Le mie prime poesie

di

Alberto Ghiretti


Alberto Ghiretti - Le mie prime poesie
Collana "I Gigli" - I libri di Poesia
14X20,5 - pp. 52 - Euro 7,50
ISBN 978-88-6037-7487

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Prefazione

Con la silloge “Le mie prime poesie”, Alberto Ghiretti penetra nelle contraddizioni e nelle antinomie d’un complesso mondo interiore con la precisa volontà di “voler guardare” le cose in modo autonomo, attraverso una personale lente d’ingrandimento grazie alla quale può indagare meglio, esplorare più a fondo anche le minime percezioni.
La realtà, vissuta o solo osservata, è passata al vaglio della mente, lo sguardo non si lascia ingannare dalle apparenze. La sua attenzione alle manifestazioni della vita, alle molteplici emozioni che hanno invaso il cuore, alla complessa sfera sentimentale, lo conduce alla sua prima poesia, ispirata direttamente dall’amore per Sara, la donna “tanto attesa”, con la “sua pelle lucente color albicocca”, gustata al ritmo delle onde, al suono del vento.
Lo sguardo di Lei inebria, la sua “voce sa cullare” e, finalmente, il “cuore potrà volare”, liberandosi dai pensieri soffocanti, percorrendo insieme il cammino che la vita riserva ancora. Nella visione dell’amore e nelle sue forme, ritornano in luce le emozioni inebrianti, il risveglio del cuore e della mente.
Riemergono i ricordi, uniti ai rimpianti e, al contempo, le lacrime procurate dalle sofferenze, riconducono all’essenza di un passato che ha fatto i conti con le dolorose esperienze vissute.
Alberto Ghiretti, con estrema decisione, sempre cerca di confidare le proprie amarezze attraverso le parole vibranti delle sue poesie: anche quando è sepolto ogni ricordo, quando le illusioni si sono confermate tali, perfino nel momento in cui si sente il “vuoto immane”. Come in una sorta di continua riscoperta simbolica della sostanza autentica del proprio modus vivendi e del sentire lirico.
Il suo sguardo è sempre rivolto verso un nuovo orizzonte, accompagnato dalla necessità vitale di essere svincolato da legami e regole precostitutite: dopo il continuo “vagare da solo” v’è forse l’esigenza di trovare un porto sicuro, una realtà che offra affidabilità.
Ecco allora che la sensazione di “essere solo” e “sentirsi solo”, potrà svanire davanti alla consapevolezza di aver vicino una donna che offre-porge-dona il suo amore.
Le radici e il passato d’un uomo sono importanti e anche un naufrago, con il suo fardello di esperienze sofferte, tormenti e timori, potrà alfine “sognare”: perdersi nella “luce delle stelle” nonostante gli “approcci alla vita” siano stati un conflitto logorante, contrassegnati dalla paura di disperdersi, dalla consapevolezza delle proprie fragilità che diventano comprensione di sé.
Eppure questo percorso, così arduo e faticoso, è il solo che può condurre alla coscienza di sé, alla via salvifica del proprio Essere. Alberto Ghiretti lo percorre senza timore.

Massimiliano del Duca


Le mie prime poesie

L’amore e le sue forme


Per mano nel mare

Sara mia ricca,
Sara mia grande,

la tua pelle lucente color albicocca
che il mare accarezza e dolce infonde
è cornice in madreperla di una bocca
che muovi scandendo il ritmo alle onde

e cantando il vento tra odore di menta,
come quando passa tra i massi e lì muore,
in un tempio gonfio d’una eco lenta
che risuona in fondo ad animo e cuore.

I tuoi sussurri li celo e li apporto
a dar manforte alla folle pochezza
di raziocini che danno torto
al mio precoce istinto di ubriachezza

spolverando a martellate un me sepolto
da carcasse di emozioni tutte uguali
e riprendendomi il maltolto,
le prime mille piume delle mie ali.

Tu hai reso il mio strisciare bieco
tra il fango di un mondo perverso
il naufragar d’un povero cieco
cui riappare un vivo blu terso.

Ora a fatica ma scorgo il mio petto
tra bande di luce che danzan sinuose,
ora quel luogo senza un aspetto
ha tinte crude ma armoniose

alle quali io faccio rima
con l’azzurro dei miei occhi
come non capivo prima
ma resto privo di teneri tocchi
di mani di carne a sfiorare le mani,
o che faccian di colpo tremare le dita,
o di soffice sabbia che forse un domani
ci sarà a dar sollievo alla schiena e alla vita

perché per me l’oceano è un dono
ma privo di qualsiasi riva
però adesso so che ci sono
altri umani alla deriva:

chi farà del tempo
una rosa mai fiorita
che appassirà in un lampo
a stagione scolorita;

chi, prendendone un lembo,
scucirà una sua ferita
per sentirsi dentro a un limbo
di sofferenza mai tradita;

chi gioirà
per avere taciuto
ma che in sé morirà
perché è stato dovuto;

chi crede in un Dio
con doloroso distacco,
chi non crede in suo zio
ma alla storia di Isacco;

chi vende fiori
chiedendo in compenso
di notarne i colori
e riservarsi un “ti penso”

e sebbene quei doni
marcire dovranno
da troppi coglioni
un pensiero in un anno.

O chi vola lontano da ogni campo visivo
facendosi spettro etereo ed elusivo
per non udire il frastuono dei vani pensieri
di chi sa lanciar solo occhiate di ieri.

“Quelli che celano un infante nel cuore
o che dagli orrori l’han scongelato
sono soli ed insoliti come le more
in un bosco in città spoglio e malato.”


II Parte – Il popolo delle stelle

Il sole si trascina a passi stanchi
dall’orizzonte alla sua tana
non irradia più i minuti branchi
che rifiutan quel che emana.

Stenderà nere lenzuola
che si allargheranno ovunque
assieme alle stelle facenti scuola
allo spirito non di chiunque.

Si annidano in chi, senza pentimento,
la linfa solare ha rigettato
senza lanciare un solo lamento,
ma freddo ed inerme sarà ben accettato

da quelle lucine esiliate o punite
perché divulgarono la conoscenza:
le stanze del cuore son grandi, infinite
come l’universo in cui crede la scienza.

L’offerta suggella,
è meglio aspettare:
la luce è assai bella
se illumina il mare.

Ogni naufrago per quanto aspetti
nel suo fardello di tormento e paura
ha vecchi sogni mai stati detti
che non avranno una fase matura.

Ognuno ha rimpianti e l’acqua al collo,
ha umidità dentro l’ossatura
qualcuno ha ragioni per stare in ammollo
e maledice la propria natura.

“Dannato sia il cerebro mio
e i ricordi miei più cari
da quando scelsi un freddo rio
per nascondermi ai miei pari!”

“Dannato sia il nome mio
che nel ricordo dei miei cari
è rievocato come Pio,
se sapessero i miei bari!”

“Perlustra qui attorno, sei solo,
annaspi, a stento respiri,
nascondi dentro un duolo,
con te son gli astri… e tu deliri!”

Sballottato nelle tenebre sto male,
rinnego la terra dalla quale vengo.
Lacrime rade aggiungono sale
all’essenza alla quale appartengo.

I flutti son sagome nere nel nero
che nel loro passare riempion di botte.
Per quanto agghiacciante è pur sempre vero:
se una merda è nella merda se ne fotte!

Ma poi un fulmine ad un metro dal viso
ed il mio primo colore, fiore di ruta,
cedono il passo ad un mogio sorriso
tra gli incerti contorni d’un’aura conosciuta.


III Parte – Per mano nel mare

Cara amica, tanto attesa
or che so chi sei e che esisti
lascio la mia man protesa
anche se indietreggi e insisti.

Cara amica, non di culla,
se sarai un po’ presente
tu rallenterai quel nulla
che minaccia la mia mente.

Il tuo sguardo fa star desto,
la tua voce sa cullare
il mio cuore farà presto
a ricordar che sa volare.

Sarai quindi tu, un domani
con un acuto di furbizia
a far miei amici i demoni
che insultan la mia astuzia?

Potrò mai, esausto io,
con un “voglio” come molla
e con il nerbo che ho di mio
farti varco tra la folla?

Forse assieme a degli umani
scaverò solchi e fori
anche con le nude mani
nella botte dei tuoi umori.

E che il fresco sbuffo di vento
e l’esile raggio di luce
del conforto sian l’avvento
e di estimazion la voce!

Ma il tuo volto che scompare
sotto un velo d’un blu scuro
è un sussulto e fa campare
con in gola aceto puro.

Svelta, tendimi le dita,
tutto quel che scorgi afferra!
Sarai presto accudita
come un fior raro in una serra.

Le stringerò forte
per strapparci alla corrente
quando il mar s’investirà sorte
e tiranneggerà la gente.

Percorreremo insieme
acque fonde e cristalline,
resisteremo assieme
alle angosce mattutine

con le mani a rubarsi
gioie, dolori e un po’ d’affetto
e gioendo nel cibarsi
anche del pensier mai detto.

“Se nuotare solitari
può essere un gioco
in due, volontari,
lo è come il fuoco.”

A Sara S.


Il portiere e la sposa

Tenue è la luce
che dentro la stanza
cuce e ricuce
un’ombra che danza

e con un tocco si posa,
delicata e arrossata,
su fragranza di rosa
non ancora passata.

Vedo i fiori d’arancio,
quelli non appassiti,
il mio povero rancio,
anche i mezzi ammuffiti;

un abito bianco,
una bocca rossa,
un branco al lor fianco
ubriaco fin l’ossa

e quel sorriso sereno
tra labbra distratte
li ricordo e mi areno
tra gli scogli e le fratte

accecato dal fumo
del mio orgoglio che brucia,
con ormoni il profumo
ha intrecciato la miccia

e sale piano al cervello
con il sangue già denso
per quel corpo sì bello,
più ad altro non penso.

A mente sbrigliata
anche l’istinto è volgare,
e una mano svogliata
ora inizia a vogare;

se la sposa ora dorme
la stringo a me in sogno,
ne conto le forme
ed i peli che agogno.

Questa è una storia
privata e focosa,
ma lei, Andrea Doria
che va bellicosa,

ora è tra guerra e diletto
che fan nascondino
dentro un corpo su un letto
con le gambe ad uncino

così voglia e negazione
s’intravvedono in rotta
per scontrarsi in stazione
immaginando chi le fotta.


La luce delle stelle

S’aggomitola tra mura,
teli e lacrime uggiose,
con le stagioni dell’arsura
e quelle fredde ed odiose

per la soffice neve
con cui non riesce giocare,
concentrato su leve
e meccanismi da sbloccare.

Si crede redento
per il cuore che duole
ed attende un evento
che il cervello non vuole,

rilassato al timore
d’un illuminazione sofferta
avvertendo bene l’umore
del dolor che non è in allerta.

A trovar luce nel buiore,
si nasconde la stolta,
a placare il bollore
che sterilizza chi ascolta

sono fonti intensissime
dietro i fori del cielo,
buchi in menti abilissime
a oscurare quel velo.

Provengono da denti,
bianchi per le innocue bugie
che maestosi come monti
svettano nelle corsie

facendo piccola la gabbia
dell’eterna pubertà
di chi ignora che profilo abbia
il volto della libertà.

Sono delicate le mani
mentre asciugano il sudore,
con gesti quasi vani
tolgono fetore al fetore

ma son forti sui tremiti
partoriti su un letto
tra urla, gemiti
o nulla di detto.

Si protendono in carezze,
si congiungono in preghiere,
quasi mai in amarezze
che trasformerebbero brughiere

in steppe di sentimenti
sferzate dal vento,
così per brevi momenti
fanno risollevare il mento.

E allora al sorriso
non si risponde per finta,
si infiamma il viso,
la vita assume una tinta

e il vortice di polvere
dentro il quale dormiva
non può che evolvere
in gorgo d’acqua sorgiva.

A chi non ha timore
di mostrare i denti
e dei gesti d’amore
che san placare i venti;

A medici e infermieri,
che dalla passione sono retti,
un grazie d’oggi e di ieri
da Alberto Ghiretti


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