglia, i Maggiolini.
I suoi antenati erano quasi tutti di estrazione contadina: affittuari, mezzadri, proprietari terrieri. Nei campi la vita scorreva attiva e laboriosa. Si alzavano molto presto la mattina, con il canto del gallo, e, per prima cosa, i genitori accendevano il fuoco per fare il caffè con la cuccuma che era un pentolino di alluminio con il beccuccio. Facevano una rapida colazione con il caffè, il latte, il pane e un po’ di frutta. Alcuni andavano al lavoro nei campi con l’aiuto dei buoi per arare la terra e per seminare, altri andavano ad accudire il bestiame nelle stalle. Le donne lavoravano tanto, soprattutto in casa: lavavano, stiravano con un particolare ferro da stiro che veniva riscaldato con la brace accesa, sbiancavano e disinfettavano il bucato con la lisciva e acqua bollente. Quest’ultimo lavoro veniva svolto sul focolare della cucina, dentro un calderone annerito dal tempo. Il giorno del mercato non mancava mai. Anche se diluviava le bancarelle erano sempre presenti. Ogni settimana, si vendevano sia il bestiame che i prodotti dei campi, raccolti man mano che maturavano, trasportati con carretti a mano o tirati da asinelli e da muli.
Il tempo era scandito dai lavori della campagna: l’aratura, la semina, la mietitura, la raccolta, la vendita, le riserve nei granai e tanto altro ancora. Nel lungo inverno si riposava, ci si scaldava davanti al focolare, raccontandosi gli avvenimenti felici e dolorosi successi a parenti ed amici.

***

Durante le feste comandate si ritrovavano tutti in piazza, mettendo l’abito migliore, lo stesso che avrebbero messo in tutte le occasioni, ben spazzolato e magari rivoltato. Gli uomini portavano quasi sempre l’abito scuro del matrimonio. Le donne più ambiziose e ricche, si facevano fare i vestiti, altre sapevano cucire, rammendare e ricamare.
Tutto il paese partecipava con entusiasmo a queste manifestazioni, dettate dal calendario della Chiesa ma anche a quelle profane. La più sentita era il Carnevale, soprattutto per la sfilata dei carri allegorici, che venivano premiati per la loro bellezza e per la loro originalità. Erano realizzati con la cartapesta e spesso rappresentavano i personaggi dei giornalini e delle fiabe: Topolino, Paperino, Biancaneve, Cenerentola e tanti altri. In quei giorni, per le strade c’era un tappeto di stelle filanti e di coriandoli. Le maschere erano una più divertente dell’altra. Non mancavano gli intrattenimenti in varie sale da ballo, per vari giorni, anche a metà Quaresima. Quelle serate erano fantastiche, le ragazze più belle del paese si davano un sacco da fare per essere ammirate, con acconciature e vestiti molto estrosi.
Durante il periodo estivo, le sagre erano numerose in tutti i paesi ed anche nelle città. Le persone si spostavano, a volte sopra un carro tirato da muli o asini, ridendo e cantando allegramente, oppure in bicicletta e a piedi, percorrendo molti chilometri.
Cittadine e paesi erano regolati dal suono delle campane: suonavano alla mattina, per il mezzogiorno e per il vespro. Nei giorni di festa era tutto un rintocco di campane per chiamare i fedeli alla Santa Messa. Gli abitanti uscivano tutti in ordine, ben lavati e pettinati, con il vestito intero e la cravatta, le scarpe ben lustrate con la crema. Era la loro grande occasione di sfoggiare gli abiti più belli e alla moda, così come le acconciature, le borsette e le scarpe.
Le donne più giovani indossavano, con molta emozione, le prime calze trasparenti, mettevano il primo rossetto, la cipria sulle guance, mai un capello fuori posto. Molte di loro portavano i capelli lunghi con i quali facevano le trecce, le mettevano attorno alla testa come una corona: alcune le lasciavano sciolte ai lati delle spalle, altre facevano la coda di cavallo che danzava ad ogni movimento e, poi, c’era chi aveva una pettinatura con la frangetta come Cleopatra.
Dal capoluogo arrivava la cultura e la moda che tutti imitavano. Nei teatri venivano rappresentate, da piccoli gruppi di attori locali, le vicende dei vari eroi dei racconti in voga. Ricostruite dai racconti di amici, nonni o parenti, e da libretti che circolavano in vari ambienti. Vi aggiungevano o toglievano qualcosa, a loro piacimento, le rendevano più suggestive o lugubri.
La più conosciuta era la vicenda di Beatrice d’Este.
Il castello che domina la città un tempo apparteneva agli Estensi, ramo cadetto. Beatrice, secondo il volere della sua famiglia, avrebbe dovuto sposarsi. Molto religiosa e delicata, Beatrice invece preferì farsi monaca. Ma la leggenda dice che fosse scappata dalla torre del castello dove l’aveva rinchiusa il padre. Si ritirò sul Monte Gemola, tra i colli Euganei, dove esisteva un convento di suore da lei assistite con amore.
Molti anni dopo la sua morte, fu beatificata. Il suo corpo infatti fu trovato intatto.
Per l’occasione venne celebrata una importante cerimonia. Vi partecipò molta gente, con grande entusiasmo e grande devozione. Il suo sarcofago fu portato in processione, a spalla, per le vie del centro, fino alla chiesa, dove si concluse la funzione religiosa. Nella Chiesa del Duomo è venerata e invocata dai fedeli.
Una storia raccontata sovente era quella dei due giovani innamorati di Verona, Giulietta e Romeo: da molte persone è una leggenda ritenuta vera e non mancavano le lacrime ogni volta che veniva proposta.
Nelle famiglie colte, circolava un quotidiano con i fatti della cittadina e dei dintorni. I loro figli non abbandonavano la scuola dopo le elementari. Nel salotto c’era una libreria contenente l’enciclopedia e vari testi di autori famosi. “La Divina Commedia” di Dante, “I promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, magari non letti del tutto. C’erano libri un po’ più leggeri come “Il Conte di Montecristo”, “Le due orfanelle”, “I miserabili”, “La sepolta viva”, e qualche commedia di Carlo Goldoni.
Nella cittadina un teatro era riservato all’opera lirica, alle commedie e ai concerti, l’altro al cinema e al ballo. Le ricorrenze come le nascite, i compleanni, le cerimonie, in particolare comunioni e cresime, si festeggiavano con i parenti, in famiglia, organizzando generosi pranzi. La padrona di casa metteva in bella vista la tovaglia più elegante, quella finemente ricamata, e le stoviglie di fine porcellana, tenute con tanta attenzione e riguardo nella vetrina del salotto, proprio per quelle occasioni importanti. Prima di iniziare a gustare le portate, si faceva il brindisi. In tavola venivano serviti i tortellini in brodo, le carni arrosto e le verdure: e, solo alla fine, la torta margherita, tanto attesa dai più piccoli. Non mancavano i complimenti alla cuoca che, lusingata, già pensava alla occasione successiva.

I signori Ricci erano una famiglia numerosa. Dina e Renato erano i genitori di quattro figli, Renzo, Luca, Lino e Giuseppe. Possedevano dei campi e una grande casa rustica. La mia famiglia invece era formata da tre figlie, Lina, Dora e Lucia.
Il padre faceva il falegname, era un artigiano rinomato e costruiva di tutto, in particolare, mobili.
Le due famiglie dividevano occasioni e svaghi. Abitavano poco lontano l’una dall’altra ed i bambini erano molto affiatati tra loro: se a uno piaceva una cosa anche gli altri la volevano, come ad esempio, le scarpe in vernice, il trenino e tante altre cose.
Alla domenica uscivano per andare alla Santa Messa e, una volta finita, portavano i figli in centro per comperare il giornalino e le caramelle per i più piccoli.
Finita la scuola media, Renzo scelse uno studio ad indirizzo commerciale, l’istituto tecnico di ragioneria, mentre Lina preferì imparare a cucire e, nel tempo, divenne una brava sarta.
Per cucire, Lina aveva a disposizione una intera stanza, con la tavola per il taglio e per imbastire gli abiti. Le signore mettevano abiti lunghi fino alle caviglie, le ragazze portavano le gonne sotto al ginocchio. Le donne non portavano i pantaloni ma, al massimo, la gonna pantalone quando andavano a fare qualche gita in montagna.
Lina era stata fortunata ad avere una macchina da cucire Singer, infatti, in quegli anni, le sarte cucivano quasi tutto a mano o con la macchinetta a manovella senza pedali. La Singer le era stata regalata da suo padre, quando era tornato dalla Svizzera dopo un lungo periodo da emigrante.
Teneva sopra una mensola una piccola radio, che era accesa dalla mattina alla sera, sempre lucidata e tenuta come un gioiello.
Le piaceva il suo lavoro anche se faticoso e, spesso, per consegnare in tempo gli abiti, finiva di lavorare a mezzanotte, magari con l’aiuto della famiglia che le dava una mano.
Quando arrivava una sua amica che aveva bisogno di un abito per la comunione di una figlia o che desiderava un capo di abbigliamento per lei, cercava in tutti i modi di capire i suoi gusti per accontentarla. Per questo doveva fare tante domande ad ogni cliente.
“Come lo vorresti?” le chiedeva Lina.
“Mi piacerebbe un abito elegante, raffinato, che mi faccia fare bella figura!” rispondeva l’amica.
“Perché non dai un’occhiata a queste riviste di moda, ci sono tanti modelli che potrebbero piacerti! Guarda questo! Vedi che bello! È molto elegante, la giacca e la gonna blu con la camicetta bianca si adattano molto bene. Non ti pare?” chiedeva ancora.
“Mi deve stare molto bene, sai … saranno tutte eleganti quel giorno!” affermava l’amica.
“Questo è ideale per te, per la tua figura snella! Ho comunque bisogno di prenderti le misure, dovrai avere un po’ di pazienza, ma è indispensabile, se vuoi che il vestito ti cada bene” consigliava professionalmente lei.
Le misure da prendere con il metro del sarto sono sempre le stesse: il torace, il petto, il giro vita, la lunghezza della gonna, e via dicendo.
Ogni tanto Lina si lasciava andare a qualche suggerimento: “Qui nel bacino sei troppo magra, dovresti mettere su qualche chilo. Ti darebbe una linea più armoniosa.”
Mentre segnava e tagliava le stoffe, le altre due sorelle la aiutavano nella confezione del vestito.
In quel periodo, le donne erano piuttosto rotonde. Guai ad essere magre. Se una donna era magra, le persone pensavano fosse ammalata, che non si potesse frequentare e veniva guardata di traverso, come se avesse una malattia contagiosa. Che dispiacere! E, alla fine, bisognava imbottire alcune parti, come il seno e i fianchi.
Spesso il suo negozio sembrava un salotto, dove sfogliando le riviste di moda e chiacchierando con le clienti sempre molto aggiornate, finiva per conoscere tantissime cose.
Fin da piccola, Renzo era il suo compagno di giochi e di studi perché quando lei non capiva, era Renzo a darle i suggerimenti. Lei chiedeva: “Come devo fare questo disegno di geometria? È la terza volta che ci provo e lo sbaglio sempre” e, ancora, “Oggi abbiamo fatto il compito di algebra. La matematica non è il mio forte, ho fatto parecchi errori” e lui le spiegava tutto e così diventavano chiari e facili. Nei momenti liberi spesso andavano a fare delle corse in bicicletta nella periferia, poco frequentata, lungo le stradine dei campi, poi si fermavano a parlare a lungo e a scambiarsi affettuosi baci. Altre volte decidevano di andare a vedere un film, come “Via col vento”, così passavano le ore nella sala del cinema, a ridere o a piangere, a seconda del film proiettato. Non potevano mancare alle riunioni in parrocchia e alla dottrina della domenica pomeriggio.
Quando la domenica c’era la sagra, le loro famiglie si ritrovavano in bella compagnia e la giornata passava allegramente, tra chiacchiere e risate, fra giostre e leccornie.

***

Arrivò il tempo tanto temuto da Renzo e Lina. Lui dovette presentarsi in caserma per il servizio militare. Lei non si dava pace e si sentiva persa.
Lo vedeva in lontani luoghi sperduti, vestito di panno grigio verde, con il berretto da alpino e si metteva a sospirare e a piangere. Renzo la consolava: “Non devi stare in pensiero, il tempo passerà in fretta e poi, finita la naia, ci sposeremo! Non mi mandano mica in capo al mondo! Vado solo fino a Tarvisio! Ci sono tantissime montagne con cime magnifiche, guarda queste foto. Vedi che bella questa montagna! È il Montasio, nelle Alpi Giulie, tutte da conquistare” rispondeva con entusiasmo.
Lei esclamava: “Non ci siamo mai stati ed è così lontano il Nord! Tu sei abituato in pianura, chissà come te la caverai lassù, tra le capre e le pecore.”
Lui si metteva a canticchiare: “Mi son alpin, me piase el vin!” (Io sono alpino, mi piace il vino).
Se la stringeva al petto e la baciava timidamente sulle labbra, e poi, le prometteva che le avrebbe scritto ogni giorno, sarebbe tornato da lei appena avesse avuto una licenza.
Renzo le confidava: “Finita la naia staremo sempre assieme”.
E Lina rispondeva: “Mi sembrerà eterno aspettarti, non passerà mai!”
Erano inseparabili, erano abituati ad andare assieme dappertutto: al cinema, a ballare, in gita, e via dicendo. Quando poteva, le piaceva esibire gli abiti che si cuciva anche se la sua figura snella le consentiva di portare anche uno straccetto con disinvoltura ed eleganza.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, la moda era molto complicata. Venivano portate gonne svasate, sostenute da una sottogonna, bustini aderenti con scollature quadrate e rotonde, cappotti di varie fogge con cintura o con la martingala, le maniche a raglan o a chimono, complicatissime.
Renzo e Lina partecipavano ai veglioni, affascinati dalla musica e dal ritmo. Come per molte altre coppie anche a loro piaceva partecipare alle gare di ballo e capitava che vincessero anche dei premi. Durante le sere d’estate, spesso, le balere venivano improvvisate.
Quando lui tornò, dopo aver fatto il servizio militare, si prepararono per le nozze. Fecero fare i confetti in una pasticceria del centro e le bomboniere di porcellana.
Il giorno tanto atteso, Lina era al settimo cielo. Era vestita tutta di bianco, il velo sopra i suoi capelli neri, che scendevano a boccoli e i fiori d’arancio. Lui portava una bella giacca blu e la cravatta blu, la camicia bianca di seta e le scarpe eleganti in pelle.
Fu, come tutti i matrimoni, un vero evento in paese. La gente faceva a gara per vedere passare la sposa che, in corteo, veniva accompagnata da parenti e amici, fino alla chiesa. Parteciparono in tanti ed il pranzo durò alcune ore, mentre la fisarmonica fece ballare e cantare un po’ tutti fino a sera.
La prima notte di nozze fu un susseguirsi di forti emozioni. Si trovarono abbracciati e, con naturalezza, si amarono, scoprendo, contemporaneamente, la gioia e il dolore.
La luna di miele la passarono a Verona e durò una settimana.
Con il matrimonio alcune cose cambiarono. Renzo decise di aprire un negozio di generi alimentari. Fu una buona scelta per lui, perché non voleva passare tutta la vita a fare il contadino. Sotto i portici, vicino al loro esercizio, se ne trovavano altri: il negozio del fruttivendolo, dell’erbivendolo, del macellaio, del panettiere, del materassaio, del maniscalco, della magliaia, del pasticcere e altri ancora.
In negozio, Lina si dedicava a fare ordine fino all’arrivo dei primi clienti. Lina aveva anche dovuto imparare a non sbagliare i conti e a calcolare bene i resti, cosa che richiedeva una certa pratica. Il primo ad arrivare, tutti i giorni, era il signor Berto, il barbiere che aveva il negozio proprio lì vicino.
“Renzo mi dai un pezzo di stoccafisso” chiese Berto.
“Certamente. Eccolo qui. Senti che profumo! Come lo cucini?” rispose Renzo.
“A mi me piase farlo in insalata con tanto aglio e prezzemolo e alla vicentina” disse Berto simpaticamente.
“Buon lavoro allora e buon appetito!” lo congedò Renzo.
Berto usciva contento e correva subito a casa a preparare uno squisito pranzetto.
In quel tempo, anche il prosciutto crudo era molto apprezzato, per non parlare del parmigiano reggiano, che era assai raro. Molto richiesti erano il formaggio tenero e la pancetta che veniva usata soprattutto per fare panini o per insaporire la polenta. Il negozio di macelleria era di gran richiamo. Le massaie andavano tutti i giorni a comprare ciò che serviva loro. In quel periodo non esistevano i nostri comodi frigoriferi ma si utilizzavano i pezzi di ghiaccio. Saltavano subito agli occhi i vari quarti di bue che pendevano dai ganci. Il macellaio, con il camice chiazzato di rosso, ci teneva a farsi vedere che tagliava i pezzi di carne e rompeva le ossa senza fatica. Trattava la sua merce con maestria e la decantava alla clientela.
Era abituato a consigliare i clienti dicendo, per esempio: “questo pezzo di filetto è speciale!” oppure “con questo invece si possono fare le bistecche alla fiorentina, se vuole abbiamo anche gli ossi buchi”, e ancora, “se oggi vuole preparare un buon brodo, guardi, le potrei consigliare una punta di petto di manzo, con un’ala di pollo…” e così via, con altri consigli.
La bottega del pasticciere era la più piacevole anche perché emanava un profumo delizioso che, a volte, si poteva sentire anche da molto lontano.
La merceria era frequentata dalle ragazze e dalle signore che compravano il filo da cucire, i tessuti, i nastri, le calze, le cerniere, la lana e tante belle camicette, alcune delle quali erano esposte in vetrina. Molte ragazze imparavano a cucire e a sferruzzare già da giovani, quindi era normale che fosse frequente l’acquisto di questi articoli. In ogni caso, si potevano sempre portare le matasse di lana alla magliaia che faceva le maglie a macchina o i tessuti, che si erano acquistati in merceria, direttamente in un laboratorio di sartoria.
Davanti al panificio, già dal mattino, c’era una continua processione di persone che, oltre al pane, portavano a cuocere dolci fatti in casa e patate dolci.
Lungo la strada si sentiva il fabbro battere sull’incudine dentro la sua nera bottega, invece da quella del falegname arrivava l’odore della segatura.
Nel giorno del mercato la piazza si riempiva di varie bancarelle, con merci di ogni genere. Si poteva trovare di tutto: dalle scarpe ai vestiti, dai giocattoli ai dolciumi, dagli articoli casalinghi ai tessuti.
Le bancarelle che colpivano di più erano però quelle delle scarpe: da quelle con i tacchi ai mocassini, dalle scarpette bianche per la comunione ai sandali e poi, naturalmente, scarpe per tutti i giorni.
Le bancarelle più divertenti erano quelle dei dolciumi e dei giocattoli. I giocattoli del tempo erano le bambole, i trenini, le trottole, le corde per saltare, i palloni da calcio, e tanti altri.
Era frequentato soprattutto dalle madri, dai nonni e dalle nonne, che sceglievano i regali per i nipotini, ma anche dagli uomini del paese che cercavano attrezzi da lavoro come rastrelli e badili o anche strumenti per la pesca, come le canne, le bilance, gli ami, i mulinelli, i galleggianti, e via dicendo.
Il frastuono che si sentiva, arrivando in piazza, era ancora più forte se qualcuno decantava la merce usando il megafono. Si poteva sentire, ad esempio, il mercante di piatti e casalinghi dire: “Venite donne! Tutto per poche lire!”
La bancarella delle stoffe era sempre affollata. Molto ricercati erano gli articoli per il corredo delle ragazze da maritare. I genitori pensavano al corredo delle figlie fin da quando erano piccole e, per questo motivo, compravano lenzuola, asciugamani, tovaglie e tutto il resto. Così, man mano, gli armadi si riempivano e tali acquisti costituivano una ricchezza per tutta la famiglia.
Al mercato si sentiva parlare il dialetto con diverse inflessioni, tanto che si poteva sapere da dove venivano i diversi mercanti.
Il contadino poteva dire: “Mi vorìa un paro de scarpe da andar a lavorar, che e dura a lungo!” (Vorrei un paio di scarpe per andare a lavorare che durino a lungo). Qualcuno invece chiedeva in un italiano quasi perfetto: “Vorrei una pentola e due biceri (bicchieri) come quelli lì!” Il mercato era un giorno straordinario per gli incontri e gli affari dei mercanti.
Per Lina e Renzo arrivò un giorno meraviglioso, che coronò il loro amore: la nascita della loro bambina, che chiamarono Alice e che rimase figlia unica. Crescendo senza la compagnia di fratelli o sorelle, fu molto coccolata e, ogni cosa che voleva, le veniva regalata. Divenne alquanto capricciosa e di carattere particolarmente vivace. Appena poté farsi capire, imparò ad usare la parola “voglio”, mentre la madre le ripeteva: “l’erba voglio non esiste neppure nel giardino del re.”
Alice chiedeva: “Per il mio compleanno voglio la bambola con il vestito rosso e i capelli d’oro!”
La mamma la accontentava e le diceva: “Però devi fare la brava!”
Una virtù, però, ce l’aveva. Era generosa, divideva tutto: caramelle, dolci e giocattoli.
Alice, diceva cosa voleva: “Mi voglio mettere il vestitino con i fiorellini e le scarpette di vernice e i calzini ricamati!”
E la mamma le rispondeva: “Va bene, come vuoi! Mi prometti però di ubbidire al papà, che ti vuole tanto bene?”
Alice si divertiva a mettere le bambole nella carrozzina che le avevano regalato gli zii. A volte, la riempiva di tutti i giocattoli e la faceva girare su e giù per il giardino.
Poi metteva le bambole sul gradino della porta d’entrata e diceva: “Se fate le buone, bambine, vi racconto un bella fiaba.” Visto che non parlavano e le sorridevano, tutta contenta incominciava il racconto: “Una mattina, Luigino ha trovato una mela rossa. “Che buona!” esclamò e cominciò a mangiarla. Dentro la mela c’era un piccolissimo bruco che aveva fatto la sua casetta. Sentendo degli strani rumori si nascose dietro ai semi neri e piccolini. Così quando Luigino, arrivato al torsolo, lo gettò lontano, il bruco uscì dal nascondiglio e andò a cercare un’altra mela per farsi una casetta tutta nuova.”
Allora Alice diceva alle bambole: “È stato fortunato vero? Possiamo ritornare a casa adesso e… tutte a letto!”
Alice raccontava le favole di sua nonna Lucia. Per lei, che era figlia unica, le bambole erano le sue “sorelline.”
I suoi genitori avrebbero desiderato non mandarla all’asilo perché pensavano che, a tre anni, fosse troppo piccola e che avesse bisogno ancora del loro affetto. La bambina andava spesso nei negozi, sentiva parlare gli adulti, ma i loro discorsi non erano adatti a lei.
“Oggi, la tua squadra del cuore ha perso contro quelli di S. Elena” diceva Orazio, il panettiere. Giulio allora replicava: “È stata solo fortuna, vedrai la prossima volta che battaglia!”
Se ne dicevano di tutti i colori. Gli adulti stavano a parlare di politica per ore, facevano lunghe e, a volte, furiose discussioni. Da una parte, i discorsi dei bianchi, cioè i democristiani e, dall’altra parte, i rossi, comunisti. Le stesse battaglie succedevano per le corse ciclistiche: c’era chi teneva per Gino Bartali e chi per Fausto Coppi.
Sicuramente, per la piccola, era più adatta la compagnia dei suoi coetanei. Alice desiderava fortemente avere degli amici. Alla fine, i genitori si decisero a mandarla all’asilo. Tornava a casa ogni giorno con qualche bernoccolo, dopo aver giocato a lungo su e giù per le altalene, sulle piccole giostre, a nascondino o a rincorrersi. Raccontava alla mamma tante cose dei suoi nuovi compagni e come passava il tempo con loro, a fare disegni e i soliti giochi dell’asilo.
Al mattino, si alzava allegra e vestiva con il grembiule a quadretti bianchi e rosa. Spesso portava con sé il cestino della merenda che divideva con gli altri, senza tenere nulla per sé.
I suoi genitori erano sempre occupati con il lavoro. Ci tenevano molto ad accontentare i clienti, per questo motivo tenevano il banco sempre lucido e pulito, gli insaccati nella vetrinetta frigo e nelle scansie vari tipi di farina, per pane e polenta, diversi tipi di pasta, lunga e corta, poi il riso, i cereali e i legumi secchi, l’olio, il sale, il pepe, le spezie, lo zucchero, le olive, le cipolline sottaceto, la giardiniera, lo sgombro e il tonno sfusi, il caffè in grani e le forme di formaggio ben allineate. Il baccalà in ammollo veniva tenuto in una stanza all’interno del negozio e veniva servito a richiesta. Per essere preparato ci volevano tre giorni e, quando era disponibile, veniva esposto un cartello con la scritta “oggi baccalà.”
In negozio regnava un’atmosfera di cameratismo. In paese si conoscevano tutti e le novità arrivavano appena veniva aperta la saracinesca. Le solite domande della serie: “Sai cosa ha fatto Tizio? Cosa ha combinato Caio?” Quando arrivava Berto, il barbiere, lasciava una scia di profumo inconfondibile. Un giorno arrivò in negozio e disse a Renzo: “Sai cosa ha fatto Luigi, il mio ex-dipendente? Quello che ha aperto un negozio di vestiti, pronti e su misura. L’altra mattina ha fermato un suo cliente in piazza perché portava un suo cappotto, che però non ha ancora pagato! Ha avuto il coraggio di dirgli: “O mi paghi subito o mi restituisci il cappotto!” Visto che non era la prima volta che il cliente prometteva che glielo avrebbe pagato, ha estratto un paio di forbici e, li per lì, glielo ha tagliato. Non bastasse, l’altro è andato su tutte le furie, tanto che sono finiti a menar le mani! Alla fine glielo ha restituito… tanto in quelle condizioni era inutilizzabile.”
Renzo rispose: “Certo che ne ha avuto di coraggio! Dovrei anch’io fare così! Gli affari andrebbero molto meglio. Io non ci riesco. Qui ci sono molte persone che mi hanno lasciato conti in sospeso. Aspetto che vengano a pagare, poi, anch’io, non faccio più credito a nessuno.”
Era divertente stare con i paesani, tutti amici, almeno a parole. Si conoscevano fin da piccoli, condividevano l’esperienza della scuola, la leva militare e, da adulti, ciò che coinvolgeva tutti loro erano le notizie apprese dalla radio, dai giornali locali e della gazzetta sportiva, nella quale venivano commentati i risultati degli incontri di boxe, delle gare ciclistiche e delle squadre di calcio paesane.

[continua]

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