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Antologia delle più belle poesie del Premio letterario Città di Melegnano 2017


In copertina: «Melegnano a primavera», 1994, olio su tavola – 50 × 31 cm. di Paolo Marchetti.


Indice

Prefazione a cura di Benedetto Di Pietro – Albo d’Oro del Concorso – Paolo Marchetti autore dell’opera in copertina – Sergio Baldeschi – Biagio Barbero – Vincenzo Bianco – Mariateresa Biasion Martinelli – Angela Cremascoli – Paola Curagi – Anna Maria Di Brina – Anna Di Lollo – Francesca Fazio – Cesare Maria Figini – Carmen Foschini – Lorenzo Franzoni – Federico Furlan – Pietro Antonio Governale – Lucia Ingegneri – Giuseppe La Rosa – Silvana Licari – Daniela Litta – Alberico Lombardi – Elio Lunghi – Youri Martini – Marcello Mattioli – Maria Piera Pacione – Liliana Paisa – Maria Teresa Piccardo – Giulia Quaranta Provenzano – Ivan Randazzo – Serafino Randazzo – Maurizio Rinaldi – Rossella Amelia Roli – Paolo Sonzogni – Carlo Tarabbia – Riccardo Tucci – Bruno Volpi


Prefazione

Gli argomenti ricorrenti vengono proposti anche nelle poesie di questa edizione del Premio letterario «Città di Melegnano».
La maggior parte delle liriche ha carattere introspettivo ed esistenziale, ma troviamo anche i sentimenti affettivi, qualche riferimento al fenomeno migratorio con le sue implicazioni umanitarie ed altri argomenti.
Il pensiero rivolto ai figli porta a scelte comportamentali e a considerazioni che l’educazione imposta dai genitori a volte è una sopraffazione, una funzione necessaria per essere accettati dalla società, insomma un’educazione interessata, non libera come dovrebbe essere.
Questo aspetto pedagogico porta a quanto propugnava nel suo “Emile” (1762) il filosofo J.J. Rousseau che voleva che l’uomo venisse educato secondo natura, essendo egli libero dalla nascita, ma prigioniero della società. Un metodo educativo molto contestato e perfino deriso dagli intellettuali del suo tempo.
Però va anche detto che l’uomo è per definizione un “animale sociale”, quindi non può vivere isolatamente ed è risaputo che come membro della società, la libertà personale viene modificata ogni volta che si pone in relazione con gli altri individui.
È questo il punto affrontato da Pirandello nel suo teatro: la maschera che dobbiamo portare per essere accettati dagli altri, e tra gli aspetti imposti dalla società c’è la continua sollecitazione ad apparire come gli altri e meglio degli altri.
La ricerca del successo nei vari aspetti della vita, ha portato nei secoli addirittura ad essere interpretato come segno terreno della salvezza dell’anima, un aspetto sociologico e religioso che molto ha influenzato le scelte personali di alcuni individui fino all’uso sconsiderato degli strumenti finanziari a danno del prossimo.
Il comportamento umano è l’argomento che prevale nelle poesie in concorso. L’introspezione ed il bilancio fatto in maturità porta a risultati quasi mai positivi.
Ci si accorge che l’utopistica ricerca della felicità e la logica delusione di non essere riusciti a trovarla, poteva essere in parte evitata se cercata nelle piccole cose.
Il poeta da sempre è stato strumento di amplificazione non solo dei sentimenti individuali, ma anche dei malcontenti collettivi. Ha protestato verso l’autorità costituita, in tutte le sue attribuzioni, diventando quasi sempre inviso al potere.
Ma non può stare in silenzio quando avviene la chiusura di uno stabilimento dal quale è dipeso per un secolo un intero insediamento umano; qui il poeta anche se con voce strozzata piange il luogo all’interno del quale ha passato i suoi anni migliori; la visione è molto ampia, è simile a quella di chi subisce un disastro naturale: c’è la perdita di connessione col territorio al quale egli appartiene fisicamente e culturalmente e come un albero avulso egli diventa altro, un alienato.
Come al solito, chi la fa da padrone è il tempo. Lo troviamo in chi ormai maturo, ritorna al paesello e lo trova vuoto, però ritrova se stesso bambino e gli oggetti che lo hanno reso felice in quel tempo della sua età, così scopre che la saggezza della vecchiaia deriva proprio dall’esperienza di vita vissuta che permette di rivalutare le cose perdute e al vaglio del tempo passa quasi tutto, resta solo quello speso in favore degli altri…

Benedetto Di Pietro
Presidente della Sezione Poesia del Premio «Città di Melegnano»


Albo d’oro della ventiduesima Edizione del Premio Città di Melegnano 2017

La Giuria della Sezione Poesia presieduta dal Professor Benedetto Di Pietro, rende nota la seguente classifica:

Opera 1^ classificata «L’uomo delle rose» di Rossella Amelia Roli, Seregno (Monza e Brianza).
Questa la motivazione della Giuria: «Su una panchina del parco siede un individuo con cappello a cilindro, braccia aperte e una valigia vuota davanti ai piedi, vuota perfino di sogni “O forse i suoi sogni / si sono perduti” a furia di trascinare il bagaglio che ha perso il fondo. Può darsi che l’uomo attendesse una donna che non è arrivata. Così ha deciso di rimanere in quel parco dove ora sono fiorite le rose. Chissà cosa sarebbe avvenuto se quella donna fosse arrivata. Magari la coppia sarebbe emigrata, così “la valigia sarebbe una culla / e la panchina una casa”. Lo spunto probabilmente viene da una di quelle statue che si possono ammirare in alcuni giardini comunali e la poetessa fa rivivere il personaggio rappresentandolo come elemento legato all’amore e all’attesa di chi non verrà per sedersi accanto, se non l’avventore che si siederà per farsi fotografare. Il fenomeno dell’emigrazione è visto nella sua essenzialità: la perdita degli affetti e dei riferimenti. Così l’uomo anonimo della panchina diventa “senza tempo né velo né inganno” e l’autrice abbassa lo sguardo in segno di rispetto. E, quasi a farne omaggio, contempla il giardino delle rose». (Benedetto Di Pietro)

Opera 2^ classificata «Fine primo tempo» di Cesare Maria Figini, Vertemate con Minoprio (Como).
Questa la motivazione della Giuria: «La vita è la somma degli eventi, belli e brutti, cui una persona dovrà fare fronte nel corso della sua esistenza. Per un’autodifesa innata noi tendiamo a valutare le cose migliori di ciò che sono e a volte invidiamo gli altri senza sapere che l’apparenza inganna quasi sempre. Il poeta, partendo da un evento che gli ha segnato la vita, fa una riflessione sulla caducità e sull’inganno del mondo che noi consideriamo realtà, invece noi cogliamo solo il riflesso confuso del mondo in cui crediamo di essere vivi, ma non ne abbiamo le prove. Potremmo essere tutti morti. Ritorna qui il mito della caverna di Platone: l’uomo scambia per realtà la sua proiezione e rapportata ai giorni nostri la metafora ci mette in guardia dai mass media che influenzano la nostra opinione, mettendosi in mezzo tra noi e la notizia, e presentandoci una realtà ingannevole. Solo la conoscenza attraverso l’esperienza ci permette di distinguere correttamente ciò che è vero da ciò che è falso». (Benedetto Di Pietro)

Opera 3^ classificata «Figlio» di Federico Furlan, San Polo di Piave (Treviso).
Questa la motivazione della Giuria: «Il poeta si rivolge al figlio mettendolo in guardia contro possibili errori di valutazione e di autostima. Allo stato naturale tu sei come una manciata di sabbia informe che per poter avere una forma viene modellata, “anche accarezzato”, ma in realtà non corrisponde a quello che sei. Tu ancora devi proporti alla società con la tua personalità, evita gli scontri fisici e verbali e proponiti con la forma dell’agape, del bene, dell’amore, perché oggi è l’unica che può dare valore ad ogni granello della sabbia che ti compone. Il poeta scopre che il figlio è già grande, e si dichiara “incapace di capirti / di capirmi”, scoprendo che il legame che li unisce è fatica di comprensione e sofferenza del proseguire nell’ascesa degli anni. Ma è confortato dal fatto di potere camminare insieme. Una bella poesia che rivela il legame consanguineo, ma anche l’empatia che esiste tra genitori e figli. Il messaggio è pedagogico». (Benedetto Di Pietro)

Opera 4^ classificata «Bagnoli: una dismissione da noi stessi» di Carlo Tarabbia, San Donato Milanese (Milano).
Questa la motivazione della Giuria: «Una poesia di carattere socio-pedagogico in cui il poeta dichiara di legare la sua vita a quella dell’acciaieria di Bagnoli, “un monumento al lavoro / un fattore potente di educazione civile”, che viene dismessa dopo un secolo di attività. Nel dialogo con l’impianto siderurgico l’autore promette di fargli compagnia e di tenerlo informato sugli avvenimenti e su quanto una politica becera non sia stata capace di fare per tenerlo in attività. “Ti racconterò del grande inganno” e come ora la nebbia copra ogni cosa. L’ultimo verso è sarcastico: “Allegramente / siamo passati nel nulla”. Non solo l’impianto muore, ma muoiono con esso tutti i ricordi e un passato di lavoro e di benessere. E senza passato non esiste neanche il futuro, quindi l’oblio». (Benedetto Di Pietro)

Opera 5^ classificata «In viaggio» di Anna Maria Di Brina, Ginevra (Svizzera).
Questa la motivazione della Giuria: «La brevità di questa lirica fa da contraltare alla lunghezza del suo significato: il viaggio interiore, un esame di coscienza; ripercorrendo la propria vita, verificando ciò che volevi essere e ciò che sei. Dopo tale viaggio, ritornerai maturo, con le rughe sulla pelle. Però potrà capitare di tornare con “le mani piene di fiori”, che avrai colti tutte le volte che non avrai contato il tempo speso in opere di bene “laddove il tempo dimentica / d’essersi speso” in favore degli altri. Poesia pedagogica all’insegna della solidarietà». (Benedetto Di Pietro)

Opera 6^ classificata «Tavolozza» di Maria Piera Pacione, Ofena (Aquila).
Questa la motivazione della Giuria: «La poetessa vorrebbe colorare di rosa le nuvole e ascoltare i battiti sincroni del suo cuore con quello dell’amato. Però in un mondo in cui regna l’illusione e il disinteresse, la realtà è diversa: “Noi due, vicini ma lontani / […] sconosciuti”. La felicità è un’utopia. L’autrice vorrebbe rifugiarsi in mondi sconosciuti, sola con la sua poesia che diventa consolatrice. Ma purtroppo bisogna indossare la maschera della falsità per soddisfare la società. Lo specchio che di solito è presentato come simbolo dell’inganno, qui è dissacratore, capace di mettere a nudo ogni turbamento dell’anima. Sarà colpa della maturità non si sa, ma una solitudine angosciante pervade l’autrice, a conferma che la serenità e la felicità sono categorie della mente, contingenti e soggettive. In modo circolare la poetessa conclude di sentirsi “come una tavolozza nuda, tristemente vuota”. Nonostante tutto, rimane il desiderio di volere “colorare le nuvole di rosa”, verso col quale si apre la lirica, un segno di speranza». (Benedetto Di Pietro)

Opera 7^ classificata «Il ragazzo che fui» di Lorenzo Franzoni, Reggio Emilia.
Questa la motivazione della Giuria: «Una situazione comune a tutti gli esseri umani è il ritorno da adulti nei luoghi dell’infanzia. Tutto sembra diverso, più piccolo, immobile, quasi che aspetti di essere interrogato. Sono gli stessi luoghi che ci hanno visto giocare. Il poeta in questa lirica riesce a fare “muti conciliaboli” con tutti, quasi che siano proprio gli oggetti a interrogare il ragazzo di allora. che ora si fa serio e pensoso. Non più il cammino attraverso gli oggetti dell’infanzia, bensì la stasi dell’anziano, “Aspetta l’autunno / e il suo declino di luce / nel medesimo punto / del cuore e del mondo”. Una lirica breve che mette in evidenza come la vecchiaia diventi non solo una fermata fisica, ma anche psicologica. Il ricordo del passato è un veicolo di qualche attimo di “sorriso”». (Benedetto Di Pietro)

Opera 8^ classificata «Il passato» di Francesca Fazio, Roma.
Questa la motivazione della Giuria: «Se, col senno di poi, si potesse aggiustare il passato “come fosse un letto mal fatto”, ci metteremmo con cura a sistemare tutte le cose che consideriamo “malfatte”. Invece il passato è “come un lago fermo e splendente”, ciò che cambia sei tu che ora vedi cose che prima non vedevi. Al giungere della vecchiaia è proprio quel passato che ti rende ancora vivo, in grado di apprezzare la vita e di capire le cose che prima ti sembravano misteriose. La saggezza della vecchiaia arriva proprio dall’esperienza della vita vissuta, che permette di rivalutare anche le cose perdute». (Benedetto Di Pietro)

Opera 9^ classificata ex aequo «Carnevale ambrosiano» di Elio Lunghi, Manerba del Garda (Brescia).
Questa la motivazione della Giuria: «Un’allegra filastrocca ispirata al carnevale ambrosiano. Una nutrita sfilata di carri allegorici in cui animali e oggetti della città di Milano si animano e in una ossimorica serie di opposti destano ilarità. Tutto sotto l’immancabile sguardo della Madonnina, unica figura immobile che dalla più alta guglia del duomo “sorride se nella / piazza e nella poesia qualche ruota stride.” Ci troviamo all’interno di una poesia surreale in cui l’immaginazione espositiva ci riporta ai quadri di Hieronymus Bosch». (Benedetto Di Pietro)

Opera 9^ classificata ex aequo «Il dolore» di Giuseppe La Rosa, Montecchio Maggiore (Vicenza).
Questa la motivazione della Giuria: «Il poeta si rivolge ad un “tu” che probabilmente ha problemi di salute. L’accostamento del dolore al comportamento della stagione invernale lascia pensare che per questa persona non arriverà la primavera. Il discorso del poeta si trasferisce sui problemi esistenziali e in particolare sul senso della vita. Ora che l’autunno dell’esistenza è giunto e cadono tutte le aspirazioni “sento cadere le foglie dell’estate”, si presenta la porta dove non siamo mai entrati prima e di là della quale “il mio e il tuo bene periscono”, si annullano i sentimenti. La conclusione di questa poesia porterebbe a “Huis clos” di J.P. Sartre, ma lì varcata la soglia l’uomo diventa libero. In questa poesia resta solo il rimpianto». (Benedetto Di Pietro)

Opera 10^ classificata «Disincanto» di Paola Curagi, Bollate (Milano).
Questa la motivazione della Giuria: «La fine di un amore è sempre triste. Ognuno cerca di farsene una ragione. Tornano in mente le cose e i momenti vissuti insieme e il filtro della ragione ora fa da catalizzatore e tende a fare superare i momenti di tristezza. La chiusura della poesia vorrebbe un ultimo incontro in cui l’autrice potrebbe avere le scuse e lasciarsi “da buoni amici sinceri”, come voleva una nota canzone degli anni Cinquanta, un saluto fatto col sorriso che porterebbe “pace come cima di montagna”. Purtroppo, la cronaca di tutti i giorni riferisce di “ultimi saluti” divenuti tragedie. Ci troviamo di fronte ad una poesia giovane in cui l’esperienza di vita ancora non tiene conto di possibili riscontri negativi del comportamento umano». (Benedetto Di Pietro)


La cerimonia di premiazione si è tenuta a Melegnano (Milano) sabato 17 febbraio 2018 presso il Teatro Polifunzionale La Corte dei miracoli in Piazza delle Associazioni, 19 con la direzione artistica a cura di Fabrizio Ferrari coadiuvato da Cristina Petriccioli.


Antologia del Premio letterario Città di Melegnano 2017


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