Opere di

Alberto Cerbone


LA STRADA… E I BAMBINI

La strada, lentamente è sparita dall’infanzia e dell’adolescenza
dei nostri figli, come una spiaggia dopo una mareggiata, si è
prosciugata dei loro giochi, delle loro grida, del loro entusiasmo.
Fino a qualche tempo fa, specie d’estate, era ancora possibile
vedere bambini giocare per strada a pallone, alle sette pietre,
a palla avvelenata, alla settimana e, molti di noi, oggi, l’infanzia
se la ritrovano ancora sulle ginocchia, dove le cicatrici
delle cadute, raccontano i giorni dei giochi.
La città allargandosi, si è ristretta, ha cercato di sistemare
gli abitanti in verticale, e non all’orizzontale, dove si cresce.
Nel momento in cui, poi, si è cominciato a parlare di recuperare
gli spazi, lo spazio si è perso. Per i bambini lo spazio è grande pianura,
per loro significa l’infinito, la libertà.
Purtroppo questa pianura s’è sgretolata, non è più presente,
la strada è diventata un luogo di attraversamento per andare
a scuola, in palestra, a casa o ad una festa, durante l’autunno
e inverno, mentre in estate, conta ancora meno! I pochi ragazzini
giocano a pallone (Piazza Dante- Piazza Plebiscito) dove si
improvvisano partite clandestine in pochi metri, fermandosi
ogni volta che passa qualcuno.
In estate questa mancanza di spazio viene colmata dai campi
estivi ben organizzati, interessanti, situati in luoghi bellissimi.
Si sta’ insieme ad estranei, ci si lega, si fanno cose insieme,
si passa la giornata…. questo per non tenerli in casa con il caldo,
tra televisione,noia e computer. AHH! Quel Super Santos,
a cui bisognerebbe dedicare un museo; ha cresciuto intere
generazioni gratis. I campi estivi rendono lievi e divertenti
i giorni dei bambini che, forse, imparano a smontare e a
rimonatare, come fosse un pupazzo meccanico, la propria infanzia.


MADRI

Conosco molti genitori che si butterebbero nel fuoco
per i figli – o almeno così dicono – anche se dei figli
non sanno nulla. Ne ignorano fisiologicamente passioni,
interessi,paure,dubbi. Non li hanno seguiti negli studi,
non hanno dato loro valori cui aderire o da cui discostarsi,
non li hanno nemmeno quasi visti, e li hanno spediti spesso
a farsi ipnotizzare dalla televisione: sono le madri di questa
generazione, quarantenni o giù di lì. Spesso cattive madri,
madri che lavorano troppo, per badare a chi crescono, o che,
non hanno alcun impegno, ma non riescono lo stesso ad
occuparsi dei loro figli. Madri eterne adolescenti, madri
irresponsabili, ricche o povere che siano. Madri che annodano
i lacci delle scarpe ai bambini, per fare prima, invece d’insegnare
loro a farlo da soli. Madri che ignorano il ghigno che si è disegnato
sulla faccia del figlio, perché per loro è sempre il buon bebè
che hanno allattato. Madri cieche. Tuttavia è sempre troppo facile
puntare il dito, ogni madre fa davvero tutto quel che è in suo potere fare,
ce la mette tutta, anche quando sbaglia.
Se il risultato le premia, saranno state buone madri, se il figlio
fallisce, anche loro falliscono con il figlio.
In una società così profondamente e omertosamente
patriarcale come la nostra, alle madri, alle donne tocca sempre
più spesso il ruolo di specchietto per le allodole, o di capro
espiatorio: saranno loro a pagare, mai i padri.


PADRI

Padri che barattano
la vita del loro figlio,
con un posto di lavoro
di istruttore in una piscina.
Padri che sacrificano gli ultimi
due mesi di vita per garantire
un futuro ai propri figli adolescenti.
Padri che elaborano nel cinismo
Arruffone dei nostri tempi, il dolore
Di dover crescere da soli,
improvvisamente vedovi, una nidiata
di figli piccolissimi.
Un fil rouge di straordinaria paternità.
Come se non ci fossero più famiglie
Da raccontare, se non ci sono più
Amore, progetti di vita comune, le emozioni.
E nemmeno l’odio o, il suo miserabile derivato:
il dispetto, che spesso resta il collante più saldo
di unioni in passato serene, conservano
la loro drammaticità.


L’INFANZIA RUBATA

Proteggere i bambini, affermando i loro diritti.
Bambini vittime della povertà, degli abusi e del degrado.
Ma bambini anche vittime di una violenza non fisica,
ma più strisciante e più sofisticata, ovvero quella di
non garantirgli le condizioni per vivere una naturale infanzia.
Basta guardare al mondo della pubblicità, dell’abbigliamento,
teso sempre più dell’immedesimazione con il mondo
degli adulti, da seguire, imitare, copiare.
Gli stessi adulti da imitare son quelli poi che li lasciano soli,
troppo soli, a passare gran parte del loro tempo libero.
Bambini come consumatori, come soggetti di mercato,
come passivi fruitori di pubblicità, come protagonisti
di tantissimi spot, bambini che cantano e ballano sotto
i riflettori, bambini che conoscono nomi e marche di tutto,
da portare alla domenica nei centri commerciali, dove
l’unica cosa che assomiglia al canto di un uccello è il
trillar di qualche telefonino.
Insomma, anche essere genitori è una specie di vocazione
e bisognerebbe evitare di esserlo per caso, proprio per non
esporre i bambini a tantissimi pericoli, di cui il più grave
è proprio quello più subdolo: rubargli l’infanzia.


Previsione e realtà

Un futuro pieno di pioggia, acqua per cuori assetati,
prevede la veggente. Ha forma di un bambino, invece
per Carmela poliziotta a Napoli. Incinta e senza compagnia,
appena uscita dai Quartieri Spagnoli, un posto più
pericoloso della striscia di Gaza, porta la vita
sulla spalla della morte. Torna a casa, non all’indirizzo
scritto sulla guida telefonica, non aspetta più
sere folgoranti. Negli occhi gente in agonia,
strade lunghe, grida. Ha una percezione fotografica
della realtà, ragiona per particolari:
ogni volta che mette a fuoco un viso, pensa che dietro
l’orologio interno, dica solo morte, in modo estremo,
come un ticchettìo tachicardico.
E no, non c’è verso di strappare un desiderio
a una figura sfocata, riportare a velocità moderata
il suo passaggio nel presente.


La vita in un rigo

Il frigo del poeta è un pigiama con le pulci.
La sua casa un’ex fabbrica. L’ultimo pasto:
una zuppa di pesce: Ha un cancro allo stomaco.
Finestre luminose su strade affollate, poche parole
ancora, e lo spirito ucciso dagli stupefacenti.
Con un’aria di felicità invisibile, sapeva rievocare
le piccole cose, accettare il caso,
ridurre la vita in un rigo. Diceva che:
per entrare nell’anima del mondo, bisogna
rinunciare alla propria. L’aveva fatto. Meditazione:
Divino spirito superiore, parlavano i critici
andandogli dietro. Il successo genera consenso,
il consenso non sempre se ne intende di libri,
replicava lui. Sulla tovaglia che accompagnava
la zuppa di pesce, c’erano i suoi ultimi versi,
ma più di una sua poesia, sembrava un algoritmo
esploso, si capiva poco, scriveva della presunzione
che genera il dolore, della somiglianza con gli altri,
smagriti e urlanti, sopraffatti dall’ombra.
Il resto, solchi!


La morte

La morte nasce dalla fame nei campi,
non ha casa, non ti parla mai degli altri,
quando visita la tua finestra, entra prepotente
nella curva della tua storia, prende quello che serve,
ti passa di fianco, ti sfiora, tentenna, poi sceglie:
lasciandoti come i barattoli nei supermercati.
Ruba il respiro, svolge la sua funzione, non ha cautela
ma rapidi rientri, allunga le sue ombre lasciando
valigie vuote, letti sfatti, e poca luce.
Scopri che l’amore è un trucco.
L’unico rimedio efficace è l’oscillazione
fra sosta e moto, a testa alta: un deserto
a pochi passi, gridi ma non senti, e la stagione è persa.
Ai morti invece, non gl’importerà proprio nulla,
in disparte al loro posto, indifferenti.
La pioggia laverà i campi dell’incerto
ma questo è da decifrare.


Caro Gesù

Caro Gesù,
ottienici, ti preghiamo,
dal Tuo perdono, la forza di ritrovare
il dialogo e l’alleanza,
di ritrovare il rispetto per l’uomo
e la creazione tutta,
per avere la capacità di dare origine
ad uno sviluppo equilibrato
delle nostre relazioni con essa,
perché il nostro mondo si conservi
come quel giardino fiorito
sognato e voluto da Dio stesso
fin dalle origini, e non un desolato
mare di sabbia creato dalla nostra incuria
colpevole, e dalla nostra non meno sacrilega
presunzione di metterci al posto di Dio.


Incubo

La strada lucida alle spalle:
Bidoni rossi ammassati di lato, tende e ombre,
bambini che ti corrono quasi addosso.
Nera Terra, che calpesti.sandali sudici,
piedi umidi, cielo cereo.
Sotto c’e’ un brusio. Lingue misteriose saltano.
Cavallette da bocca a orecchio.
Non c’è il sole, ma si suda uguale.
Intorno gente che cucina per strada.
Gli odori ti abbracciano, tutt’uno con la folla, le voci, i bambini.
Gingilli impiccati alle tende, dondolano davanti agli occhi.
Sfiorano teste, tornano nell’ombra.
Lasciano il posto ai sorrisi dei mercanti.
Mani leggere ti afferrano, t’invitano.
Dai voltati siamo qui!
La schiena umida al pari dei piedi.
Ti chiedi quando finisce!
Ti fai largo tra i corpi.
Cerchi di avere un passo corretto, non puoi distrarti.
O guardi avanti, o dove metti i piedi.
Se ti distrai ricomincia il giro.
Lontano si vede il porto. Ora, forse riuscirai a sederti,
e a ridere, a mettere i piedi nell’acqua.
Aspettando che la nave ti portela via.


Le porte del dolore

C’è una fatalità generica che conduce tutto
nello stesso punto, con gli uomini che muoiono
e le cose che restano. E non ci sono casi strani ma pieghe,
avidità assortite e tristezze irrimediabili.
In sottofondo notiziari internazionali: sia fatta la volontà
di Dio.Rimane il pianto, unica lingua conosciuta:
l’estetica della disperazione conserva la forza
della scultura con tutto il suo carico d’incomprensibilità.
Ci sono stanze, a volte persino campi d’inclemenza,
e mai giustizia fino in fondo. Questa, si serve di gente
che mangia carne in scatola davanti a brevi crepuscoli,
custodendo tutta la vita: misteri banali.
Impossibile precisare chi o cosa difendono.
Li troverai a fumare davanti alle porte del dolore,
senza dubbi sull’esistenza del proprio cuore.


Le rivelazioni del cuore

Le rivelazioni che si fanno strada in noi
spesso ci trascinano dove non vorremmo.
Il cuore non ha estetica.
E’un fantasma desolato che tutti ci portiamo
in petto. E non basta essergli devoto
come i fedeli a Notre-Dame,
rimaniamo schiavi disarmati che avanzano
col dolore di fianco, mirando a incerti confini
che umanizziamo nei nostri stupidi pensieri notturni.
Abbiamo destini che sonnecchiano agli occhi
delle masse, qualcuno si ostina ad amare
gli estremi per potersi sentire vivo, altri,
siedono ad aspettare e si convincono
dell’inutilità dell’amore,
che non ha geometria né direzione.


Versi per una ragazza

Il silenzio vuole stile.
La noia pretende stanze.
Persino un giorno, fatto il pieno di sole,
vorrebbe durare per sempre.
E’ un racconto nero avere un lieto fine,
come altri, più di altri.
Ma se i poeti partecipassero alle Olimpiadi
avrebbero fama immeritata, e il degrado
sarebbe totale. Ma loro sanno bene che,
la carta è ipocrita e i segni frivoli.
La scrittura mutevole magia.
C’è chi usa specchi per guardare le folle
e chi si mescola, chi parla di isole illese
e di corpi perfetti o dei distributori di
benzina a Gerico. Ci sono libri di spettri
e arnesi inutili, poesie per le lucertole
e quadri per cani, difficile dire cosa sia
più arcano. Anche queste righe, nate per gli occhi
di una ragazza, volevano spiegarle dei versi e
l’hanno confusa. E’ una gran fortuna
non sapere in che mondo si vive.


Il primo treno

Chi ha visto passare il treno che portava Robby,
sa che su quei vagoni c’era il futuro, e di fianco
ai binari, a salutarlo c’erano tutti: contadini affamati
di pane di granturco, medici e militari che gridavano.
Non avete sentito che hanno fatto? E se provavi
a rispondere, ti dicevano minacciosi, ”ora fai silenzio,
passa Robby”. Un bambino contemplava la scena
e non capiva. Una donna ripeteva senza tregua:
“è un giorno immenso di dolore, dovremmo bruciare i campi”.
Il vento sopra le loro teste strapazzava gli uccelli,
un uomo accompagnava l’impresa suonando la mandola,
in cielo c’erano nuvole grumi d’inchiostro.
Era un paese povero quello attraversato dalla ferrovia.
Con quel treno passava la storia, nessuno voleva
perdersela. In petto un dolore, in tasca l’agonia.
E quando l’ultimo vagone non era che un ricordo,
dal tetto di una casa si sentì urlare: ci hanno rubato
il futuro, e con lui, si son portati via anche l’ultima vacca.


Futuro nero

John che fa surf e ha visto la fine
in metropolitana, sta in equilibrio sulle onde,
pensando a Baudelaire su un’altra spiaggia,
immagina una figura incerta che sistema
fogli bianchi, e manda giù un’altra bottiglia.
I giorni non aspettano nessuno, neanche i poeti.
Nel parcheggio di un centro commerciale
c’e una donna che rimpiange la sua mancanza
di spiritualità: ama senza pensare, spende senza
contare, è difficile resistere al mercato.
In un pozzo sta Alfred, destino sbagliato, del cielo
sconfinato non gli resta che un pezzetto,
è diventato grigio in una notte.
Nella campana di vetro una voce canta
di futili partenze. Intanto aerei volano
su Baghdad cancellando storie di nessun conto.
Laggiù il futuro è una spia difettosa.



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