Racconto premiato di Barbara Salvioli


Con questo racconto è risultata 7^ classificata ex aequo – Sezione narrativa VII Edizione del Premio di Scrittura Creativa dedicato a Lella Razza 2011


SERA PRIMA DEGLI SCRUTINI

Caro figliolo, stasera vorrei cercare con te un tavolo di intesa, questo bianco e sfregiato della cucina, sotto il quale giacciono appiccicati generazioni di chewing-gum usati. Vedi tesorino, in questo mondo di ladri e di eroi, le dimissioni sono spesso un atto di coraggio uguale-uguale alla viltà, un dovere di fronte a una palese sconfitta, al mancato conseguimento di qualsiasi obiettivo sbandierato agli elettori in un banalissimo programma elettorale. Le dimissioni vengono chieste a gran voce dall’opposizione, o dai tuoi stessi sfegatati e parzialissimi sostenitori, quando la delusione degli idealisti che ti hanno votato diviene più forte del senso civico e della coerenza verso i propri nostalgici ideali. Le dimissioni restano l’ultima e unica cosa da fare in segno di riscatto per il proprio partito, che non deve pagare lo scotto degli errori di un solo indegno rappresentante. Poi ci sono i re, che abdicano per amore o potrebbero farlo per convenienza, o per uno strano senso del progresso e della modernità, perché si sentono inadeguati alla dinastia alla quale inspiegabilmente e solo geneticamente sentono di appartenere/non appartenere, perché vogliono essere liberi e viaggiare per il mondo con gli zoccoli da zoccola chic ai piedi e la chitarra in spalla. Perché si sono sempre sentiti sudditi più che regnanti, o forse proprio perché non hanno mai creduto di poterli avere, dei sudditi pronti a seguire le loro vicessitudini sentimentali, ora che mancano le fiabe, le favole, e il Principe Azzurro ha le sembianze leggermente equine. La mia non è stata una vera e propria elezione, né un plebiscito, e nemmeno una misera nomina dopo un sudato e fino all’ultimo incerto ballottaggio. Si è trattato piuttosto di una sorta di autoproclamazione, una specie di dittatura su un unico suddito, che non mi ha per nulla eletto, non potendo decidere alcunché. Ho assunto le redini del mio utero finalmente fruttifero quasi 15 anni fa, e così mi sono tramutata nell’ Imperatrice e Regina, proprio come l’Ape, come ogni donna che non trova alla fine di meglio da fare che esercitare il proprio potere nell’unico modo facile e indiscutibile che esiste: facendo ciò per cui fu generata e non creata della stessa sostanza del padre (che ti piaccia o no), e facendolo comunque, non importa se al peggio o al meglio. Ebbene, oggi, dopo tutto questo tempo segnato da conquiste di centimetri, di leggera peluria facciale e imponente e disarmante rinfoltimento scrotale, di acne, di indipendenza a forma di cuffiette, capelli piastrati e scarpe numero 46 (bombe biologiche), sono stata desautorata da una delegazione nutrita di Capi di Stato, riuniti al Liceo Gobetti, località San Bonaventura del Ponto. Strana scelta, per un consesso internazionale, dove tutti gli stati membri non sono altro che le migliaia di genitori legalmente tutelati a giudicarti proprio perché Imperatori come te, Re e Regine come te, in una sorta di democrazia della Dittatura. Un luogo ideale dove il Gran Ciambellano di Corte è la Prof di Italiano e Latino, una donnetta dallo sguardo acuto e petulante, esattamente come tutte le prof di lettere devono essere. Ha resistito fino all’ultimo, in uno strenuo e ammirevole tentativo di difesa il solo e solitario Ministro della Ginnastica, che ha votato a mio favore rifiutandosi di apporre la sua firma sulla richiesta delle mie dimissioni senza diritto di accettazione, né di revoca. Io mi devo dimettere, ormai è deciso, ma non posso dimettermi, è altrettanto evidente, ne converrai, data la specifica natura del mio incarico, che non prevede alcun vice. Io devo prima risolvere tutti i dissesti che la mia scellerata amministrazione del Figlio Mio Primo ha causato. Sarebbe troppo facile infatti morire (perché questo è l’unico modo che ha un Presidente Materno di potersi dimettere) senza pagare in prima persona per gli errori commessi. Premetto di non avere alcun patrimonio da poter mettere a disposizione per rifondere il mio paese dei danni, appartenendo anch’esso ai miei sudditi, come tutto il resto di me, a parte le mie bugie (quelle sono solo mie e le rivendico). Non posso designare nessun successore, in vita, e nemmeno in caso di sopraggiunta grave malattia con lascito morale/testamentario, perché le volontà di un’Imperatrice Materna moribonda non interessano davvero a nessuno, non ci sarebbe nessun Ragioniere di Stato/notaio disposto a sottoscriverle e a impegnarsi affinché vengano in seguito rispettate. Si sa, non ci appartiene nulla su questa Madre Terra, nemmeno l’instante della morte, nemmeno il Libero Arbitrio, che è fatalmente condizionato dal Destino, in uno stupido e ossimorico dualismo incomprensibile, ma dalla logica inattaccabile. Mi è stato sottoposto un reportage dettagliatissimo di tutte le scelleratezze compiute dal mio primo suddito, (che saresti tu) a testimonianza della mia totale e definitiva sconfitta. Il mio insuccesso era così palese che non ho trovato nemmeno il coraggio di assentarmi un istante dal Consesso per fumare una piccola sigaretta, ai bei tempi (per niente andati) Riparatrice di Ogni Male. Mi sono presentata con l’unica patente in mio possesso: “Sono la Mamma di…”, tipo l’Orgoglio di Essere Italiani, in questo tempo fatto di celebrazioni per i 150 anni, di Inno di Mameli eccetera. Dopo una permanenza ristrutturante alle Lampados, svariate vagonate di migliaia di euro spese nella boutique più esosa del circondario per apparire modaiola e ricca, facendo sorridente il mio sfavillante ingresso io brandivo, con la mia ugola roca e asmatica, “Mamma” di Beniamino Gigli. Ho atteso pazientemente il mio turno, tra altri Rappresentanti di Governo, poi qualcuno di loro citava una Relazione Internazionale sul Clima, della quale il mio Segretario non mi aveva trasmesso copia. In essa, il mio Paese risultava assolutamente inadempiente in termini di riciclaggio e tutela dell’Ambiente, tanto da meritare il pubblico ludibrio e l’internazionale disapprovazione. L’hanno impropriamente chiamata “pagellina”, da non confondersi con un demente diminutivo di Pagella, nonono! Mi sovviene, ora, per assonanza, di quante volte ho levato la padella a mia nonna, e di come, allora, mi sembrava che difficilmente potesse esistere un gesto più umiliante di quello. Ignoravo, allora, che levare la padella a mia nonna sarebbe stato un ricordo felice e nostalgico, molto più meraviglioso che riceverla io tra le mani, donatami da Illustri Sconosciuti, ora. Ho assistito sgomenta a delegazioni di Genti per Bene che mi rinfacciavano l’inutilità degli sforzi profusi da tutti loro per mettere riparo ai disastri ecologici dei fiumi e torrenti della regione che cade sotto la mia giurisdizione e responsabilità. Mi sono avvalsa della facoltà di Non rispondere di fronte a semplici e incalzanti quesiti, sinteticamente di tal fatta: “Signora, ma suo figlio… ma che cazzo fa suo figlio?”. Mi sono appellata all’Ultimo Emendamento per fronteggiare minacce attuabili e attuate di Bocciatura dalla Corte Materna di Tutti i Conti. Io non ho saputo difendermi, proprio come nell’ultima resa un re ubriaco di perfetto mojito casalingo. Issato sprezzante sul merletto del castello, egli pretende di rispondere con una catapulta di cellulite al fuoco di un pancino sodo da ballerina di latino americani. Proprio così. La solitudine del potere: ascolta bene e prendi appunti. Mi è stato risposto dai miei stessi alleati di governo: “E’ tutta colpa tua, adesso rimedi! Solo tu puoi risolvere questa situazione: noi alziamo le mani”. Ma non in segno di resa o di sconfitta, no. Noi alziamo le mani per usarle contro di te, per prendere la rincorsa e lanciarti tutte le pietre che abbiamo raccolto in questo scellerato tuo regno. Noi ti lapidiamo, ma prima, cara, noi ti lapidiamo prima, così che tu poi possa, malconcia e sanguinolenta, individuare una strategia e Salvare il Paese. Eccomi dunque, figlio mio, la sera prima degli scrutini. Riflettendo, nel fondo del fumo del mio primo pacchetto serale, ho concluso che proprio io, la tua mamma, che ti ha sempre sostenuto nei momenti di non-bisogno, e attaccato e ferito e tradito in quelli di tuo fiducioso entusiasmo, proprio io sono la meno adatta a perorare la tua causa. Non ho nemici dai quali farmi soccorrere, e gli amici sono troppo vicini per potermi aiutare.
Io ti voglio tanto bene, io lo so, io non me lo dovrò ricordare, quando domani, giusto davanti a scuola, mi verrà spontaneo spappolarti lo skateboard sul ciuffo emo perché troveremo affisso “RESPINTO”.

Barbara Salvioli



Torna alla homepage dell'autore

Il Club degli Autori - Concorsi Letterari - Montedit - Consigli Editoriali - Il Club dei Poeti
Chi siamo
La Rivista
La voce degli Autori
Tutti i nostri Autori
Per iscriversi
ClubNews
Il notiziario gratuito
Ultimi inserimenti
Homepage
Avvenimenti
Novità & Dintorni
i Concorsi
Letterari
Le Antologie
dei Concorsi
Tutti i nostri
Autori
La tua
Homepage
su Club.it