Farfalle leggerissime

di

Annunziata Romeo


Annunziata Romeo - Farfalle leggerissime
Collana "Le Schegge d'Oro" - I libri dei Premi - Poesia
14x20,5 - pp. 32 - Euro 4,50
ISBN ISBN 88-8356-021-3

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Prefazione

Versi delicatissimi che si librano nell’aria come musica lieve, come brezza leggera: sono questi gli elementi da cui nascono le poesie di Annunziata Romeo, mite signora calabrese dalla voce gentile che alle tinte forti e ai contrasti stridenti preferisce i toni suadenti e intimisti con cui accarezza la mente e il cuore del lettore. Così, leggere le poesie di questo volumetto significa entrare in un’atmosfera ovattata e in un mondo dai contorni sfumati in cui l’autrice ci guida con mano vellutata. Un mondo in cui passato e presente si fondono in un istante senza tempo coagulato in un oggetto, uno sguardo, un’immagine; un mondo in cui la natura si fa specchio e riverbero delle emozioni; un mondo, infine, dove una sottile malinconia stilla talvolta le sue gocce di rugiada, per rammentare sempre che il pianto accompagna la vita ma non ne è la sola misura.
Il percorso disegnato dalla Romeo è, pur tra mille sfaccettature, sostanzialmente unitario. Una voce di donna che osserva e sente, in ogni fibra del suo essere, come le ragioni del proprio essere stiano essenzialmente in una parola sola: amore. Amore per le persone care, quelle presenti e quelle che non ci sono più; gli affetti familiari sono i veri protagonisti della silloge, e si capisce che per questa donna essi sono stati sempre fonte di emozioni vere e di gioie pure. Basti leggere i versi dedicati “A mia madre”, dove tra l’altro la Romeo rivela notevoli doti di bozzettista. Lo scialle bianco con cui si apre la poesia è un’immagine fortissima, non solo un elemento descrittivo: sia l’oggetto – lo scialle, così desueto e al contempo così carico di memorie – sia l’aggettivo scelto – bianco, il colore della purezza o, se si vuole, della tela pronta per essere riempita di tutte le tinte – diventano essi stessi la madre evocata e ci dicono, di questa donna, molte più cose di quante non potremmo apprenderne leggendo la storia della sua vita. Lo scialle bianco reca con sé quelle connotazioni di leggerezza, candore e intimità che poi si ritrovano negli altri versi (e si noti, in particolare, come il colore bianco ricorra in più luoghi: la bianca collana, le bianche mani) e culminano in quelli finali: “dissipando le ansie / in una gioia di luce / magica come il tuo amore”. Del resto la centralità assegnata al nucleo degli affetti familiari è esplicitamente dichiarata in “Solamente voci care”: qui è netta la contrapposizione tra “fuori”, dove esistono solo “parole di ghiaccio e occhi spenti” brancolanti nel buio, e dentro l’anima, il luogo dove, al contrario, risuonano i dolci accenti delle voci che possono “ravvivare speranze”. E tra queste voci care spiccano quelle tenere dei bimbi, figli e nipoti; ma anche bimbi solo intravisti, come in “Piccolo mio”; i bimbi che tra farfalle colorate e battiti di mani scoprono, sotto lo sguardo ridente della poetessa, la gioia della luce; i bimbi che poi crescono, ma anche se si sposano (“D’amor si parla”) o partono per andare lontano (Partire) conservano sempre nei loro occhi “irripetibili luci d’incontro” e restano “allegri nel profondo”. Ma per sentire le voci care è necessario saper ascoltare anche la musica della natura, saperne vedere la bellezza in modo semplice e autentico; per questo la poetessa eleva all’alba un canto che è un vero tripudio di colori e profumi, un’esplosione di vitalità e, al tempo stesso, il riconoscimento che il tempo disegna un cerchio, e quindi passa ma torna sempre: ce lo dicono il “correre immutabile degli alberi” e il “maestoso dipinto” della natura “fermo nel tempo” ma che “rinnova memorie”; è un’esperienza che la poetessa vive in modo quasi mistico, sdoppiandosi tra la voce che canta e colei che ascolta. Dal che si intuisce che per la Romeo la poesia può, e talvolta deve, nascere quasi da sola, mentre al poeta non resta che cercare di fissarne i suoni prima ancora che le parole: “il canto mio ascoltare” – scrive significativamente l’autrice – “dall’anima che sboccia come un fiore”; dove il verbo “sbocciare”, riferibile sia al canto che all’anima, rivela notevole abilità nella scelta dei vocaboli e soprattutto della loro collocazione all’interno del verso, con il duplice scopo di conseguire effetti musicali e potenziamenti di senso. Perché la vera ricchezza della poesia è la capacità di dire molte cose, e molte altre farle immaginare, a chi come Annunziata Romeo ha mente e cuore per ascoltare.

Bianca Cerulli


Farfalle leggerissime

Freddo silenzio

Freddo questo nostro silenzio
quando con gli occhi di panico
sgomenti
mi cerchi senza parlarmi
quando
calda la mia mano
ti accarezza i capelli bianchi
scopre i tuoi pensieri
sulle pupille chiuse
chiare le parole ascolta
dalle colline del tuo cuore
stanco ed ammalato
e il tremolio sente
della febbre che sale
il calore della fronte
che più non si tinge di rosa
alla carezza dei miei baci
laccati di miele appassito
sul mio volto di nebbia
freddo come il nostro silenzio.


A mia madre

Uno scialle bianco
di lana
ti copriva le spalle
piccole
curve
smagrite dalla furia del tempo
che ti scappava veloce
insieme alla speranza
ti scaldava
carezzevole il collo
cinto da una bianca collana
nella luce trasparente
delle sue perle
stanco
sbiadito
appariva il tuo viso
levigato dai tuoi baci
coccolata dal mio amore
più caldo del respiro
mi posavi
le bianche tue mani
sul volto
per darmi una carezza di favola
tenera
che socchiudeva
i miei occhi nel silenzio
penetrava nel buio dei miei pensieri
dissipando le ansie
in una gioia di luce
magica come il tuo amore.


Solamente voci care

Parole di ghiaccio
sulle pareti
dal tetto umido
di respiro
occhi spenti
brancolare
ricercando luce
alle finestre della notte
passi vagabondi
paralizzanti
stanchi
sul lungo corridoio
che non tuona
non geme
gremito di silenzi
che raggiungono
l’Infinito
deboli
dolci
e solamente umane
voci care
in anima incontrarsi
per ravvivare speranze.


**Senza di te*

Avevi una dolcezza
che si leggeva in viso
in ogni istante
e quando stavi male
impauriti gli occhi mascheravi
per l’ansimante fiato
uguale
un sorriso mi porgevi
senza parole
l’aria intorno a me sbiadivi
e più dolce
tormentato il silenzio mi rendevi
ad ogni alba che spuntava
un petalo s’apriva
della tua corolla
ed un raggio di sole
per me
a viaggiare con te
sul tuo prato
i suoi spazi liberi
ricoprire
di mia luce
che or
diventata fioca
senza di te non brilla
sui tuoi angolini rosa
più azzurri
ormai nel cielo
ove l’acqua canta
e il vento raccoglie
il tuo respiro
col mio
in dialogo eterno
oltre la vita.


Piccolo mio

Non ti conosco ancora
non so come ti chiami e parli
scorgo spesso il tuo viso
nascosto dietro una finestra
È chiusa e vi batte il sole
intravedo i tuoi occhi
e dal balcone
ove stendo colori amorosi
t’invio un sorriso
a cui rispondi
con vezzi sfavillanti
da quel visino
ancor sì tenero
vorresti uscire
su quel balcone tuo
arido di fiori e piante
e a moto tuo inviarmi
deliziosi messaggi
ma la tua Bebi
è forte
ed anche se tu strilli
come un uccelletto
ti afferra
e chiude
in suo poter rimani
fino a sera
lungi da quel saluto
che cercava amore
tenerezza rapita
in solitudine.


Polvere di stelle

Astro invisibile
che la tua luce spandi
sulle vette dei monti infreddoliti
e a valle scendi
e pianeggianti
anche i giardini scaldi
i mari oscuri
fermati sulla terra
che vorticosa ruota
senza ragione
e cuore
nelle case
ove il respiro geme
dei bimbi afflitti
e senza amore
oggetti divenuti da mercato
da bersaglio
senza parola e meta
brancolanti sulle strade
cui polvere di stelle
ti chiedono
che fioriscano pace.


Estate 1986

L’edera
quante memorie
nel verde tuo avvolgente
i vecchi muri
senza più luci
nelle notti
quanti ricordi
qui sepolti
sulle tue foglie
che raffrenano il vento
cui solo
un alito raccolgo
e pieno di malinconia.


D’amor si parla

È maggio
parlano le trine
i coralli
del tuo vestito bianco
lo spirto mio
che ascolta il tuo respiro
e la luce riceve
dal tuo amore
parlano le gialle margherite
le rose profumate
i candidi gelsomini
sull’altare
a festa ornato
ricco di luci
e suoni
le splendide orchidee
nella tua mano
e sulle ciocche
dei tuoi capelli biondi
l’amabile tuo sorriso
che dolcezza misura
parlano i nostri occhi
irripetibili luci d’incontro
preziosi di sentimenti
che non piangono
allegri nel profondo
ché colmi
di reciproco amore


Ascoltare

Una voce di speme
sento che mi nasce
da quest’alba
e sapori di cielo
accarezzarmi l’anima
guardando la collina
naturale ascolto
il suo richiamo
col bagliore d’un tempo
ora lontano
il correre immutabile
degli alberi
sui rossi monti
in quel verde di macchia
rigogliosa e pura
maestoso dipinto
fermo nel tempo
che mi rinnova memorie
il giardino
d’erba rivestito
e fresca di lumache
infreddolite dalla brina
di gemme e fiori
anche le piante
ora cresciute
e tenere agli uccelli
il volare
delle farfalle
attorno al lampione
odoroso di menta
il canto mio ascoltare
dall’anima che sboccia
come un fiore
e di petali
ne colgo il profumo.


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